Recensioni - 12 febbraio 2024

Giù in mezzo agli uomini. Vita e morte di Guido Rossa

Di Sergio Luzzatto

Einaudi
Anno 2021

Guido Rossa, cesiolino di nascita, ha vissuto solo pochi anni tra le nostre montagne, perché a quel tempo, ancor più che ai giorni nostri, poche erano le possibilità qui in Val Belluna. Dopo la morte, mentre in altre città gli venivano intitolati parchi e vie cittadine, non ha avuto il giusto riconoscimento nella sua terra di origine. Troppo poco gli è stato dedicato, troppo poco se ne è parlato. Col Panfilo vogliamo ricordarlo a dovere: la settimana scorsa Giovanni Pelosio lo ha fatto con un bellissimo articolo ( https://ilpanfilofeltre.it/guido-rossa-a-quarantacinque-anni-dalla-morte/ ). Oggi, con una recensione di un libro che racconta la sua vita, vogliamo continuare a ricordarlo. 

Giù in mezzo agli uomini: già dal titolo Sergio Luzzatto mette in chiaro la propria intenzione di scrivere qualcosa di diverso su Guido Rossa, qualcosa che non sia già stato scritto. Operaio metalmeccanico, sindacalista comunista, ucciso dalle BR: nell’immaginario collettivo, Guido Rossa appartiene a quell’universo spesso indistinto delle “vittime del terrorismo”, soppravvivendo come una sorta di santino laico, poco più che una figura retorica. Senza nulla togliere al significato politico e civile del sacrificio di Rossa, Luzzatto vuole scoprire, oltre l’immaginetta, l’uomo, guardando così alla sua vita, alle sue passioni, ai suoi interessi, almeno altrettanto che alla sua morte. Autorizzato ad accedere all’archivio di famiglia, Luzzatto si trova così a fare i conti con una personalità irrequieta, scomoda, una figura ben diversa dall’icona dell’operaio comunista come militante disciplinato. Guido Rossa, bellunese cresciuto a Torino e trapiantato nella Genova del miracolo economico, viene riscoperto nel dialetto piemontese parlato con gli amici, nel carteggio coi compagni di tante cordate, nelle fotografie da lui scattate, in montagna come al mare. E così, accanto alla morte del “compagno Rossa”, che segna in realtà la morte delle BR che per la prima volta uccidono un membro della classe operaia, emerge la vita dell’uomo, del  campione d’arrampicata dalle Alpi all’Himalaya, del paracadutista e del fotografo. A 45 anni da quella mattina del 24 gennaio 1979 che pose fine all’esistenza di Guido Rossa, scrivere una recensione di un libro dedicato alla sua figura, rappresenta un motivo in più per ricordare un uomo della nostra terra. Perché, sebbene la vita lo abbia portato altrove, Guido Rossa tornava sempre volentieri tra le sue montagne feltrine.

«“Razza Piave! Purissima razza italiana. Razza anche e soprattutto fascista”: nello spazio e nel tempo in cui Guido Rossa venne al mondo, il I° dicembre 1934, le scritte sui muri recitavano slogan come questo. Lo spazio era, per l’appunto, quello del “fiume sacro”. Era il fatidico spazio a valle di Belluno dove – durante i mesi seguíti alla rotta di Caporetto – le cosiddette battaglie del Piave avevano promesso all’Italia dei Savoia la vittoria della Grande Guerra. Il tempo era quello in cui l’Italia di Mussolini si preparava a celebrare, in Africa Orientale, i fasti della guerra d’Etiopia». Inizia così il libro di Sergio Luzzatto, descrivendo l’orizzonte spazio-temporale in cui viene al mondo Guido Rossa: «Di fatto, l’appartenere alla razza Piave non aveva risparmiato alla famiglia Rossa […] una varietà di traversie. Né il destino dei Rossa era stato diverso, in questo, dal destino di tanta parte degli abitanti della Val Belluna: un po’ contadini, un po’ montanari distribuiti tra i comuni di Santa Giustina e Cesiomaggiore, sulla riva destra del fiume, e i comuni di Trichiana, Mel, Lentiai sulla riva sinistra. La natura rapinosa dei luoghi […] poteva ben incantare un rampollo della borghesia bellunese che proprio agli inizi degli anni Trenta stava facendosi un nome, a Milano, dalle pagine del “Corriere della Sera”. Poteva incantare Dino Buzzati, non bastava a sfamare la gente comune, gente come i Rossa». Negli anni tra il 1917 e il 1918 l’esercito d’occupazione austro-germanico, con il controllo delle frazioni basse di Cesiomaggiore, si era garantito il dominio dell’asse viario Belluno-Feltre, mentre oltre il ponte di Busche, sulla riva sinistra del Piave, si stagliava la figura di un giovane tenente tedesco alla guida del suo battaglione di montagna e promesso a bell’avvenire: Erwin Rommel. In questo scenario di occupazione, Pietro e Maria Rossa, nonni paterni di Guido, avevano vista distrutta la loro abitazione di Borgata de Lazzer, vedendosi costretti ad abbandonare il greto del Piave per sistemarsi su una collina più in alto, nel cuore della frazione di Pez.

