Il ritrovamento di Esculapio, Feltre 1974. Foto G. Frescura.
Ciao Franz
Feltre, 14 agosto 1974: Ferruccio Franzoia, allora soprintendente onorario, chiama alla sede di Padova della Soprintendenza. C’era una novità importante da comunicare.
F: “Buonasera, vorrei parlare con la dottoressa Scarfì”
“La dottoressa Scarfì è in ferie” – rispose il centralino – “se vuole posso passarle la sua vice…”
Passarono una quarantina di secondi, quando una voce giovane e quasi impaurita sussurrò: “Buonasera architetto, mi dica…”
F: “Dottoressa, oggi a Feltre nella parte sud dello scavo di Piazza Duomo è stata ritrovata una grande statua virile stante di dimensioni di circa…”
“Ignuda?” lo interruppe scandalizzata la giovane voce che stava dall’altra parte del telefono.
F: “No dottoressa. Ha un chitone che la copre fino all’inguine ma a noi piace anche così…”
Chi ha conosciuto Franz può benissimo immaginarsi il timbro della sua voce mentre fa questa telefonata, di cui mi ha raccontato più volte quando gli chiedevo – anche per il puro piacere di sentirlo parlare di quelle storie – di dirmi come andarono le vicende degli scavi del Duomo. Qualcuno probabilmente, leggendo, lo imiterà tra sé e sé. Si perché Franz è stato un grande architetto – ovvio -, un grande collezionista – lo dimostrano i fatti – ma è stato anche un grandissimo istrione. Che parlasse in pubblico o in privato, poco cambiava. Stupiva sempre con la gestualità, con il timbro e con quella inconfondibile erre moscia. Delle volte si divertiva a parlar volgarmente con la sua tipica eleganza. Franz è stata l’unica persona che ho conosciuto che parlava ancora un dialetto feltrino in forma nobiliare caratterizzato da una cadenza inconfondibile.
“A far favori a zenti villane e strambe, se ciapa na roa su par le gambe”. Questo fu, a mero titolo esemplificativo, uno dei suoi esordi in una formale riunione in ufficio del Sindaco, credo tra il 2013 e il 2014. Franz era convinto – a ragione – che la città non lo avesse ascoltato in moltissime, per lui tragiche, occasioni. La mancata realizzazione del progetto di copertura dell’area archeologica firmato dal suo maestro Carlo Scarpa è stato indubbiamente il più grande rimpianto della sua vita. Quando formalizzò la donazione dei vetri della sua collezione disse che quello era “un dono contro la città” riferendosi prevalentemente a quell’episodio. Franz odiava con tutto sé stesso il provincialismo feltrino. Per questo non ha mai fatto parte dell’alta borghesia culturale cittadina.
Nel 2021 rifiutò il premio San Vittore offertogli da Famiglia Feltrina. Forse si pentì della scelta ma il suo orgoglio, anche quella volta, ebbe la meglio. Fu probabilmente questo il suo più grande limite, tanto a Feltre quanto altrove. Ma lui era così: se una cosa non gli andava bene lo diceva, senza girarci troppo attorno. La sfuriata, anche questa pensata sempre in maniera scenica, era un suo tratto tipico. Se qualcuno voleva lavorare con lui, doveva saperlo. Quante volte ha minacciato di ritirare la donazione dei vetri! Tutte quelle “tensioni”, preventivabili fin dall’inizio dell’avventura, sono rientrate perché a turno (o tutti insieme) Paolo Perenzin, Luca Rento o io siamo andati a casa sua implorando di non farlo. Lui, in fondo, non lo avrebbe mai fatto ma è probabile che nel profondo delle sue incazzature ci fosse anche un po’ di divertimento nel vederci penare per implorare la sua grazia.
