Il Panfilo racconta – 5 febbraio 2024

Guido Rossa a quarantacinque anni dalla morte

Il 24 gennaio è ricorso il quarantacinquesimo anniversario dell’assassinio di Guido Rossa, l’occasione per proporre una riflessione dalle pagine del Panfilo su questo nostro conterraneo, che trascorse gran parte della propria vita lontano da Cesiomaggiore, dov’era nato il 1° dicembre del 1934, ma che aveva mantenuto un tenero ricordo delle vacanze estive che trascorreva a Pez, da dove provenivano papà Giuseppe e mamma Maria e in particolare, delle passeggiate sul Piave con il nonno materno, nonché della zia Giovanna che l’aveva cresciuto e accudito nei primi anni di vita.

Figura poliedrica, ritratto dai colleghi di lavoro dell’Italsider di Genova come duro, razionale ed equilibrato, definito come un uomo intenso, complicato e sanguigno da Sergio Luzzatto, nel suo bellissimo “Giù in mezzo agli uomini – vita e morte di Guido Rossa”, uscito nella collana Gli struzzi di Einaudi.

Agli anni Settanta, a Guido Rossa e alla colonna genovese delle Brigate rosse, Sergio Luzzatto ha dedicato una parte importante della sua recente vita professionale, tanto che da qualche mese è uscito per Einaudi pure “Dolore e furore”, dove Luzzatto si sofferma particolarmente sulla figura di Riccardo Dura, analizzando la vita di Dura, ricercando lì le ragioni che portarono il brigatista a uccidere, anziché soltanto ferire Rossa, come inizialmente era stato previsto. Perché, dice Luzzatto in “Giù in mezzo agli uomini” l’esistenza di Rossa non sia ridotta soltanto agli ultimi quattro mesi, o peggio ancora agli ultimi quattro minuti.

Guido Rossa era figlio di un minatore emigrato in Alta Lorena e poi operaio e di una balia da latte, trasferitisi a Torino, dove Guido li raggiunse nell’estate del ’37 e dove a quindici anni, finito il percorso scolastico dell’Avviamento, entrò a lavorare come operaio alla Chiumino Siccardi & C, dove già lavoravano il padre, la madre e il fratello Giancarlo.

Rossa è stato paracadutista della Brigata alpina Taurinense ed è stato un grande alpinista. Accademico del Cai, compagno di cordata di Corradino Rabbi, nello spazio di cinque giorni, nell’estate del ’53, Guido Rossa, non ancora diciannovenne, salì due celebri vie sulle Tre Cime di Lavaredo, la via Comici allo Spigolo giallo della Cima piccola e la via Comici – Dimai sulla parete nord della Cima grande, mentre a ventitré anni appena compiuti era assurto agli onori delle cronache de La Stampa per aver salito, assieme a Pietro Oreglia, in sei ore il Cervino. Sulle pagine della Stampa ci era nuovamente finito quando lui e Walter Bonatti, assieme ad altri due compagni di cordata, erano stati colti dal maltempo sulla cresta nord est del Cervino e Rossa era riuscito a scendere a valle e lanciare l’allarme.

Nel ’59 Rossa entra alla Fiat, allo stabilimento di Mirafiori sud, alle presse e decide pure di sposare Silvia, di Genova, dove la raggiungerà nel ’61, una volta assunto dall’Italsider. E’ alla gigantesca fresatrice Keller a Mirafiori che Guido Rossa forma la propria coscienza politica, aderendo al Partito comunista, circostanza che vent’anni dopo, quando la colonna genovese delle BR lo ammazzerà, non passerà inosservata, perché Dura, Guagliardo e Carpi non ammazzarono una spia, come avevano sostenuto, ma ammazzarono un operaio, un sindacalista, un comunista.

In una bellissima lettera che egli scrive nel 1970 all’amico alpinista Ottavio Bastrenta, Rossa sostiene la necessità, dopo aver dedicato tanto tempo alla montagna “di scendere giù in mezzo agli uomini e lottare con loro, allargare fra tutti gli uomini la nostra solidarietà che porti al raggiungimento di una maggiore giustizia sociale, che lasci una traccia, un segno, tra gli UOMINI di tutti i giorni e ci aiuti a rendere valida l’esistenza nostra e dei nostri figli […] perché, anche se fin dall’età della ragione l’amore per la giustizia sociale e per i diritti dell’uomo sono stati in me il motivo dominante, sin’ora ho speso pochissime delle mie forze per attuare qualcosa di buono in questo senso”.