Luzzatto ci racconta quindi che i genitori di Guido, Giuseppe Rossa e Maria Sartor, si sposarono nel 1929, registrando la nascita del primogenito Giancarlo l’anno successivo. La crisi costrinse tuttavia il minatore Giuseppe a trasferirsi oltralpe, per far ritorno in Val Belluna qualche anno dopo. Nei mesi seguenti alla nascita di Guido, la madre Maria si trasferisce a Torino per lavorare come balia da latte in una famiglia dell’alta borghesia piemontese: le donne bellunesi avevano la fama di essere le migliori nutrici d’Italia (in quello stesso periodo Angela Budel aveva lasciato Cesiomaggiore per fare da balia al futuro generale Carlo Alberto Dalla Chiesa). Guido rimane a Cesiomaggiore, affidato a una sorella grande della mamma, la zia Giovanna, che ha modo di allattarlo, avendo da poco partorito Corinna, la nona dei suoi figli. Mentre anche il padre Giuseppe si trasferisce a Torino, assunto dalla ditta della famiglia presso cui la moglie prestava servizio come balia, Guido rimane a Cesiomaggiore fino al 1937, quando potrà finalmente riunificarsi ai genitori, lasciando la Val Belluna. Ed è qui che inizia la storia torinese di Guido Rossa.

Luzzatto alterna nel racconto la vita lavorativa di Guido Rossa a quella privata. Se della prima si era già detto e scritto tanto, dagli inizi come meccanico alla Chiumino e Saccardi ai capannoni nuovi fiammanti di Mirafiori Sud come fresatore, sulla seconda Luzzatto ci racconta un Rossa diverso, partendo dalle sue passioni e dal suo carattere. In particolare della sua passione per l’alpinismo e del suo folgorante percorso da autodidatta, con «un’interpretazione fin da subito estrosa, eccentrica, e anche provocatoria, dello scalare pareti e dell’andare per vette». Con Dino Rabbi e altri amici, Rossa non può permettersi periodi di villeggiatura per arrampicare: «Il loro è un alpinismo dei giorni festivi. Il sabato pomeriggio, finalmente liberi dal lavoro, partono in bicicletta […] oppure in treno verso le valli […]. La notte bivaccavano nei fortini distrutti dall’ultima guerra. E il mattino, alle prime luci, sono pronti sul prato alla base della parete. Dove, durante il resto della giornata, Rossa si merita la fama dello scalatore più elegante, più fantasioso, più temerario». Alcune foto descrivono «la pochezza dei mezzi, a fronte della ricchezza dei motivi», tipiche «di quegli alpinisti lavoratori», con pochi soldi, ma animati da passione, slancio e orgoglio. Con l’eccezione del periodo natalizio e delle due settimane a cavallo di Ferragosto, «il più forte alpinista torinese della sua generazione non può arrampicare che da una domenica all’altra […] mettendo insieme quella cinquantina di domeniche all’anno per sette anni di fila», con una serie di record da un capo all’altro dell’arco alpino, dalle Alpi Marittime alle natìe Dolomiti, costruendosi da solo, in officina, gli speciali chiodi a espansione con cui attrezza le sue vie di salita. La grande passione per le scalate ha i suoi riflessi sul lavoro, dove Giuseppe Chiumino non accetta di buon grado i suoi ritardi dovuti a cause alpinistiche, e anche in famiglia, dove i genitori sono infastiditi e preoccupati dalle priorità esistenziali di Guido, molto diverse da quelle del fratello Giancarlo, che invece farà carriera.

