Il Panfilo racconta – 12 febbraio 2024
La tigre e i gelidi mostri - La strategia della tensione e la ferite ancora aperte
La domanda che mi sono posto rientrando a casa, dopo aver ascoltato Gianfranco Bettin e Maurizio Dainese, protagonisti a Belluno della presentazione della loro ultima fatica “La tigre e i gelidi mostri”, edito da Feltrinelli, con l’organizzazione di Insieme per Belluno – Bene Comune e la moderazione di Marco Perale, è la seguente: al termine degli anni che, per sintesi, chiameremo gli anni della strategia della tensione, coloro i quali si riconoscono nei valori antifascisti della vigente carta costituzionale possono ritenersi vincitori o sconfitti? Ne siamo forse usciti con un pareggio?
E ancora, è corretto ridurre così semplicisticamente, a un segno da schedina del totocalcio, una stagione tanto complessa? È forse mancanza di rispetto per le vittime degli anni di piombo? Il senso non vuol essere quello, evidentemente, di ridurre a banalità una realtà tanto ingarbugliata, quanto sofferta, ma l’intenzione è di cogliere l’occasione fornita dalle riflessioni scaturite dalla conferenza di Dainese e Bettin e dalla lettura del loro ultimo libro, per una valutazione che non ha l’ambizione di essere complessiva, ma di suscitare interesse anche nel lettore del Panfilo.
Quella di Dainese e Bettin di fatica davvero si tratta, perché gli autori hanno letto e riletto le 280mila pagine dei processi, hanno incontrato finanche quattordici volte dei testimoni oculari degli anni di piombo, hanno confrontato documenti e alla fine hanno aggiunto nomi e luoghi a tre vicende fondamentali della storia repubblicana del nostro paese, che sono piazza Fontana, piazza della Loggia e la stazione di Bologna.
Lo scenario d’insieme è senza dubbio quello del post conferenza di Jalta, con la presenza in Italia del più forte Partito comunista oltre Cortina di ferro.
Il contorno è quello delineato dalle teorie filosofico politiche di Julius Evola e della volontà di ristabilire un “ordine… nuovo” in Italia, ma anche quello dell’ingerenza massiccia del patto atlantico sul nostro Paese. Il contenuto è quello della tigre del cambiamento, delle istanze riformiste che animavano l’Italia del secondo dopoguerra e del boom economico, con le riforme agrarie, urbanistiche, del mercato del lavoro a prospettare uno sviluppo diverso e migliore.
Nella storiografia del periodo si colloca l’inizio della strategia della tensione a metà anni Sessanta, con il piano Solo del 1964 e il convegno sulla guerra rivoluzionaria dell’Hotel Parco dei principi a Roma del 1965, ma Maurizio Dainese arretra la data di inizio con la strage di Portella della Ginestra, del 1° maggio 1947, a significare che non è mai stata una questione solo di politica interna, ma una commistione di politica interna ed estera, militare, malavitosa, lobbistica.
Dainese, a più riprese, ha sottolineato come siano maturi i tempi e la conoscenza di ciò che è accaduto per poter sostenere che non di servizi segreti deviati si tratti ma essenzialmente di servizi tout court. Perché la strategia della tensione attuata in Italia riguardava un preciso disegno politico e militare, che era stato pensato e attuato dalle più alte cariche dello Stato e da ampi settori dello Stato stesso, con il silenzioso ma penetrante lavoro dell’Ufficio affari riservati del famigerato Federico Umberto D’Amato, per condizionare l’opinione pubblica, per costringerla a sentire un bisogno di ordine, per l’appunto un “ordine nuovo”, al cospetto della minaccia o presunta tale rappresentata dal comunismo e dalla tigre del cambiamento.
Del resto, ha ribadito Gianfranco Bettin, se pensiamo che l’attuale presidente del Senato, Ignazio Benito Maria La Russa, seconda carica dello Stato, è stato responsabile regionale del Fronte della Gioventù, che fu al fianco del Movimento sociale italiano, organizzatore di quella manifestazione di piazza milanese del 12 aprile 1973, quando vennero lanciate due bombe a mano, una delle quali uccise il poliziotto Antonio Marino, come possiamo credere che sugli anni della strategia della tensione possa esserci una visione condivisa, chiara e limpida di ciò che è accaduto.
