Tentabundi – 5 febbraio 2024
Ciao Antonio
Con un piccolo gruppo di amici, fratelli, ci ospitiamo vicendevolmente nei posti del nostro cuore e li attraversiamo raccontandoci storie di quei posti e storie nostre.
Nell’autunno di qualche anno fa, organizzando per il mio turno una giornata selvaggia sul San Mauro, mi trovai nella necessità di individuare un sentiero che raggiungesse velocemente la valle di San Martino dalla cima del San Mauro che avremmo raggiunto, se tutto andava per il verso giusto ad un’ora tarda, forse anche col buio.
Scendere per la chiesetta e poi a Arson con la prospettiva poi di tagliare a destra e raggiungere Lasen e poi scendere….veniva troppo lungo anche a pensarlo.
Percorrere il troi de Guarda verso occidente fino alla spalla che sale sopra Solferino ed addentrarsi nel versante della valle di San Martino, percorrendolo per una sottile traccia tra i faggi e poi i noccioli, fino ad una valletta (tu ne conosci certo il nome) e, individuatala, buttarsi giù tra uno slargo ripidissimo di erba secca fino a trovare un filo di sentiero che disegna tornanti stretti, raggiungere più di cento metri di dislivello più in basso una parete marcia che si sfascia invadendo l’invaso, filare a sinistra attraverso uno stretto passaggio tra due lame di roccia, le Canesele, e poi via per cenge fino a Solferino meritava una gamba più fresca.
Avrebbe richiesto sicuramente una concentrazione che avremmo speso già per compiere la traversata precedente, non avremmo potuto permettercelo, e sarebbe stato un problema in più anche per le nostre teste da portarci dietro durante l’attesa della spedizione che ci bruciava, che bruciava soprattutto me in quanto ospitante e organizzatore, e poi per l’escursione stessa.
Avevo provato passaggi alternativi ma nessuno prometteva una soluzione facile, risultando fin dal principio tracce esili e interrotte in ambiente roccioso.
Ma pensavo da tempo che doveva esistere un sentiero agevole che raggiunge i prati del San Mauro da Lasen.
Quando salivano lassù per lo sfalcio i contadini avevano la necessità di portarsi appresso attrezzi e vettovaglie in abbondanza per permanenze di vari giorni: con la conoscenza che possedevano di quei luoghi avevano sicuramente individuato il passaggio più agevole e probabilmente avevano lavorato di pala e piccone fino a renderlo comodo ed individuabile, almeno per buoni tratti, ancora adesso.
Pure da tempo osservavo dal basso la montagna cercando il punto debole tra quelle paretine di roccia inframmezzate da frequente boscaglia: passare si passa dappertutto, ma passare con un senso, non capivo quale.
Un mattino lasciai l’auto in piazza a Lasen, puntai dritto Solferino e poi Salina, salii il pratino girando attorno alla cima del pino secco che occludeva il sentiero nascente e su: il programma era di salire alla base delle prime rocce e infilarmi in ogni canalino indagandone il fondo.
Qui arriva il pezzo eroico dove sbuffo tirandomi su per le lespe secche, raspo su roccette con perfetto stile di arrampicata mineral-vegetale, resto appeso a carpini ritorti come una sopressa, impreco potentemente.
Mi risulta evidente che quello che cerco dovrebbe risultare facilmente individuabile ma non voglio trovarmi a pensare che forse l’ho mancato e tornare indietro.
Per una volta voglio far le cose con precisione.
Finalmente trovo una traccia che sale decisa e si infila in una stretta vallecola, in parte rocciosa.
Il sentiero è uno spettacolo che ho dentro, sa di storia passata e di presente soddisfazione.
Offre anche, da un pulpito erboso, una vista nuova della chiesetta.
Sbuca obliquando potentemente, stemperando l’ascesa erta con un taglio più veloce sui prati, a tratti si sporge vertiginoso sulla distesa di erba secca e raggiunge il troi de Guarda proprio sulla verticale di Solferino.
Eccolo!
Vittoria!
E permettetemi subito di chiarire una cosa: non sono un alpinista, son un contadino che va in montagna, ma quel sentiero lo sconsiglio a tutti.
Son posti che basta uno scivolone e si va giù come sassi.
Non lo racconterei se l’ultima volta che ci son passato non lo avessi visto indicato da una freccia, ecco, se volete seguirla seguite lei, non me.
Dissetatomi pacifico mi distesi sull’erba godendomi il panorama.
Quando iniziai a scendere per dove ero salito pensai che mi sarebbe tanto piaciuto raccontare a Antonio della mia scoperta.
Gli avevo accennato che stavo cercando un passaggio ma lui era restio a descrivermi sentieri che potevano mettermi nel pericolo.
Anch’io alla fine preferivo trovarli da solo, ma mi piaceva anche buttar lì frasi e strologare sulle sue espressioni, in cerca di approvazioni tacite o smorfie dissuasive.
Più scendevo più cresceva la voglia di raccontargliela questa.
E più mi preoccupavo di come l’avrei travolto con la mia sciocca foga.
Mi spiaceva ciarlare a vanvera, come mi succede spesso, con lui, perché mi distoglieva dalle sue parole, sempre caute e precise.
Ma intanto volevo vederlo, mi sarei fin fatto coraggio a bussare alla sua porta quel giorno.
Non servì.
Lo trovai fuori casa con la moglie.
Ci sedemmo sulla panchina, Meri mi offrì l’uva della pergola e, dopo brevissimi convenevoli limitati dalla mia gioia evidente e dalla sua curiosità, esordii:
-Ades te conte an troi che gnen do dal San Mauro che ò catà ancoi e che ti no te sa-
-Dime…-
Sorrise divertito, mi perdonò la sfacciataggine paziente, e si sorbì il racconto della passeggiata.
Quando finii mi disse:
-Bravo, te à catà el troi da Musse. E ades ten conte n’antri trei.-
Qualche giorno dopo col buio pesto, dopo esserci dissetati avidamente alla fontana in piazza, ci presentammo in quattro alla sua porta per salutarlo di ritorno dalla gita.
Si complimentò vivamente, ma quello che cercavo era altro.
Volevo dirgli col linguaggio delle azioni che anch’io amo la terra che calpesto.
E che vederlo era fonte di gioia, pacatezza, sapienza.
Ciao Antonio,
Gianugo