Nel 1959, alla morte di Giuseppe Chiumino, Guido decide di cambiare lavoro, e lo trova alle presse di Mirafiori Sud, stampaggio lamiere; nel frattempo decide anche di sposarsi, con Silvia Carrara, un’impiegata genovese di 9 anni più vecchia. Sarà lei a raccontare a Luzzatto alcuni lati del carattere del marito, che era un po’ duro con tutti, mentre sarà l’amico di una vita Dino Rabbi a riassumere «il lato un po’ oscuro di Guido» che «aveva questa energia in esubero che non riusciva a incanalare». Tuttavia, il lavoro a Mirafiori e il matrimonio plasmano il carattere di Guido, che diventa operaio consapevole e padre di famiglia. Emerge in questo periodo la figura di Guido Rossa come sindacalista comunista, che ritroveremo poi negli anni a Genova.

Nel 1960 la situazione si radicalizza, durante il governo Tambroni, appoggiato dai fascisti dell’MSI, con la polizia che, durante una manifestazione sindacale, arriva a uccidere 5 operai iscritti al PCI in piazza a Reggio Emilia: si tratta dell’apice di una situazione tesissima, in cui il governo diede libertà di aprire il fuoco in “situazioni di emergenza”. Una manifestazione pacifica vide ancora una volta, nella storia d’Italia, dei morti innocenti. Le posizioni politiche di Rossa, in quell’estate rovente, inevitabilmente, si radicalizzano. Perché anche nell’officina 30 «la restaurazione del potere padronale e la cultura della sorveglianza aziendale erano giunte al punto che gli attivisti sindacali (e gli operai in genere)  venivano controllati da un “servizio speciale” perfino quando andavano al gabinetto». E all’officina 24, una sorta di confino dove la Fiat relegava gli operai più scomodi, la situazione era ancora peggiore.  A l’è nen parej, “non è così”, obiettava Rossa agli amici che gli dicevano che gli operai non devono danneggiare l’azienda. La città di Guido Rossa era Torino, e lo si capiva dal dialetto che parlava con gli amici, preferendolo al veneto parlato dai genitori, anche se non dimenticherà mai Pez e la sua terra d’origine: «”toccante era il ricordo del nonno, credo materno, di quando insieme andavano lungo il Piave durante le vacanze estive”, testimonierà Dino Rabbi dopo la morte dell’amico». Però la vita lo porterà a Genova, città della moglie, perché lì sarebbe stato più facile far crescere suo figlio.

