I quindicimila passi

Di Vitaliano Trevisan

Einaudi 
Anno 2002

Caro lettore, gentile lettrice,

Questa non è una normale recensione, una di quelle che spiega per filo e per segno le vicende che si snodano lungo tutto un romanzo. Questo è un resoconto, personale, del resoconto di Thomas, il protagonista. In quanto tale, chi scrive si è riservato l’accortezza di raccontare i primi tre capitoli – se di capitoli si possa effettivamente parlare – e di analizzarli, seguendoli di pagina in pagina, per lasciar vivere al lettore il rimanente testo. Ultima cosa, una speranza: nel caso non vi piacessero particolarmente queste analisi, vi pregherei di andare oltre, leggere il testo e riattualizzarlo come questo capolavoro merita. Vitaliano nacque a Sandrigo, in provincia di Vicenza nel 1960. Provincia veneta, vita non agiata. Lavoro dopo lavoro: edilizia, lattoneria, impiegato nei mobilifici, gelataio emigrante prestato alle terre d’oltre Brennero (vi rimando, in tal senso, a Works, Einaudi, Torino 2016), Vitaliano arriva alla letteratura, dopo un confronto serrato con le grandi penne di Bernhard, Beckett, Cioran e Kafka. Successivamente alla notorietà, mal sopportato sia dai colleghi che dalla critica, decide di fare un passo ulteriore, quasi fosse una naturale evoluzione: scritture di scena, teatro, recitazione e, infine la regia. Lavora con Garrone e con Servillo. Poi il declino, voluto e lucido, la psichiatria e la protesta per le condizioni degli utenti nel quotidiano la Repubblica. Ultimo atto, il suicidio. Vitaliano è morto l’anno scorso, tra lo sconcertante silenzio dell’intellighenzia e qualche trafiletto, pure mal scritto, nei quotidiani. Ma la sua eredità letteraria continuerà, fortunatamente, a vivere, a respirare, ad ingabbiarci. 

Thomas Boschiero conta i passi. Thomas conta i passi e li annota, metodicamente, compulsivamente, ossessivamente, in un taccuino. Contare i passi consta fatica, attenzione e una grande dose di precisione: Thomas cammina a testa bassa e si porta sempre appresso un gesso col quale segnare, in caso di improvvise deviazioni, l’esatto punto da cui ripartire. Ecco, subito, l’antefatto della nostra vicenda: i passi tra viaggio d’andata e viaggio di ritorno non coincidono quasi mai.

È chiaro che più aumenta la distanza percorsa, parimenti diminuisce la possibilità di riuscire, per quanto concentrati, nell’impresa di coprire il tragitto di andata verso un luogo dato con un numero di passi uguale a quello necessario per il tragitto di ritorno. Due sole volte, dunque in numero statisticamente non significativo, mi è capitato di veder coincidere cifre superiori al migliaio di passi. […] L’eccezionalità dell’evento accaduto oggi, cioè la coincidenza del numero di passi da me conteggiati prima all’andata, poi al ritorno dallo studio del notaio Strazzabosco […], numero di passi superiore non solo al migliaio, ma addirittura alle decine di migliaia, è sconcertante.

Così comincia il testo, ecco l’evento che determina il bisogno di un resoconto: due volte quindicimila passi, non uno di più e non uno di meno. Thomas – nome mutuato, esattamente come le ambientazioni, da uno degli autori preferiti di Trevisan, Thomas Bernhard – deve recarsi dal notaio per assolvere a delle incombenze urgenti: la sorella, scomparsa dieci anni prima, è stata dichiarata ufficialmente deceduta e lui, unico dei tre fratelli presenti, deve assolutamente svolgere quelle noiose pratiche burocratiche. Allora si prepara, e nel mentre comincia a pensare. In primo luogo, pensa ai genitori morti tanti anni prima: la madre stroncata da un veicolo mentre attraversava le strisce pedonali, il padre, deceduto un paio di mesi dopo per infarto miocardico; in secondo luogo, l’attenzione si sposta sul fratello e sulla sua reazione di fronte alla morte dei genitori. Egli da un lato accetta la morte della madre, ma non riesce a perdonare il padre che, secondo la sua ricostruzione, sarebbe morto di crepacuore abbandonandoli tutti. La riflessione, infine, si posa sul nesso tra tre termini: scomparsa- morte- vuoto.

Il concetto di morte, penso, contiene il concetto di scomparsa. La scomparsa di un essere umano è contenuta nella sua morte, così come il vuoto lasciato dalla scomparsa è contenuto nella scomparsa, dunque nella morte, così da arrivare alla tripla simultaneità della sequenza Morte Scomparsa Vuoto.