In un podcast ben fatto, che si intitola “Il lato oscuro della verità”, una puntata è dedicata a Guido Rossa e all’interno ci sono delle preziose registrazioni effettuate in fabbrica, tra gli operai colleghi e compagni di Rossa.

Pierluigi Baglioni così lo ricorda: “Nei primi anni Sessanta quando arrivò in fabbrica, fu accolto con molta simpatia, perché veniva dalla provincia di Belluno, dal paese di Cesiomaggiore e veniva a Genova, paese di pescatori, di mare, con tutta la sua bardatura di rocciatore, perché lui i primi tempi vestiva come vestiva lassù al suo paese, aveva il maglione, i pantaloncini di velluto, quelli con la fibbia sotto al ginocchio, i calzettoni, gli scarponi”.

Il ritratto che si ricava dalle registrazioni delle interviste è quello ancora una volta di un uomo duro, che ha una propria condotta morale da rispettare e che a quella non viene meno. Egli rifiuta con veemenza la politica della violenza, si scontra con quelle avanguardie operaie che da tempo hanno scelto la strada della lotta armata.

Infatti, l’omicidio di Guido Rossa matura in un clima ben preciso. A Genova da quattro anni è attiva la colonna delle Brigate rosse che compie gli attacchi più efferati. Nel biennio 75/76, il Partito comunista cresce, ma non c’è il sorpasso ai danni della Democrazia cristiana. Soprattutto sono anni in cui c’è una generazione di militanti rivoluzionari che si sono formati fuori e oltre le parole d’ordine del ’68, si sono affacciati molto presto alla politica e sono andati a ingrossare le fila dei servizi d’ordine dei gruppi extraparlamentari. Giovani e giovanissimi dice Pino Casamassima nel suo “Brigate rosse” per Baldini+Castoldi, che entrano “in massa tra le fila del combattimento diffuso e che, a partire dal 1977, contribuiranno a incendiare la prateria”.

Oltre a questi, Mario Moretti detta una precisa strategia per attirare le attenzioni di quella realtà di giovani arrabbiatissimi, come li definisce ancora Casamassima, nati nei centri della cintura industriale, a Sesto San Giovanni, come a Genova, ragazzi spoliticizzati, individualisti, ma con un forte senso di solidarietà sociale ed è a loro che le BR guardano, nel tentativo di politicizzare anche le bande che vivono di qua e di là del confine criminale.

E’ in questo contesto, pochi mesi dopo il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro, che Guido Rossa individua in Francesco Berardi colui che lascia in fabbrica le copie della risoluzione strategica delle BR. Rossa, unico tra tanti, dapprima firma la denuncia, poi testimonia, lasciato in una solitudine che ancora oggi, quarantacinque anni dopo, stride. Una decisione netta e inequivocabile, quella di Guido Rossa, di proseguire dritto per la strada della legalità, senza dare ascolto a chi lo invitava a lavare i panni sporchi in casa, dentro al partito e dentro a quel sindacato, la FIOM, del quale era delegato.

Dice Rossa che contro il terrorismo bisogna assumersi le proprie responsabilità e andare fino in fondo. All’interno del consiglio di fabbrica viene chiesto a Rossa di lasciar perdere, ma per Rossa era in gioco la convivenza tra democrazia e terrorismo e non si poteva trattare le Brigate rosse come una comune organizzazione dissenziente. 

Dopo la denuncia e dopo la testimonianza, passano lunghi mesi di silenzi, minacce e paura, Rossa pensa che le BR lo puniranno, magari gli spareranno alle gambe, ma non lo uccideranno, perché è un operaio comunista, invece, Riccardo Dura ha un’altra idea, diversa persino da quella dei suoi compagni di azione, che avevano previsto per Rossa la gambizzazione. 

Quando all’Italsider giunge la notizia dell’omicidio, le reazioni sono improntate a un’immediata risposta nei confronti dell’eversione. La reazione della classe operaia procede in direzione opposta a quella auspicata dalle BR, innanzitutto, con lo sciopero immediato che viene indetto proprio dai colleghi e compagni di Guido Rossa.