Nel 1961 Guido trova lavoro all’Italsider, l’impresa siderurgica nata dalla fusione dell’Ilva con la Cornigliano, che con la Fiat aveva un rapporto privilegiato. All’Italsider la manodopera veniva filtrata dalla Curia e dal cardinale Siri in persona, e gli operai «”non dovevano essere di sinistra”». Guido Rossa, non si sa come, venne assunto nella cosiddetta Officina, con la mansione di aggiustatore, con responsabiltà comunque molto più limitate rispetto a quelle che aveva all’officina 30 di Mirafiori Sud. Genova, città rossa e comunista in larghi settori della sua base operaia, trattata con circospezione dai governi centristi e quasi penalizzata nello sviluppo delle politiche industriali pubbliche e private, fece eccezione per gli impianti di Cornigliano, che copriva quote rilevanti del fabbisogno siderurgico italiano. La Fiom-Cgil avrebbe superato la Fim-Cisl per numero di delegati eletti in commissione interna solo nel 1963. L’Officina era il reparto rosso dell’azienda. Ed è qui che Guido Rossa sente ancor più forte il bisogno di interessarsi alla gente che non può, che ha bisogno. In questo ambiente Guido inizia a coltivare anche un’altra passione, quella per le arti figurative, che diventerà infine anche passione per la fotografia. Per il resto Guido rimarrà uomo di azione e di cordate, come si evince dal suo diario. Nei giorni della ricorrenza dell’Immacolata del 1961, mentre sta dormendo nell’appartamento di via Napoli 30, dove vive in affitto con la moglie e il figlio di due anni nello stesso stabile dove vivono i suoceri, viene svegliato da grida concitate provenienti dal vano scale. Si rende conto che dall’appartamento dei suoceri, ai quali il figlio era stato affidato come in ogni giorno lavorativo, proviene un forte odore di gas. Rossa trova il figlio Fabio esanime a terra e attende disperatamente l’arrivo dell’ambulanza che, a causa del traffico, arriva in via Napoli con enorme ritardo. Mentre si dirige all’ospedale San Martino, l’ambulanza viene ancora bloccata dal traffico e al suo interno, Guido Rossa, urlando disperato, continua ad accarezzare il suo piccolo Fabio. Purtroppo, all’arrivo in ospedale, il medico di turno non potrà fare altro che constatarne il decesso. «”Quando la notizia della morte del bimbo è stata comunicata al padre, il pronto soccorso è stato teatro di una scena straziante, che ha profondamente commosso i presenti. Guido Rossa non voleva lasciarsi convincere che il suo piccino era morto e voleva portarselo via”». Da questo momento la vita di Guido Rossa cambierà inevitabilmente, esponendolo a momenti di depressione e spingendolo a una revisione delle sue priorità esistenziali. Ma in un primo momento Guido troverà rifugio nel potere di redenzione dell’alpinismo. Nel 1963 poi si concretizzerà nell’ambiente del Cai-Uget torinese la possibilità di una spedizione autunnale sull’Himalaya nepalese. Gli scalatori torinesi al campo base sul Lirung, titolerà La Stampa in quel periodo, descrivendo l’avventura degli alpinisti tra il Nepal e la Cina, tra l’induismo e il buddhismo. In questo scenario, emerge profondamente, dagli appunti di Rossa, la profonda riflessione spirituale a cui è indotto dalla visita di quei luoghi. E qui, tra indimenticabili lezioni di umiltà per Rossa e compagni, si consumerà un’altra tragedia: «”Noi non avevamo né l’attrezzatura, né forse la capacità di arrivare in cima”», confesserà qualche anno fa Rabbi a Luzzatto. Per il cedimento delle corde fisse lungo un canalone, Giorgio Rossi e Cesare Volante, il medico della spedizione, morirono sotto lo sguardo di Rossa e compagni, in uno scenario di orrore in cui dovettero recuperare i corpi e seppellirli. Da quel momento la spedizione non rimarrà altro che un sogno sopravvissuto a sé stesso. Gli alpinisti torinesi trovarono comunque le energie per conquistare alcune cime minori del Lirung, a oltre 6.700 metri di altezza e comunque fino ad allora inviolate. Tornato a Genova, Rossa, sempre più appassionato di fotografia, proietterà nella sezione del Cai di Bolzaneto diverse foto da lui scattate durante la spedizione.

Da qui in poi del Rossa operaio all’Italsider si saprà poco, almeno fino all’inverno 1969-1970, quando verrà eletto come delegato di reparto della Fiom-Cgil. Della vita privata si saprà qualcosa dalla moglie: «”Mi aveva promesso che con il bambino non sarebbe più andato in montagna, poi quando il bambino è morto ha ricominciato ad andarci… e anche quando c’era Sabina” [la seconda figlia, ndr]». In questi anni Rossa, dopo un volo di 80 metri per un chiodo fissato male e con una tibia fratturata, «è capace di compiere a corda doppia e con una gamba rotta, il resto della discesa», lasciando allibiti i compagni. Negli anni Settanta, poi, Rossa avrebbe realizzato sulle Dolomiti ascensioni di difficoltà estrema, stando alle parole di Rabbi. Sono anni di incomprensione a livello familiare: Rossa è spesso assente, dedito al sindacato e all’alpinismo, e inizia a sentire la differenza di età con la moglie, che è anche una differenza di formazione, di cultura e di orizzonti. Silvia Carrara era nata nel 1926, nell’Italia del fascismo e di Mussolini, Guido era venuto su dopo la Guerra, nella Repubblica, e ciò diventava una barriera. Inoltre le tragiche circostanze legate alla morte del figlio non avevano fatto altro che pesare al rapporto di coppia, «allontanando i due genitori l’uno dall’altro, più che avvicinandoli nel dolore immedicabile».