Non è un caso, ha osservato Bettin, se di tanto in tanto da destra viene rilanciata l’ipotesi del terrorismo palestinese per la strage alla stazione di Bologna, nonostante le sentenze di condanna, a vario titolo, passate in giudicato nei confronti di Mambro, Fioravanti, Cavallini, Ciavardini e con il nuovo fronte processuale nei confronti dei mandanti e finanziatori, che sarebbero stati Gelli, Ortolani, D’Amato e Tedeschi.
Una strage a pagamento (con i famosi due milioni di dollari pagati da Licio Gelli), come è stato osservato dagli autori, che il terrorismo nero non vorrà mai ammettere di aver firmato, proprio perché a pagamento, ma che i processi gli hanno inequivocabilmente ascritto.
E non occorre, aggiungiamo noi, risalire all’amnistia del 1946, i cui strascichi comunque si fecero a lungo sentire, se è vero, com’è vero, che Sandro Pertini, all’epoca presidente della Camera, recatosi in visita a Milano, dopo la strage di piazza Fontana e la morte di Giuseppe Pinelli, si rifiutò di stringere la mano al Questore di Milano, che altri non era se non quel Marcello Guida che fu direttore del confino di Ventotene, durante il ventennio fascista.
In una famosa intervista del 1973, condotta da Oriana Fallaci a Sandro Pertini, il futuro presidente della Repubblica disse: “Noi avevamo creato elementi nuovi: questori non usciti dal fascismo o addirittura antifascisti, sa? Questori e prefetti che eran stati partigiani, su al nord. Ma lentamente, lentamente, il governo centrale di Roma ce li tolse. E rimise i vecchi arnesi, senza che noi riuscissimo a impedirlo».
«E il risultato è che oggi la polizia italiana è in gran parte fascista», aggiunse Oriana Fallaci.
E allora ecco che “La tigre e i gelidi mostri” svela il diretto coinvolgimento della stazione dei Carabinieri di Parona a Verona nella strage di piazza della Loggia, ecco il ruolo statunitense a Verona, ecco il nome inedito di colui che lasciò la borsa con l’esplosivo alla Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana quel 12 dicembre del 1969, o ancora chiarisce il numero dei neofascisti presenti alla stazione di Bologna il 2 luglio del 1980.
Quei gelidi mostri che hanno portato un attacco quasi mortale alla tigre del cambiamento, temuta dai reazionari, perché spinta da istanze di innovazione sociale, sul solco della carta costituzionale.
Il libro è dedicato alla memoria del Giudice istruttore Mario Amato, uno di quei servitori fedeli dello Stato e molti ce ne sono stati, che ha pagato con la vita, per non aver accettato la ricostruzione ufficiale e aver indagato fino a individuare il coinvolgimento di apparati statali di altissima rilevanza nelle stragi “nere”, perché stava per giungere “alla visione di una verità d’insieme, coinvolgente responsabilità ben più gravi di quelle stesse degli esecutori materiali degli attacchi criminali”.
Alla fine ce ne siamo andati rimanendo con questo grande quesito: hanno davvero vinto i gelidi mostri, o tutto sommato, come ha sostenuto Bettin, cercando di confortare l’auditorio, le conquiste sociali e civili degli anni Sessanta e Settanta ci consentono di sostenere che la tigre non è stata del tutto domata, ma che alcune istanze di quegli anni hanno raggiunto i risultati ambiti, a partire dagli importantissimi referendum vinti, due su tutti quelli sull’aborto e il divorzio.
Se la tigre del cambiamento allora non venne del tutto domata, ora, invece, ammoniscono Dainese e Bettin, le destre sanno cavalcare abilmente la tigre rappresentata dai nuovi fenomeni globali, dalle migrazioni di chi è spinto dalla volontà di assicurarsi se non un futuro migliore, quanto meno un futuro e dall’emergenza climatica, con una narrazione che ribalta la prospettiva e fa apparire migrazioni ed emergenza climatica un “complotto globalista”.
Torna ancora una volta il concetto di nazione, opposto al nemico globale, ossia colui che sta fuori i nostri confini. La difesa dei confini torna nuovamente a essere una priorità per i reazionari di tutto il mondo.