Già da queste pagine si evince che Thomas soffre di un disturbo ossessivo-compulsivo che – come vedremo più avanti – tende persino ad avere tratti dissociativi. Tuttavia, se ciò non fosse chiaro già dalla conta dei passi, evento quasi superstizioso che tiene in vita Thomas, possiamo notare nei suoi pensieri una serie di parole ripetersi ossessivamente. In questo primo capitolo ciò riguarda tutte le declinazioni del verbo pensare. Questo, in 7 pagine ritorna ben 27 volte (delle quali 17 al tempo imperfetto), creando così un ritmo frenetico, quasi psicotico, pure nella testa del lettore.

Il secondo capitolo si intitola Il giubbotto ungherese e comincia con un flashback: nella scena precedente Thomas sta scegliendo la giacca da usare per la passeggiata (giacca nera? giacca blu?). Dopo un leggero tentennamento protende per la nera, così si avvia il flashback. Quella giacca di cuoio era un cimelio di guerra del padre che, tornando dalla Russia, la strappò ad un soldato ungherese morto congelato. Quando i fratelli Boschiero divennero grandi, la giacca tornò improvvisamente di moda: Thomas provò la giacca davanti allo specchio, se la sfilò e la consegnò al fratello. Egli si mostrò subito riluttante solo a toccarla e si chiuse in uno dei suoi mutismi. 

Dal primo momento che ho visto quel giubbotto e ho sentito quella storia, disse, non posso fare a meno, ogni volta che vedo quel giubbotto, di pensare all’ungherese e a papà, e vedo papà che toglie il giubbotto all’ungherese, e mi immagino l’ungherese seduto, congelato seduto, con nelle mani una tazza di caffè congelato, con gli occhi sbarrati congelati e i ghiaccioli attaccati al naso, alla bocca, alla barba, ai baffi. […] Vedo papà che gli spezza tutte le articolazioni: delle dita del polso del gomito della spalla del collo forse anche della schiena. Sento dei suoni orribili, suoni spezzati e suoni sordi e fruscii, forse avrà usato il calcio del fucile per spezzargli tutte le ossa, chi lo sa, può essere, o una vanga.

Da questo punto abbiamo una cesura, nella quale Thomas riflette sull’idea del suicidio e, direttamente dopo, sull’idea della partenza. Thomas è ancorato, parrebbe, alla sua casa. Prepara una valigia, la disfa, la riprepara, si chiede verso quale meta andrà (paesi caldi? Paesi freddi?), ridisfa la valigia, ne prepara tre, pronte per qualunque evenienza, per qualsiasi luogo, chiuse nell’armadio in attesa della scelta finale. Thomas è ancorato, dicevo, la sorella è morta, i suoi genitori pure. Suo fratello se n’è andato e, andandosene, ha bloccato il protagonista:

Mio fratello, penso, mi ha colto di sorpresa. Andandosene dall’oggi al domani, senza nemmeno lasciare un biglietto, una spiegazione, qualcosa, tuo fratello ti ha colto nettamente di sorpresa e ti ha incatenato qui, pensavo uscendo di casa. Mio fratello ha colto l’occasione e se n’è andato senza alcun preavviso, pensavo, e andandosene così , senza alcun preavviso, mi ha colto assolutamente di sorpresa e mi ha paralizzato, mi ha reso infermo, mi ha reso incapace di compiere un’azione come la sua, azione che richiede una grande dinamicità di corpo e di pensiero, mentre io sono paralizzato, se non nel corpo, certamente nel pensiero.

Da qui a poche pagine abbiamo il secondo flashback, stavolta del protagonista che si configura come una critica – e di Thomas, e di Vitaliano – al sistema educativo della sua infanzia: l’asilo delle suore. Suore prontissime, a detta sua, al sacrificio di loro stesse e del prossimo per raggiungere la santità. Banchi in formica, scomode panche in legno, torture cattoliche e disumanità totale, condita da diversi traumi nel periodo della massima impressionabilità di un bambino (episodio cardine: la madre superiora che inscena il martirio di Santa Lucia, mostrando gli occhi di un coniglio e spacciandoli per quelli della santa ai bambini). Thomas parla di questo periodo come di un cancro, un’ infezione crescente nel cervello e pronta a manifestarsi, a scatenarsi, sia nel corpo che nella mente. Torna, da qui a poco, il tema del suicidio e apprendiamo esplicitamente una cosa importante: Thomas crede davvero di essersi salvato dall’idea del suicidio vero e proprio, grazie alla sua ossessione, grazie al camminare. Ma non è la camminata sportiva outdoor, non è la camminata come gradimento estetico; no, tutt’altro. È, e si configura, come un bisogno esistenziale, quasi come fosse un dispositivo di cura per la sua psiche.

Mi sono salvato dall’idea del suicidio e in definitiva dal suicidio vero e proprio solo grazie a questo continuo camminare, solo spostandomi in continuazione seguendo le rotte più disparate, non dritto, non in cerchi concentrici, non a spirale, solo un continuo vagare, un continuo camminare, un continuo arrancare, nel continuo tentativo, devo dire coronato dal successo, di tenere sempre e continuamente il suicidio almeno un passo indietro. Sono ancora in vita, pensavo, solo perché mi sfinisco percorrendo a piedi in lungo e in largo il bosco di roveri – bosco che non esiste più ormai da centinaia di anni.