Quando Rossa morirà ammazzato dalle BR, Ottavio Bastrenta, suo compagno di scalate, si ritroverà tra le mani una lettera di Guido di nove anni prima, che qui riportiamo per il valore istruttivo: «”Ottavio carissimo, l’indifferenza, il qualunquismo e l’ambizione che dominano nell’ambiente alpinistico in genere, ma soprattutto in quello genovese, sono tra le squallide cose che mi lasciano scendere senza rimpianto la famosa “lizza” della mia stagione alpina. Da ormai parecchi anni, mi ritrovo sempre più spesso a predicare agli amici che mi sono vicino l’assoluta necessità di trovare un valido interesse nell’esistenza; un interesse che si contrapponga a quello quasi inutile (e non nascondiamocelo, forse anche a noi stessi) dell’andar sui sassi. Che ci liberi da quel vizio di quella droga che da troppi anni ci fa sognare o credere semidei o superuomini chiusi nel nostro solidale egoismo, unici abitanti di un pianeta senza problemi sociali, fatto di lisce e sterili pareti, sulle quali possiamo misurare il nostro orgoglio virile, il nostro coraggio, per poi raggiungere (meritato) un paradiso di vette pulite perfette e scintillanti di netta concezione tolemaica, dove per un attimo o per sempre possiamo dimenticare di essere gli abitanti di un mondo colmo di soprusi e ingiustizie, di un mondo dove un abitante su tre vive in uno stato di fame cronica, due su tre sono sottoalimentati e dove su sessanta milioni di morti all’anno, quaranta milioni muoiono di fame!”». La lettera di Guido Rossa era quella di un uomo di 35 anni che aveva fatto un lungo viaggio nell’Italia del Dopoguerra, in un lungo e faticoso corpo a corpo con il lato oscuro di sé stesso, come emergerà da un’altra lettera a un amico notaio: «”Per questo, penso, anche noi dobbiamo finalmente scendere giù in mezzo agli uomini a lottare con loro, allargando fra tutti gli uomini la nostra solidarietà che porti al raggiungimento di una maggior giustizia sociale, che lasci una traccia, un segno, tra gli UOMINI di tutti i giorni e ci aiuti a rendere valida l’esistenza nostra e dei nostri figli. Ma probabilmente queste prediche le rivolgo soprattutto a me stesso; perché, anche se fin dall’età della ragione l’amore per la giustizia sociale e per i diritti dell’uomo sono stati in me il motivo dominante, sinora ho speso pochissime delle mie forze per attuare qualcosa di buono in questo senso”».

Rossa si era iscritto al PCI nel 1967, sezione Italsider di Cornigliano: verso la metà degli anni settanta, all’apogeo del Partito, quella sezione avrebbe contato oltre 1300 iscritti su diecimila dipendenti. Guido Rossa si farà operaio consapevole, parlerà la lingua dell’Unità, il giornale del Partito, abbraccerà l’idea di una politica concreta, fautore delle riforme della scuola, urbanistica, sanitaria e agraria. Sarà sempre fedele alla linea del Partito, pronto a seguire la linea del nuovo segretario Enrico Berlinguer, anche nella visione del compromesso storico. Da sindacalista comunista, si sarebbe sempre attenuto alla linea del segretario generale della Cgil Luciano Lama, anche dopo la svolta dell’Eur, con la raccomandazione alla classe operaia di aderire alla linea dell’austerità e al poco invitante programma di Giulio Andreotti. Guido Rossa non è più lo spaccone e il bastian contrario torinese, provocatorio e attaccabrighe, ma è ora un uomo che ha vinto il corpo a corpo con il lato oscuro di sé stesso. Guido Rossa da delegato sindacale combatterà fin dal primo giorno una quantità enorme di battaglie, sia per il proprio reparto che per gli operai in genere. Sempre più autorevole all’interno dell’Italsider, si farà portatore di istanze dei vari reparti, e ci metterà sempre la faccia in prima persona. Cercherà di superare un sistema corporativo ereditato dal fascismo, dove gli impiegati e i tecnici appartenevano per definizione a una categoria superiore rispetto agli operai: l’inquadramento unico è un chiodo fisso del movimento operaio italiano dei primi anni Settanta, che tiene unita la sinistra comunista e quella extra-parlamentare. Ed è un chiodo fisso di Guido Rossa.

