Come D'Aria
Di Ada D’Adamo
Elliot, Lit Edizioni
Anno 2023
Secondo Martin Heidegger (Essere e Tempo) il nostro modo di rapportarci alla morte è quello di una possibilità. Sperimentiamo la morte come fatto altrui, lontano e distante, pervaso dalla chiacchiera, dal si muore impersonale che tende a rimuovere questa stessa esperienza dalla quotidianità del pensare soggettivo: non muoio, quindi, ma si muore, muoiono gli altri. Sempre per Heidegger, il concetto di vita autentica si ritroverebbe nell’angoscia data dal cogliere la nostra finitudine all’interno della cornice temporale. La vita autentica passa dal confronto del proprio essere, (dal confronto dell’Esser-ci), con l’angoscia della finitudine provocata, appunto, dalla morte (essere-per-la-morte). La domanda che viene da porsi è la seguente: perché questo essere macchiato dalla consapevolezza della propria finitudine è autentico? Per Heidegger le risposte sono molte e dipendono, per certi versi, dalla società (ricordiamo le tre figure del Dasein inautentico heideggeriano: la curiosità, la chiacchiera e l’equivoco) e dal ruolo che l’uomo stesso ha smesso di avere – Heidegger, in tal senso, sin dal primo paragrafo critica la storia della filosofia per aver decentrato la questione ontologica. Ma l’essere per la morte, essendo autentico, ha anche un potere disvelante, veritiero, parresiastico (da pan, tutto; rhema, ciò che vien detto). Il libro di Ada D’Adamo, Come D’Aria racconta proprio questo e lo fa in modo estremamente lucido, contornandolo dall’amore di una madre verso la figlia.
Sei Daria. Sei D’aria. L’apostrofo ti trasforma in sostanza lieve e impalpabile. Nel tuo nome un destino che non ti fa creatura terrena, perché mai hai conosciuto la forza di gravità che ti chiama alla terra. Gravità, che ogni nato conosce non appena viene al mondo. Gravità che il danzatore trasforma in arte quando dalla terra spicca il volo e quando alla terra torna, per cadere e di nuovo rialzarsi. Tu non sai lo splendore quotidiano dello stare in piedi, la “piccola danza” che muove ognuno nell’apparente immobilità del corpo verticale. Né immagini il mistero del peso che si trasferisce da una gamba all’altra e origina il passo. Altra è la gravità che ti riguarda: “condizione che desta preoccupazione o annuncia pericolo”. Condizione che sempre accompagna i documenti che ti definiscono: “handicap grave”, “ipovisione di grado grave”, “grave compromissione”, “contributo disabili gravissimi”.
Questo non è un romanzo. Questa è la storia reale di Ada D’Adamo, ex ballerina, romana d’adozione, malata terminale di cancro e deceduta lo scorso aprile, che trasforma il rapporto tra lei e la figlia disabile in un resoconto, emozionante e delicatissimo, delle loro vicende. Dapprima, le visite di controllo, l’amniocentesi, l’ecografia, gli errori medici, il parto: il confronto tra lei e un’altra madre nel letto a fianco, tra la piccola Daria e l’enorme bambino, tra il pianto disperato di una minuscola creatura e la suzione, avida, di un “vitello”. Quindi la prima visita pediatrica di Daria in vita, l’agenesia del corpo calloso (la mancanza del tessuto che collega i due emisferi del cervello). L’atto di violenza della prima suzione:
Nonna e zia mi chiesero se ti avessi attaccato al seno. Risposi che ci avevo provato ma che sentivo troppo dolore. Dissero che bisognava assolutamente ritentare, a forza ti misero tra le mie braccia, ti aprirono la bocca. Lo ricordo come un atto di violenza inaudita. Il dolore, lo strappo. Forse qualcosa era scattato nel mio cervello: un senso di estraneità verso di te. Non potevi essere nata da me, non era possibile che fossi sangue mio. Eppure, lo eri: la tua bocca attaccata al mio capezzolo e il dolore che sentivo stavano lì a dimostrarlo.
E poi la Grande Fuga: ginecologi, medici, infermiere, madri. Finti sorrisi, finte rassicurazioni, cambiamenti di stanza, declassamento di entrambe, momenti di estrema sofferenza fisica e psicologica con relativa mancanza di sistemi di sostegno. Le sigle degli esami da imparare a memoria: EEG, ECG, PEV, EGR. La mancanza di comprensione, l’indifferenza, lo scherno. Il confronto con altri genitori di bambini disabili, il confronto con se stessi, con Alfredo, marito e padre, il confronto con la malattia, con altre situazioni che non possono che far piangere il lettore.
E poi ricordo Morticia e Omino Michelin, mamma e figlio. Lei sottile come un’acciuga, completamente vestita di nero, gli occhi bistrati, la pelle bianchissima, i capelli lisci, corvini. Lui, otto anni, la testa rasata, gonfio di cortisone, seduto sul letto di fronte al nostro. Sta facendo i compiti. Ha un cancro al cervello, e mentre aspetta di morire lui fa i compiti. Non gioca alla PlayStation, non fa i capricci, non ascolta la musica, non si lamenta. No: fa i compiti col suo bravo quaderno e fa di tutto per non disturbare. […] Durante uno di questi risvegli mi alzo dalla poltrona letto e lo vedo lì, l’Omino Michelin, nella penombra, di fronte a me. Si è sollevato a sedere sul letto e mi fissa con uno sguardo che non dimenticherò mai. Un piccolo Buddha silenzioso, una sfinge impenetrabile. Non dice nulla, non si muove, non sorride, quasi non respira. Non vuole dare fastidio, non vuole svegliare suo madre, si preoccupa per lei. Tanto autocontrollo, tanta consapevolezza della propria condizione mi atterriscono. È una creatura ultraterrena. Prima di lasciare l’ospedale, abbraccio Morticia. […] Saluto il bambino bravo, educato, studioso. Lo immagino incamminarsi già verso un altro mondo.
Da qui, la crescita di Daria, la fisioterapia, la scoperta del tumore, la radioterapia, il rapporto tra il corpo di Ada e quello di Daria, il secondo esteso nel primo, che si muove sempre secondo la dicotomia presenza e assenza, sia dell’uno che dell’altro.
Quando hai un figlio disabile cammini al posto suo, vedi al posto suo, prendi l’ascensore perché lui non può fare le scale, guidi la macchina perché lui non può salire sull’autobus. Diventi le sue mani e i suoi occhi, le sue gambe e la sua bocca. Ti sostituisci al suo cervello. E a poco a poco, per gli altri, finisci con l’essere un po’ disabile pure tu: un disabile per procura.
Ada D’Adamo ha vinto il Premio Strega con questa sua opera prima e bisogna ammettere che non si è trattato, in alcun modo, di un premio ad memoriam bensì di una vittoria pienamente meritata. Leggere questo testo fa sanguinare e piangere, è struggente e lancinante il dolore che si prova pagina dopo pagina, perché si comprendono davvero l’amore, la paura e l’autenticità della sofferenza di una madre, di una vita che non torna se non frastagliata in piccoli momenti di felicità. Momenti felici che hanno dei nomi, Daria e Alfredo, momenti che vengono vissuti per essere condivisi, in quella accezione particolare del termine compatire, che è un soffrire assieme.
Amore, dolore, vita, morte: di cos’altro si dovrebbe scrivere? Buon viaggio Ada e grazie. Dovunque tu sia.