Franz è stato un intellettuale a tutto tondo. Leggeva, disegnava, pensava, progettava e scriveva benissimo (anche se troppo poco). Nell’ultimissima parte della sua vita si era messo anche a modellare l’argilla. Il mercato dell’arte, e dei vetri in particolare, era una sua grande passione. Nell’ambiente era uno dei migliori. Pochi lo sanno ma Franz componeva collezioni non solo per sé ma anche per chi, disponendo di grandissime risorse economiche, non aveva tempo e competenza di dedicarvisi. Le collezioni Franzoia quindi, in giro per il mondo, sono in realtà molte. Basti pensare a questo: quando Sgarbi venne a Feltre a vedere in anteprima la collezione, ci fu un momento, in una memorabile serata a casa sua, in cui si scambiarono i numeri di telefono. Quando Sgarbi registrò quello di Franz si accorse che lo aveva già ed era salvato con il nome “Vetri Italiani”.
Ferruccio amava i piaceri della vita ed il suo perfezionismo lo si notava anche nel cibo. Quando organizzó la cena per discutere, definitivamente, i termini della donazione dei vetri, andò personalmente da Valcarne a farsi misurare gli ossibuchi con il centimetrino perché dovevano essere dell’altezza giusta. Ossibuchi che poi ovviamente cucinò Gianni Spezia.
Il progetto di copertura dell’area del Duomo di Carlo Scarpa colorato da Luca Rento.
Io ho conosciuto Franz negli ultimi dieci anni della sua vita e potrei riempire pagine con aneddoti e storie. Alcune di queste, dal ritorno di Esculapio alla donazione dei vetri, meriterebbero senza dubbio di essere scritte. Non oso nemmeno immaginare cosa potrebbe raccontare chi ha trascorso con lui decenni interi.
Negli ultimi anni della sua vita, per Franz, è stato fondamentale un incontro: quello con Luca Rento. Ferruccio si innamorò di una sua opera esposta a Palazzo Te a Mantova e da lì nacque una collaborazione che era suggellata dallo stesso modo di intendere il mondo. E anche da modalità molto simili di rapportarsi con esso. Va ringraziato soprattutto Luca se la collezione di vetri Nasci-Franzoia oggi è esposta al museo Rizzarda. Per Franz, invece, Luca rappresentava il respiro del presente della Città di Feltre. Coglieva in lui la genialità profonda dell’artista e si notava che c’era tra i due un’intesa e un’affinità che andava oltre la sfera del razionale.
Si è detto, fra i tanti coccodrilli di questi giorni, che con Franz se n’è andata una persona innamorata della propria città. Non è vero. Franz non era per nulla innamorato, indistintamente, di Feltre. Amava il “bello” – che per lui non era certo un concetto banale ma profondissimo – di Feltre come di altrove, in egual misura. Rimasi stupito quando mi disse, una volta, che erano probabilmente vent’anni che non passava per il Boscariz. Franz invece si battè sempre, a suo modo e con tutte le sue forze, per far si che a Feltre il “bello”, che per lui era quasi l’unica ragione dell’esistenza, trovasse spazio. Puntava sempre al massimo perché per lui non c’erano altre gradazioni di livello. Anche in questo sta una particolarissima comunanza di pensiero con Rento. Per Feruccio non valeva il detto secondo cui l’ottimo è il peggior nemico del bene perché l’ottimo era l’unica cosa che poteva esistere.
Proprio questa aspirazione, questa spinta a non abbandonarci al provincialismo e all’intendere la vocazione culturale di linguaggio universale come il massimo livello di espressione di una comunità, è la più grande eredità che Ferruccio Franzoia, esattamente come Carlo Rizzarda, lascia alla sua città.
Negli ultimi giorni Franz recitava spesso i famosi versi di Foscolo. Salutiamolo quindi ripetendoli, come un eterno riposo laico.
Forse perché della fatal quiete
tu sei l’immago, a me si cara vieni,
o sera!
Franzoia “nella” sua collezione al Museo Rizzarda.

Le sono profondamente grato di quel che ha scritto in ricordo di Ferruccio Franzoia, con affetto e in spirito di verità. Quel che ha scritto nel suo ultimo libro in merito ai rapporti tra comuni (i. e. democrazia partecipata responsabile e autonoma) e sovrintendenze (burocrazie autoritarie, e sovente, permeabili ai più vari interessi) non ha ricevuto, lui vivo, l’attenzione che meritava. Speriamo trovi chi sia capace di ricavarne le dovute conseguenze politiche e culturali.