Il Panfilo racconta – 5 febbraio 2024

Guida galattica al Sei Nazioni e dintorni - Ep. 2: Fields of Athenry, Ireland

Avete presente l’Orco? Sì proprio quell’orco di Sébastien Chabal, quello che metteva paura un po’ a tutti, uno da oltre sessanta presenze con la maglia della Francia. Un duro, uno che trasformava anche i terzi tempi in battaglie campali. Ebbene, c’è un momento della sua carriera in cui Chabal, l’Orco, si è smarrito. E’ il 25’ di Munster – Sale Sharks a Thomond Park, Limerick, per intendersi la città delle Ceneri di Angela. Tutto lo stadio, in un momento di pausa della partita, inizia a cantare 

By a lonely prison wall, I heard a young girl calling, 

“Michael, they have taken you away 

For you stole Trevelyan’s corn So the young might see the morn 

Now a prison ship lies waiting in the bay”

è la popolarissima Fields of Athenry, Chabal si volta, ascolta, lo sguardo perso nel vuoto, il compagno di squadra e capitano della Scozia, Jason White, ha un’espressione che è tutto un programma, respira profondo, il gigantesco pilone Sheridan si fa volta di qua e di là, perché tutto Thomond Park, uomini, donne, bambini e bambine stanno recitando quella poesia cantata, che interpreta al meglio il motto “our home, our people”. Inutile che vi spieghi come finì quell’importantissima partita di Heineken cup, ma sì ve lo dico: tanto a poco per gli irlandesi. 

Il rugby in Irlanda è un’esperienza musicale. La nazionale e le quattro franchigie irlandesi che militano nel torneo denominato United Rugby Championship (URC), hanno la loro canzone della tradizione popolare, che si alza dalle tribune dei rispettivi stadi, o che i tifosi intonano nelle trasferte all’estero.

I sostenitori di Leinster canteranno allora Molly Malone, quelli di Munster e Connacht Fields of Athenry, quelli di Belfast The black velvet band e poi tutti assieme, indossata la maglia verde, torneranno a intonare quel Fields of Athenry, che dalle parti del fiume Liffey è usata pure come un antidoto all’haka, Ka Mate o Kapa o’pango che sia, quando gli All Blacks rendono visita alla nazionale del trifoglio.

Dublino è legata indissolubilmente al rugby, lo è per la nazionale, ma pure per la formidabile franchigia del Leinster, senza dimenticare le favolose squadre dei college come il Blackrock o l’Old Belvedere, autentiche fucine di talenti. 

Lo stadio entrato nella leggenda è senza dubbio quello che ci ostineremo a chiamare Lansdowne road, sebbene, dopo la sua completa riedificazione, adesso venga indicato come Aviva stadium. Lansdowne road, con la celeberrima fermata della Dart situata sotto la tribuna, che tremava al passaggio del treno, con le sue panche in legno, con la casetta del guardiano, è stata una delle destinazioni desiderate e poi raggiunte dai tifosi italiani con l’ingresso degli azzurri nel Sei Nazioni.

Se siete cresciuti ascoltando gli U2, guardando il film The Commitments e commuovendovi per le due storiche vittorie dell’Italia con l’Irlanda, prima di essere ammessi al Sei Nazioni, Dublino non poteva che essere l’approdo sognato.

Il vecchio Lansdowne road appariva dopo una camminata di buoni 40’ da O’Connell Street,  utili in ogni caso per fermarsi a gustare qualche pinta di Guinness strada facendo, man mano che ci si avvicinava al tempio del rugby irlandese e le pareti dei bar (c’è questa cosa che in Irlanda i bar si chiamano sovente bar, non sempre pub e non concedono nulla alla fantasia, nella maggior parte riportano il cognome del titolare e stop) si facevano sempre più verdi, ricoperte di sciarpe, maglie e cimeli.

Allo stadio, poi, se avesse fatto particolarmente freddo, ci si poteva riscaldare con un brulé di whiskey, dal carattere piuttosto deciso.

L’Aviva Stadium è senza dubbio una meraviglia ed era impensabile poter frequentare ancora per molto le tribune con le panche in legno al posto dei seggiolini, o con la visuale parzialmente ostruita; a noi, per esempio, capitò di non vedere un’area di meta. Tuttavia, quel vecchio impianto, che trasudava storia di imprese sportive, di pomeriggi di pioggia e vento, un qualche rimpianto l’ha lasciato.

L’Aviva Stadium è probabilmente il miglior stadio per il rugby che mi sia capitato di vedere, comodo da raggiungere con i mezzi (vi fate due pinte al Celt in Talbot Street, salite sulla Dart a Connoly station oppure a Tara station e in un attimo arrivate esattamente sotto lo stadio). Visibilità perfetta, bar ovunque, bagni puliti, l’Aviva è uno stadio pensato da rugbisti per rugbisti. In zona merita una birra la club house del Wanderers FC, club che milita nella seconda divisione irlandese.