Rossa, come delegato di reparto, è un operaio con gli occhi aperti e le orecchie vigili. L’Italia di quegli anni è sconvolta dalla violenza e dalle stragi neofasciste: «Erano trame eversive di eccezionale gravità, che spinsero la sinistra extraparlamentare a non riconoscere più nell’antifascismo militante del Pci e della Cgil uno strumento adeguato alla severità della minaccia». Ed è in questo clima che emergono con forza le Brigate Rosse, in particolare la colonna genovese, che trova sempre più consenso all’interno delle fabbriche, anche se la Cgil riesce a mantenere il consenso sindacale della classe operaia e il Pci la guida politica. Le BR maturano per questo un crescente senso di frustrazione, ma gli operai «si guardavano dal segnalare alla vigilanza interna chi era sospettato di far circolare in fabbrica i […] volantini di rivendicazione» di questo o quell’attentato, che fosse a danno di un capo reparto o di un esponente politico. Rossa era da tempo un informatore fiduciario del Pci dentro l’Italsider, per monitorare dapprima le trame eversive dell’estrema destra, quindi del terrorismo rosso. Guido Rossa individuerà gran parte della catena di produzione della propaganda terroristica, e il 25 ottobre 1978 denunciò, prima alla vigilanza interna, poi ai Carabinieri, Francesco Berardi, il postino delle BR a Cornigliano.

Berardi verrà arrestato e processato per direttissima con l’accusa di associazione sovversiva e di banda armata, mentre Guido Rossa, nel verbale dei carabinieri, sarà l’unico firmatario della testimonianza contro di lui. Verrà lasciato solo fin dal primo momento, sarà l’unico a metterci la faccia. Sarà anche l’unico testimone nell’aula del Palazzo di giustizia, «consegnato in pasto dalla stampa locale – nome, cognome, aspetto – alla fame di vendetta dei brigatisti». Se alcuni giornali nazionali, come La Stampa, Il Corriere della Sera e L’Unità, riferirono della testimonianza ma non nominarono né descrissero il testimone, il quotidiano di Genova più famoso, Il Secolo XIX, descrisse Guido Rossa nei minimi dettagli. E di lì a poco, Guido confesserà a un amico che con certezza sarebbe stato ucciso. Né la Cgil né il Pci garantirono a Rossa una specie di scorta informale. Rimarrà solo fino alla mattina del 24 gennaio del 1979. Era mattina presto, «era l’ora degli operai, non dei borghesi. Era l’ora in cui sono gli operai a essere già in piedi, per andare a lavorare o di ritorno dal turno di notte. Le foto del cadavere nel buio prima dell’alba valgono quindi a illustrare, oltre all’omicidio di Rossa, il suicidio politico dei rivoluzionari comunisti appostati nottetempo per colpire l’operaio comunista. Una rivoluzione del genere non poteva essere una rivoluzione. Nel buio di via Fracchia morivano anche le Brigate Rosse». E infatti, quando le BR rivendicano l’omicidio, decine di migliaia di lavoratori si concentrano in piazza De Ferrari per testimoniare la rabbia contro lo spietato assassinio. E così sarà tre giorni dopo, il 27 gennaio 1979, quando 250.000 persone riempiono le vie di Genova per i funerali, nella cerimonia laica di piazza De Ferrari. E dal palco Luciano Lama pronuncia frasi di autocritica sorprendentemente forti e schiette: «”Riconosciamo sinceramente che se il gesto di coraggio civile compiuto dal compagno Rossa non fosse rimasto troppo isolato, se intorno a lui, nel momento più arduo della prova, noi tutti, a cominciare dagli operai dell’Italsider, fossimo stati un solo grande testimone schierato contro il nemico della democrazia, forse la vita di questo nostro compagno non sarebbe stata spezzata”».

E così, cosa ci rimane del nostro conterraneo Guido Rossa? Sergio Luzzatto ne ha tracciato un ritratto preciso, puntuale, emozionante: dell’operaio comunista, del sindacalista, dell’alpinista, del fotografo, dell’uomo e del padre, con i suoi ideali e i suoi lati oscuri. Lontano dall’agiografia e vicino all’uomo, in mezzo agli uomini. E allora, in conclusione, vogliamo ricordarlo con le parole del padre, Giuseppe Rossa, pensionato veneto a Torino, che ogni volta dopo la morte del figlio ripeteva, sconsolato, nel suo e nel nostro dialetto: «Guido gavea massa corajo».

Lorenzo Brogli
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