Che cosa fa la gente tutto il giorno?

Di Peter Cameron

Adelphi
Milano, 2023

Questo libro, edito da Adelphi nel 2023 è, in realtà, una raccolta di racconti pubblicati singolarmente in numerose, e di svariato genere, riviste tra il 1984 e il 2023. Qui, proporrei di analizzarne in particolare uno, quello che mi ha maggiormente colpito, in modo tale da permettere al lettore di godere d’ogni narrazione. Potremmo dire anche in questo caso, come nella recensione di Vite Minuscole di Pierre Michon, che il tema centrale sono vite sbagliate, ovvero quelle vite normali, ordinarie, stravolte da un evento inaspettato. È una realtà molto simile alla nostra, per non dire identica ed esattamente come quest’ultima prende forma, si distingue, non tanto in base a delle scelte personali, ma in virtù di scelte obbligate, vincolanti, determinate da forze esterne che collidono, che stridono con i piani dettati dalla razionalità del vivere quotidiano.

Aria
La scena comincia fuori da un ascensore, la narratrice interna è la protagonista, Melanie Minor, che viene riconosciuta da un giovanotto. Melanie è un’attrice teatrale e ha recentemente recitato nel Dorian Gray. Le porte dell’ascensore vengono manualmente aperte dal ragazzo, poi chiuse, infine arriva al suo piano e scende. L’overture di questo racconto si chiude con un saluto gentile e cordiale. Entriamo, così, nel pensiero di Melanie, nelle circostanze che l’hanno portata lì, in quell’appartamento, a quel piano: sta andando dal suo amico Rudy, malato di AIDS e recentemente rimasto vedovo, che ha deciso di tornare nella sua terra d’origine: l’Iowa, nel quale la sua famiglia ancora vive. Tornare alla radici per rivivere una vita apparentemente tranquilla, serena, lontana dal trambusto newyorkese.

Aveva l’AIDS e aveva deciso di lasciare New York. Di tornare alle sue radici per condurre una vita semplice, tranquilla. Un anno prima era morto Michael, il suo compagno. Rudy aveva deciso allora di andarsene, ma gli ci era voluto un anno, un anno intero per sciogliere i legami con la sua vita newyorkese, e in quel periodo avevo notato come si ritirava in sé stesso mentre si sbarazzava di ciò che possedeva. Era come se, più che morire, volesse scomparire.

Melanie prova a sopprimere la felicità dovuta all’incontro con il ragazzo e al riconoscimento dei suoi meriti canori, si dirige, quindi, verso la porta d’ingresso dell’appartamento di Rudy: il rumore dei passi è ovattato dalla moquette – consiglio: leggete queste righe e chiudete gli occhi. Provate a focalizzarne l’immagine. Un lungo corridoio con il corrimano, la moquette verde scuro, una signora che cammina. Poof, poof, poof… – finché arriva alla porta nera con il campanello di fianco. Melanie non suona, bussa intimamente. Rudy apre. Melanie consegna dei garofani indiani arancioni, così sgargianti, così vivi da non doverne dissimulare il colore. Sembra quasi di entrare in una sorta di magica atmosfera nella quale due persone, mature ed adulte, si stanno per salutare. E però, facendolo, non necessitano di filtri, di rinnegare un pensiero umano o le proprie emozioni, no: terribile puro realismo. Rudy ha oramai svuotato la casa, si sente in dovere di offrire qualcosa alla sua amica. Nel frigo restano solo del succo di mela e mirtillo rosso, del formaggio e una bottiglia di champagne. Non ha nemmeno un vaso dove riporre i fiori e, così, Melanie svuota la bottiglia di succo nel lavandino, la riempie d’acqua quel che basta e ci mette metà garofani. La caratterizzazione che emerge di Melanie è quella del classico stereotipo di donna newyorkese (riferendoci alla cinematografia contemporanea): dinamica, impulsiva, schietta e lucida. Getta nel bidone della spazzatura i fiori in eccesso e propone di stappare la bottiglia di champagne. Rudy è inizialmente titubante, poi accetta. Brindano in soggiorno senza un vero apparente motivo. La scena segue lo sguardo di Melanie e ricorda alcuni passi in La cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda:

Nel soggiorno non c’era niente tranne il sole della sera che entrava dalle finestre e creava delle figure sul pavimento di legno. Ci siamo appoggiati al davanzale, a guardare il giardino di sotto, fra gli alberi sottili e forti. Credo siano degli alberi del paradiso ma non so perché li chiamino così.