Un compagno dal consiglio di fabbrica alle 8.15 mi ha chiamato al telefono e mi ha detto hanno sparato a Rossa, in quel momento ho pensato alla grandi difficoltà che ci sono ogni volta che c’è lo sciopero, all’acciaieria, a spegnere i forni, a fare i calcoli dei pericoli, a lasciare la gente perché intervenga in caso di guasti, è sempre un problema muoverci per noi, spiegare perché c’è lo sciopero immediato, generalmente protestano, lo sai che è difficile da noi, non è una macchina che gira e tiri giù il coltello e si ferma e sono uscito fuori, dicendo hanno sparato a un compagno, ha impressionato l’immediatezza della risposta, forse la prima volta che mi capita in vita mia, in tanti anni, in venti anni di scioperi, che i fonditori hanno girato la manopola e sembrava che tutto fosse stato a posto e sono usciti e un vociferare è stato “ci vogliono chiudere” e mi è venuto in mente quante parole in questi anni ho dovuto dire nelle assemblee ai compagni, a spiegare che la strategia eversiva vuole chiuderci e isolarci e quante volte mi sono detto non lo capiscono, è difficile e ieri mattina improvvisamente è bastato questo

C’è il riconoscimento della correttezza dell’azione di Rossa e pure della consapevolezza della necessità che al terrorismo non andava lasciato neppure un centimetro quadrato di spazio:  “Dopo il fatto che Rossa aveva testimoniato contro quel postino delle Brigate Rosse, parecchi di noi lavoratori forse non erano tutti completamente d’accordo con Rossa ed è stata un’incomprensione nostra, non abbiamo capito che aveva ragione lui e siamo un po’ tutti qui con un po’ di rimorso di coscienza per non esser stati completamente d’accordo con lui. E la partecipazione a questa manifestazione mi pare che sia anche un dire a Rossa eravamo con te anche prima e siamo con te anche adesso, avevi ragione tu, scusaci tanto”.

Per i funerali Genova si ferma, partecipano oltre 250mila persone, parla Luciano Lama, segretario generale della CGIL, che ammette la solitudine di Guido Rossa “se quel gesto di coraggio civile non fosse rimasto troppo isolato forse la vita di questo nostro compagno non sarebbe stata spezzata”.

Presenzia pure Sandro Pertini, presidente della Repubblica, che si reca dai “Camalli” del porto di Genova, dove il terrorismo trovava più di una simpatia e saltando sulla pedana così si rivolse a chi lo stava ascoltando: “Non vi parla il Presidente della Repubblica, vi parla il compagno Pertini. Io le Brigate Rosse le ho conosciute: hanno combattuto con me contro i fascisti, non contro i democratici. Vergogna!”. 

Cambia il vento per le Brigate rosse, che non hanno ucciso quella spia, come insisteva a sostenere Riccardo Dura, ma un operaio, un sindacalista, un comunista. Le parole di Pertini interpretano pure il pensiero degli operai presenti ai funerali e dei colleghi di lavoro di Guido Rossa.

Le brigate rosse noi le ricordiamo durante la resistenza per ricordare ciò che hanno fatto per liberare il Paese, adesso hanno infangato quel nome, credo che questo atto disperato sia proprio la fine” e ancora “è toccato a lui ma poteva toccare a un altro perché quando sta gente che si dicono brigate rosse ma che per me potremmo benissimo senza sbagliare chiamarle brigate nere, quando si mettono a sparare, colpiscono così. Hanno voluto fare una prova per vedere se la città reagiva, se la classe operaia reagiva e in che modo. Questa è la dimostrazione che nessuno è con queste brigate nere, che si dicono rosse” ma soprattutto “I terroristi possono attaccare finché vogliono la classe operaia ma la classe operaia avrà sempre la forza e le armi per rispondere, rispondere sul terreno della democrazia, rispondere con la forza che deriva dalla consapevolezza di essere sulla strada giusta. Fino a quando avremo questi lavoratori che resteranno in piedi, resteranno uniti, credo che il terrorismo non riuscirà a passare nel nostro paese”.

E dalle parole di uno dei colleghi di fabbrica emerge anche un’ulteriore descrizione di Guido Rossa in vita e non un santino del martire politico: “Ha ragione Fortebraccio oggi sull’Unità, quando dice che con Rossa hanno ammazzato la democrazia. Sono convinto che la vera essenza di democrazia è da noi in fabbrica. Sono un credente e sono arrivato al partito attraverso l’opera di convincimento che ha saputo fare in stabilimento un non credente, come Rossa. Rossa era un uomo completo, era silenzioso come le sue montagne ma aveva il buon senso delle scalate che faceva e faceva un passo alla volta, faceva del bene”.

Giovanni Pelosio
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