Il terzo tempo nella zona di Lansdowne road è senz’altro notevole, se sarete fortunati e troverete posto, un salto va fatto al The Bridge, un pub di proprietà dei fratelli Kearney, di Haskell e O’Brian, quattro leggende del Leinster e della nazionale irlandese.

Nel periodo in cui l’Aviva Stadium è stato in ristrutturazione, il rugby ha giocato al Croke park, la casa degli sport gaelici. Che Croker, come viene anche chiamato, venisse prestato alla palla ovale non è stata cosa scontata, perché la Gaelic Atheltic Association ha dovuto valutare se quello sport, considerato a tutti gli effetti britannico, meritasse di calcare il prato che è stato teatro della prima Bloody Sunday, quella del 21 novembre 1920, quando, durante la partita di calcio gaelico tra Dublino e Tipperary, morirono dodici persone, compreso Michael Hogan, il capitano del Tipperary, per mano della polizia ausiliaria del Regno Unito. Per consentire ai rugbisti di calcare il prato del Croker ci fu una votazione all’interno della GAA, che necessitò della maggioranza qualificata dei due terzi degli aventi diritto e che diede esito favorevole.

Croke Park è imponente, le tribune sono talmente irte che talvolta, nei biglietti dei posti a sedere più in alto, vengono avvisati gli spettatori che potrebbero soffrire di vertigini. Chiaramente, ascoltare qui, in questo stadio, ripensando al 21 novembre 1920, Fields of Athenry, ha tutto un altro sapore. Fields of Athenry è una canzone popolare, particolarmente nota nella versione dei Dubliners, che affonda le proprie radici nella grande carestia della metà del diciannovesimo secolo.

A Dublino c’è un terzo stadio piuttosto celebre, la Royal Dublin Society Arena, dove il fenomenale XV del Leinster gioca le proprie partite. Un terreno che ha visto le gesta di atleti straordinari, come Brian O’Driscoll o Jonathan Sexton, solo per citare un paio di coloro i quali maggiormente si sono illustrati su quel tappeto verde.

Dublino è senz’altro musica, rugby e pub. Alcuni sono straordinariamente belli, altri sono incredibilmente popolari. Il Temple Bar va visto, è vero che è un posto da turisti, ma noi cosa siamo? In ogni caso, ciascun turista, rugbista o meno, avrà i propri pub preferiti, chi scrive un tempo ha apprezzato particolarmente l’O’Neills, esattamente di fronte alla statua di Molly Malone, perché aveva un ottimo self service, che però nella mia ultima visita non ho più trovato ed è stato sostituito dalla classica cucina da pub, preconfezionata. The Celt, autentica leggenda in Talbot Street  per la musica tradizionale e la Guinness (anche lo stufato alla Guinness è apprezzabile) e poco oltre The Confession box, in Marlborough street, poco più grande di un confessionale. Se la vostra passione sono i Dubliners, merita O’Donoghue’s. In Great George’s street the Long hall è molto bello ed elegante, mentre nei paraggi Grogans è un posto da battaglia, con Guinness quasi da encomio e sandwich più che mangiabili.

Galway è una cittadina con una vivace vita universitaria, adagiata sull’acqua, con gli edifici del centro piccoli e colorati e con lo Sportsground. In attesa della sua completa ristrutturazione, lo stadio dove gioca il Connacht a prima vista non ruba l’occhio. Circondato da abitazioni, lungo i due lati corti non presenta tribune, ma due stretti prati da dove i più giovani assistono alla partita; verso nord est c’è una tribunetta, alle cui spalle si trova l’edificio con gli spogliatoi e una sorta di club house, dove bere qualche pinta al riparo, in caso di pioggia.

Dall’altro lato si staglia, invece, la tribuna più nuova ed elegante, con ristorante annesso, dedicata soprattutto alle greyhound races, insomma, alle gare di cani, con ampia sala per le scommesse, con bar per mangiare e bere qualche birra.

Tutto attorno al campo da rugby c’è, infatti, la pista per le gare dei levrieri e quelle di Galway sono tra le più attese e seguite di tutta l’isola.

La partita allo Sportsground è un’esperienza da provare, magari in un pomeriggio di pioggia orizzontale, insistente a tal punto che a nulla serve, per ripararsi, neppure sedere nell’ultima fila di seggiolini della tribunetta coperta. Il Connacht è cresciuto moltissimo nel corso degli anni, tanto da vincere lo United Rugby Championship (all’epoca ancora Pro12, senza le franchigie sudafricane) nel 2016. Il pubblico spinge letteralmente i beniamini di casa, che entrano in campo passando nel mezzo della tribunetta coperta, percorrendo di corsa il breve tratto che separa gli spogliatoi dal terreno di gioco.