Si torna al dialogo che, questa volta, naufraga nel passato: Melanie ricorda la prima sera che passò in quella casa, tanti anni prima, ricorda che l’appartamento versava nelle stesse condizioni, ricorda che mangiarono per terra. Rudy ricorda che v’era anche Michael. E Melanie aggiunge: «I morti io non li nomino mai, invece Rudy li include. Menzionarli mi sembra scortese. So che non dovrebbe essere così, ma per me lo è.» La scena si conclude con Melanie che chiede dove sia Gray, la gattina che le verrà affidata da Rudy per la vita. Il secondo paragrafo comincia a bottiglia terminata. I due amici di vecchia data escono a fare una passeggiata: parco o molo? Optano per la prima scelta.

Camminavano piano. Gli tenevo il braccio con entrambe le mani, per sorreggerlo e dirgli addio. Conosco Rudy da diciotto anni. Siamo stati, credo, la prima amicizia vera l’uno per l’altra. Almeno, lui lo è stato per me. Ci siamo conosciuti al college quando finalmente stavamo diventando noi stessi e siamo stati i primi a incoraggiarci a esserlo. E abbiamo continuato per molti anni. Io come cantante lirica e Rudy come violoncellista. Ora però io avrei seguitato a essere la stessa persona e magari a diventarne un’altra e Rudy no. O forse sarebbe diventato un altro molto presto, lontano da me, nell’Iowa. Gli tenevo il braccio con entrambe le mani, un tubo rivestito con una camicia, sottile, freddo e duro. 

Arrivano ad una fontana, Rudy le chiede del suo “melodramma”. Melanie, quasi fosse la Donna Elvira, strappata al chiostro, sedotta e poi abbandonata nel Don Juan, racconta il suo amore perduto per Thomas, un uomo ricco-sposato-potente rimasto vedovo a causa del suicidio della moglie. Thomas non le risponde, Thomas non la chiama, come se chiamarla o risponderle fossero atti di inaudita infedeltà alla memoria della moglie. Melanie torna a concentrarsi sulla fontana, poi chiede a Rudy di raccontare come sia l’Iowa. Da qui abbiamo una lunga digressione personale sulla vita di campagna, sulla natura – in particolare sulla crescita degli abeti – ed a proposito della sua casa materna. Spezza questa doppia drammaticità l’ingresso di un homeless che sciacqua delle bottiglie nella fontana. Il terzo paragrafo vede il rientro dei due a casa. Melanie cerca di recuperare la gatta dallo sgabuzzino che, non volendo farsi prendere ed in preda ad una sorta di trance, ulula e la graffia facendola sanguinare. Rudy scappa in camera e comincia a piangere. Melanie resta a tranquillizzare la gatta come se questa rappresentasse l’animo affranto dell’amico morente che sta per perdere, definitivamente, di vista. Melanie rimane lì, finché non si alza la buia notte. Poi Melanie bussa nella stanza di Rudy, lui risponde e le intima di andarsene. Prende la gatta, chiama un taxi e se ne va. Infine, Melanie, entra in casa, mostra la lettiera alla gatta per poi appisolarsi e svegliarsi, qualche minuto od ora più tardi, poco lucida. Beve un bicchiere d’acqua e compone il numero di Thomas.

«Thomas, ci sei? Non credo, anche se potrebbe essere, visto che è così tardi. Sempre che sia tardi. Magari ti ho svegliato. Lo spero proprio. Vorrei tanto che fossi in un posto dove posso parlarti». Mi sono interrotta per qualche istante. «No, non per parlarti,» ho detto «vederti, toccarti ».

Potremmo dire che questi racconti non abbiano in loro stessi nulla di eccezionale: il ritmo è estremamente veloce, composto per lo più da dialoghi diretti, con poche pause e riflessioni. Tuttavia, uno dei principali fili rossi che li lega è la mancanza di una vera e propria fine: vengono esposte le vicende dei protagonisti, brevi e coincidenti con l’arco temporale giornaliero, vengono ben indicati gli stati emozionali e le tensioni. Non hanno una vera e propria fine: questa, venendo sospesa, lascia al lettore l’amaro in bocca, nonché una condizione di incomprensibilità, quasi totale della vicenda. Non sappiamo cosa farà Melanie: andrà a trovare Thomas? cambierà vita? si occuperà solo del teatro e di coltivare il ricordo di Rudy che rappresenta Gray? Non sappiamo cosa farà Rudy: andrà davvero dai suoi genitori per passare gli ultimi tempi? Saranno, davvero, gli ultimi tempi della sua vita? Cosa si nasconde dietro a quel pianto finale? Tutte domande che restano inevase. E che, a parer mio, tolgono l’effettivo brio a delle storie belle, quanto impalpabili ed evanescenti.

Marco reato
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