Attualità – 5 febbraio 2024

Caos cittadinanze - Perché lo ius sanguinis non funziona

Nelle ultime settimane il caos cittadinanze è tornato agli onori di cronaca.
In particolare, alcuni sindaci della nostra provincia hanno alzato la voce denunciando come i loro servizi demografici sono paralizzati da centinaia di richiesta di riconoscimento di cittadinanza provenienti dal Sud America ed in particolare dal Brasile.
Dati alla mano, negli ultimi vent’anni la nostra Repubblica ha concesso a circa un milione di brasiliani, argentini e sudamericani di diventare cittadini italiani. Inoltre, ad oggi sono 150 mila le pratiche in Veneto in attesa di essere evase. Numeri davvero considerevoli.

Per quali ragioni vi è un numero così vasto di richieste? Perché il diritto italiano, attraverso la legge 91 del 1992, prevede la possibilità di acquisire la cittadinanza per discendenza, iure sanguinis (“diritto di sangue”): questa legge stabilisce che la cittadinanza italiana può essere trasmessa dall’ascendente italiano/a ai figli, in concatenazione, senza limiti di generazioni. Ciò comporta che potenzialmente hanno diritto alla cittadinanza italiana 80 milioni di persone nel mondo, in quanto discendenti di italiani di seconda, terza, quarta o quinta generazione, che discendono in linea retta da cittadini di origine italiana emigrati all’estero.

Da ciò viene a determinarsi una difficoltà oggettiva per i comuni. Un problema burocratico legato alle difficoltà di erogare i normali servizi perché oberati dalle richieste provenienti d’oltreoceano, e che colpisce soprattutto i comuni più piccoli. Ma davvero il problema è solo questo? La questione nel suo insieme merita una riflessione, perché più articolata e profonda di quella prettamente operativa emersa in questo periodo.

Innanzitutto, è evidente che ottenere un passaporto italiano non implica automaticamente l’intenzione di tornare in Italia da parte dei richiedenti, anzi, talvolta è l’ultimo dei loro pensieri quello di rientrare nel paese degli avi. Gli italo-discendenti che provengono dal Sudamerica, ed in particolare da paesi dove purtroppo instabilità politica, economica e sociale troppo spesso regnano sovrane, hanno come principale obiettivo emigrare ed allontanarsi per cercare riparo soprattutto negli Usa o in Europa.
Ovviamente, migrare con un passaporto europeo anziché con un passaporto argentino, brasiliano, venezuelano, permette l’accesso diretto senza restrizioni nel vecchio continente ma anche ottenere più facilmente il visto per gli Stati Uniti d’America o l’Australia.
Come riportato da La Stampa in un articolo del 2017 questa condizione è risaputa a livello internazionale, tanto da aver provocato una protesta da parte del governo statunitense dove in una nota indirizzata al nostro esecutivo a suo tempo affermò che: «queste persone sono sudamericane ma hanno tutte i documenti italiani, ne state concedendo troppi».

A ragion veduta, questo nostra ius sanguinis, una legge a tal punto ampia e tollerante per i discendenti italiani, stride sempre di più se rapportata con l’assenza nel nostro ordinamento di una norma per cui a migliaia di bambini nati e cresciuti in Italia è negata la cittadinanza.
Ius Soli, Ius Scholae, Ius Culturae sono argomenti “dedicati”, soprattutto dal punto di vista politico. Tanti sono stati e tanti saranno i dibattiti e le alzate di scudi, soprattutto da parte dei partiti di destra contrari a qualsiasi nuova grammatica ed estetica dell’italianità. Concentrati a buttare in caciara ogni razionale ragionamento pur di non affrontare un problema reale, in Italia si preferisce far propaganda e pensare al tornaconto elettorale, anche sventolando tesi e teorie legate ad una presunta sostituzione etnica, facendo finta di non vedere una realtà italiana che esiste ed è una priorità.

Nel frattempo, i nostri figli e nipoti tutti i giorni vanno all’asilo e a scuola, all’allenamento di calcio o la parco giochi senza porsi neppure il dubbio se il compagno di banco o l’amico di giochi abbia la pelle scura, gli occhi a mandorla, indossi il velo o il turbate, perché nella loro naturalezza vedono un bambino come loro.
Chiudo con una domanda di per sé banale, ma la cui risposta, stando ai fatti, non risulta così scontata: è più italiano chi è nato all’estero, non parla la nostra lingua, non ha mai visto l’Italia ma ha un trisavolo italiano, o un ragazzo che è nato e studiata qui?

Manuel Sacchet
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