E’ ancora un rugby spartano, non sono previste panchine con copertura, neppure in caso di pioggia: per le riserve, due panche di legno, al massimo una coperta e via andare.

Inizialmente Connacht era nata come la squadra dove far crescere i giovani talenti, per poi ricondurli alle altre tre Province, però, nel corso del tempo è cresciuta a dismisura, inserendo qualche straniero collaudato, come Bundee Aki, in un gruppo monolitico, oppure pescando stranieri con antenati irlandesi, come il fenomenale Mack Hansen. Vincere allo Sportsground è divenuta davvero un’impresa di questi tempi.

Finiti gli 80’ di rugby, consiglio caldamente una birra nel post partita, non tanto per la bellezza della club house, ma perché, terminati i rimbalzi della palla ovale, il tempo di sistemare la pista ed ecco che i protagonisti diventano loro, i cani. E’ un’esperienza che  va vissuta, perché si tratta davvero di un momento sentito da parte dei cittadini di Galway. A bordo pista, dalla parte della tribuna più nuova, vedrete nonni, bambini, coppie più o meno giovani, gruppi di amici e amiche, che assisteranno alle corse, giocheranno qualche euro sul favorito, mangiando un hamburger e sorseggiando una pinta.

Noi puntammo tutto su Monroe e per quella sera le Guinness ce le pagò proprio quel bellissimo levriero.

Prima e dopo la partita Galway saprà come divertirvi e rifocillarvi, il centro cittadino è un reticolo di vie più o meno grandi, dove troverete disseminati una grande quantità di pub meravigliosi. Qualche nome? The Dail Bar, The Quays e, per il fish and chips, è molto popolare anche tra i locali McDonagh’s, tutti e tre nel giro di qualche metro.

Un ultimo suggerimento, se avete tempi ristretti e non ve la sentite di noleggiare un’auto o di affrontare un viaggio più o meno lungo in autobus da Dublino, su consiglio di un amico irlandese abbiamo volato sull’aeroporto di Knock e da lì, con un trasferimento di un’ora scarsa in furgone, siamo arrivati a Galway. 

Soluzione economica e tutto sommato rapida, magari cercando lo scalo meno lungo su Londra.

Grigio, verde e rosso. Questi i colori di Cork e del Musgrave Park, conosciuto ai giorni nostri, per ragioni di sponsorizzazione, come Irish Indipendent Park. Si tratta di un piccolo impianto, situato a Ballyphehane, un sobborgo della principale città della provincia di Munster, che affonda le origini a cavallo tra il 1930 e il 1940. Lo stadio ha una bella tribuna centrale, due standings sui lati dietro le porte, ossia quelle vecchie tribunette dove si sta solamente in piedi e poi una più piccola tribuna coperta sul lato est.

Qui il Munster gioca le partite meno importanti di United Rugby Championship, mentre i match clou e quelli di Champions cup li gioca al celeberrimo Thomond Park di Limerick, ma nel passato questo prato ha visto la provincia affrontare gli All Blacks e per due volte l’Australia, l’ultima nel 1992, quando i campioni del mondo furono sconfitti in una memorabile partita, i cui ricordi campeggiano nella splendida club house.

In una fredda giornata di primavera, il Musgrave Park, che prende il nome da Jimmy Musgrave, ex presidente della federazione irlandese, si presenta con il cielo grigio, il verde delle colline poste a sud che si unisce al verde del meraviglioso campo da gioco, con le tribune rosso fuoco a ricordare che si è nella casa del Munster.

I giocatori di Munster, autentiche leggende, come il capitano della nazionale irlandese e dei British and Irish Lions, Peter O’Mahony, o il granitico seconda linea Donncha O’Callaghan,  se ne vanno a piedi dallo stadio, non prima di esser passati a salutare alla club house i vecchiotti che se la raccontano, guardando dai finestroni il campo, ricordando quando erano loro a correre, portare il sostegno e segnare per Munster.

A Cork capita anche di assistere alla seduta di allenamenti sui calci piazzati improvvisata all’esterno dello stadio, in un campetto attiguo, da Ian Keatley, passato pure per Treviso, che messa da parte la borsa da gioco, insegna i trucchi del mestiere ai piccoli tifosi che lo ascoltano adoranti.

La club house, poi, è una delle più belle finora viste: è il salotto buono dei Dolphin Rfc, autentici padroni di casa al Musgrave Park. C’è un piano terra con cimeli e comode poltrone e un primo piano, con il bancone per la birra, ancora foto, ancora maglie, scarpe, ricordi, i finestroni che danno sul campo.