Ma questa esperienza deve fare i conti con le strade inospitali, con i numerosi cadaveri di pettirossi, porcospini, volpi e topi. Cadaveri che diventano quasi l’essenza stessa della strada, che si fondono con l’asfalto e, persino con Thomas. E allora c’è l’esperire da un lato e il subire, straziante, dall’altro. Immagini che non si distolgono dalla sua mente e che lo portano a riflettere sul mondo industriale, sulla distruzione incondizionata della natura: egli rifiuta tutto ciò, sente un senso di profonda ribellione, lo ripugna nell’animo.

L’idea del cosiddetto libero movimento delle persone, pensavo camminando, insieme all’idea dell’altrettanto cosiddetto libero movimento delle merci, insieme, queste due idee, hanno dato luogo a impensabili distorsioni, hanno dato vita a queste piene che travolgono tutto, e tutto piegano e spezzano e spiaccicano. L’asfalto è pieno di sangue, penso, l’asfalto è un materiale contro natura, anzi contro la natura.

 

By https://www.metmuseum.org/art/collection/search/489966, Fair use, 

https://en.wikipedia.org/w/index.php?curid=58895603 .

Il terzo e ultimo capitolo che vi racconterò, si intitola Tre teste e fa riferimento all’opera n. 35 Three Studies for Self-Portrait, del 1979 di Francis Bacon. Thomas ricorda un preciso episodio, nel quale lui e il fratello (ma non siamo davvero sicuri quest’ultimo ci fosse. Sembrerebbe, invece, essere una dissociazione cognitiva del protagonista stesso che, forse per evitare la solitudine e l’abbandono, o forse per riavvicinarsi al suo caro, lo tira in ballo. Questo si nota da una precisa occorrenza di parole che si ripetono allo spasimo: pensai, disse mio fratello) videro una litografia esposta fuori da una bottega. Ne vennero stregati, tanto che passarono varie ore e rimasero lì, incollati in questo fascinas tremens, sino alla chiusura della bottega stessa. Il tempo successivo della scena viene scandito dal rientro a casa, con il fratello che, pensando in modo ossessivo all’opera, riproduce quasi meccanicamente le stesse smorfie davanti allo specchio. Non riuscirono ancora a comprendere il trittico, passarono la notte insonni e, il giorno dopo, si rifissarono davanti all’opera. Ecco l’intuizione: a comporre il quadro non erano tre facce differenti (due profili e una centrale), bensì una sola, composta dall’esterno – ovvero, da come appariamo agli altri – e dall’interno – il volto reale del nostro inconscio. Così:

Di tutto ciò che mi serviva ero già entrato in possesso. E da quel giorno, da quel suo primo contatto con Francis Bacon, pensavo camminando, il suo interesse, nei confronti di Francis Bacon e la sua opera, non era mai venuto meno, e aveva raccolto tutto il possibile sull’opera e la vita di Francis Bacon: saggi, monografie, cataloghi, articoli eccetera, continuando a lavorare su quella prima intuizione che si era rivelata, così lui, un’intuizione assolutamente corretta, corretta fin da quel primo istante, immobile davanti alla vetrina, gli occhi fissi sul trittico. 

L’ultimo paragrafo ritorna tra due temi in precedenza citati e, tuttavia, vedono delle radicali trasformazioni nelle conclusioni: il primo è l’argomento della morte, desiderio che Thomas sembrerebbe aver superato definitivamente. Scomparire piuttosto, ma non morire; il secondo si interpone tra il carattere del fratello, che qui si mostra in tutta la sua, quasi patologica irrazionalità, e nel rapporto fratello-sorella:

Per tutta la vita mio fratello non ha fatto altro che ricattare mia sorella, pensavo, e per ricattarla, per costringerla a fare quello che lui voleva che facesse non si è mai fatto nessuno scrupolo e ha usato tutte le armi in suo possesso. 

Da questo punto altre nature morte, una citazione di Bernhard (citazioni che, dal secondo capitolo diventano una parte fondamentale del testo, avvalorandone il contenuto) e il rammarico, sempre presente, di una vita vissuta a metà.

Un respiro dopo l’altro; un’inspirazione dopo l’altra, un’espirazione dopo l’altra, un battito dopo l’altro, una contrazione dopo l’altra. Una volta avevo anche delle aspirazioni, mi facevo delle illusioni. Da giovane, dunque in un periodo illogico al massimo grado, avevo delle aspirazioni e al tempo stesso nutrivo delle illusioni. Anzi, in realtà, nutrivo delle illusioni proprio perché aspiravo a qualcosa. Ma il continuo contatto con il mondo, penso seduto sul gradino della veranda, mi ha disilluso molto presto e le mie cosiddette aspirazioni si sono trasformate in inspirazioni ed espirazioni.

 

 

Marco Reato
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