Cork è una città visitabile comodamente in un weekend, non straordinariamente bella, ma con carattere. Notevole l’English market, dove godere di una perfetta Irish breakfast, con prodotti freschi, molto affascinante The Mutton Lane Inn, imperdibile il Sin E’, favoloso ancorché piccolo pub, notissimo in tutta Irlanda per essere uno dei luoghi dove si suona la miglior musica tradizionale dell’isola. 

Il pallone ovale, rimbalzando un po’ di qua e un po’ di là, termina per il momento la propria corsa irlandese a Belfast. Non sveliamo nulla di nuovo nel dire che la vecchia Belfast dei Troubles è forse storia passata (la cautela non è mai troppa e ogni tanto qualche mormorio c’è ancora), ma le zone come Falls Road e Shankill Road di questi tempi sono, grazie al cielo, soprattutto un richiamo turistico. Meritano senza dubbio una visita, magari a bordo di un autobus a due piani, oppure con i tassisti, così come una riflessione va fatta su ciò che è accaduto e possibilmente due parole con qualche persona di Belfast vanno scambiate. 

Su Belfast sono stati investiti ingenti capitali, la città è moderna, pulita, un punto di partenza interessante anche per le visite all’Ulster, intesa come provincia e alla contea di Antrim, fino al Giant Causeway.

Rugbisticamente parlando Belfast è il Ravenhill stadium. Oggi completamente ricostruito, per ragioni di sponsor si chiama Kingspan Stadium, ma quel catino è passato alla storia per essere il mitico Ravenhill, dove l’Ulster, intesa come formazione di rugby, ha costruito le sue più grandi imprese sportive.

Innanzi tutto, lasciatemi sottolineare che come mangerete a Ravenhill, non mangerete in nessun stadio del Regno Unito e della Repubblica d’Irlanda. L’impressione maturata al culmine di una prima visita, è stata confermata anche dall’ultimo viaggio, avvenuto a qualche anno di distanza, per cui se anche andate alla partita affamati, troverete di che sfamarvi.

Ravenhill ha ospitato due match dei mondiali di rugby, rispettivamente del ’91 e del ’98, ma è uno dei monumenti della palla ovale per le clamorose imprese che l’Ulster lì ha realizzato. Tra la formazione dell’Ulster e il suo territorio c’è una grande correlazione e una grande affezione, la tradizione vive nelle maglie bianche e rosse e quando, sulle note di Go West dei Pet Shop Boys, i 18mila di Ravenhill intonano Stand up for the Ulstermen, la scintilla per la battaglia sportiva è ormai pronta a scoccare.

Ravenhill si raggiunge con i mezzi pubblici, oppure ancor più semplicemente con una corsa in taxi, che potrete prendere appena fuori dal meraviglioso The Crown bar, un elegantissimo e decorato pub, senza musica, senza televisioni, solamente dedicato alle chiacchiere e a qualche brindisi, dove i tifosi dell’Ulster si ritrovano nelle giornate delle partite, usciti dal lavoro, per sorseggiare un paio di pinte e poi dirigersi allo stadio.

Una curiosità, The Crown bar sta esattamente dall’altra parte della strada rispetto all’Hotel Europa, che ha il non invidiabile record di albergo più bombardato del Vecchio continente. Durante i Troubles, dal 1971 al 1994, ha subito ben trentasei attacchi esplosivi. 

A Belfast si mangia bene e si beve altrettanto bene. Indimenticabile e imperdibile, per ciò che rappresenta per la comunità cattolica e per la musica che vi ci si può ascoltare, è il mitico Kelly’s cellar, dove si trovavano a cospirare gli United Irishmen di Theobald Wolfe Tone, sul finire del diciottesimo secolo.

Ottimo per la qualità delle carni e per i prezzi contenuti The Morning Star, in Pottingers Entry, mentre per ascoltare musica live e far un po’ di festa di quella giusta, che da quelle parti chiamano “craic”, il Dirty Onion in Hill Street farà al caso vostro.

Domenica l’Italia gioca a Dublino e non gioca solamente contro le maglie verdi dell’Irlanda, ma contro l’isola unita, perché l’Irlanda è unita solamente nel rugby, cattolici e protestanti, repubblicani e unionisti sotto la stessa bandiera. 

Quello irlandese è un movimento rugbistico straordinario, che ha una struttura di sviluppo del tutto particolare, che affonda le proprie radici nell’attività scolastica, che cresce giocatori di livello eccelso senza soluzione di continuità.

Tendete l’orecchio, ascoltate dalle tribune quel canto 

low Low lie the fields of Athenry
where once we watched the small free birds fly our love was on the wing we had dreams and songs to sing
It’s so lonely ‘round the fields of Athenry” 

c’è l’isola color Smeraldo che spinge in mischia, arrivano gli irlandesi, da tutte le parti.

Giovanni Pelosio
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