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La confluenza di Sava e Danubio a Belgrado, 2022

Vietato voltarsi

Addentrarsi figurativamente nei Balcani è vicenda ardua, senz’altro più complessa che percorrere quelle strade che, nel corso degli anni, da strette e scivolose, sono divenute larghe e sicure. Di difficilissima comprensione sono le tensioni che ciclicamente sorgono in quei territori e che altrettanto periodicamente li portano a salire agli onori delle cronache.

Nella scorsa estate Kosovo e Serbia avevano riempito le prime pagine per la nuova questione politica legata all’uso delle targhe automobilistiche serbe nei territori del Kosovo, un’autorizzazione concessa alla minoranza serba, che era prossima alla scadenza.

A fine anno è stato negato l’ingresso in Kosovo al patriarca serbo ortodosso Porfirjie, che intendeva recarsi a Pec, sede del patriarcato serbo in Kosovo, episodio che il Patriarca così aveva chiosato: “Per noi il patriarcato di Pec è come il Vaticano per i cattolici”, quel Porfirjie che, all’atto dell’insediamento nel 2021, non aveva mancato di dichiarare Noi siamo in Kosovo e il Kosovo è in noi. Il Kosovo è il cuore della Serbia, non è solo un mito ma è il cordone ombelicale, culla ed essenza della nostra identità“.

Nello scorso mese di maggio nuovamente è salita la tensione nella zona del Kosovo a maggioranza serba, con scontri e il ferimento di una quarantina di uomini della missione internazionale della Nato, che lì sono dal 1999, nel tentativo di assicurare il mantenimento di quella pace a fatica raggiunta, dopo la guerra combattuta dal febbraio del 1998 all’11 giugno 1999, che vide contrapposto l’UCK alle truppe federali jugoslave, con l’intervento della NATO, che bombardò anche Belgrado, prima capitale europea, dalla fine della Seconda guerra mondiale, a essere posta sotto il bombardamento aereo.

Vale la pena ricordare che il Kosovo è formalmente riconosciuto come stato indipendente da 101 dei 193 stati membri dell’Onu, con un percorso avviato a seguito della dichiarazione unilaterale d’indipendenza del 2008.

Questa volta ad alzare i toni sono state le minoranze serbe, che con l’appoggio di Belgrado hanno boicottato le elezioni in quattro Comuni del nord, a maggioranza serba.

 

Kneza Mihaila, 2022.

Così, con un’affluenza pressoché nulla o quasi, i candidati albanesi hanno potuto prendere il controllo dei consigli comunali e le maggioranze serbe di quelle enclavi hanno disconosciuto l’esito della tornata elettorale.

Perché interessarsi dei Balcani? Chi scrive sente la responsabilità di aver vissuto la tragica vicenda del dissolvimento della ex Jugoslavia, con scarsa consapevolezza. Però i Balcani sono qui, con meno di 8 ore di auto si può arrivare a Belgrado, passeggiare per Kneza Mihaila, giungere alla fortezza di Kalemegdan e osservare il punto in cui la Sava placidamente si congiunge al Danubio, in circa 10 ore si può approdare a Sarajevo, percorrere il ciottolato della Bascarsija (il quartiere ottomano), bere un bosniaski kafe e ascoltare il richiamo del muezzin, all’ombra di un minareto. 

Perché Belgrado e perché Sarajevo, per misurare la crescente tensione in Kosovo?

Perché ha molta ragione Paolo Rumiz (in Maschere per un massacro), quando sostiene che per intuire il futuro della Vecchia Europa è più utile camminare per Kneza Mihaila a Belgrado, piuttosto che cercare la giusta chiave di lettura tra i palazzi di vetro di Bruxelles e perché Sarajevo? Perché fu il teatro dell’episodio che scatenò la prima guerra mondiale, con i colpi di pistola di Gavrilo Princip all’indirizzo di Francesco Ferdinando e della consorte Sofia e perché noi europei, voltandoci dall’altra parte, abbiamo consentito che quella città che, al pari di Gerusalemme, vedeva convivere tutte le grandi religioni monoteiste sotto lo stesso cielo, fosse vittima di un assedio durato dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996, che è costato oltre 12mila vite umane e oltre 50mila feriti.

È perché il Kosovo? Il Kosovo è stato il teatro delle recenti vicende del 1999, con oltre un milione di sfollati, ma è anche il teatro della famosa battaglia di Kosovo Polje, la battaglia della Piana dei merli quando, nel giorno di San Vito del 1389, le forze cristiane, guidate dal principe Lazar, seppur in grande inferiorità di uomini, a lungo seppero tenere a bada le soverchianti forze ottomane, quando per la prima volta l’Impero ottomano perse in battaglia un sultano, Murad, ucciso dal nobile serbo Miloš Obilić (dopo la guerra e prima di essere assassinato, Željiko Ražnatović, la famigerata Tigre Arkan, divenne presidente di una squadra di calcio che portò addirittura al titolo nazionale e che si chiamava, guarda caso, Obilić, ma questa è un’altra storia). 

Sulla battaglia della Piana dei merli il nazionalismo serbo ha radicato la propria dottrina, non fosse altro che in Kosovo, alla storia e alla politica, si aggiunge la religione, perché lì ci sono alcuni dei più importanti monasteri serbo ortodossi, come Dečani o Gračanica, per citarne solo un paio.

Sul tema vale la pena segnalare la straordinaria narrazione della scrittrice Rebecca West, nel suo “Black Lamb and Grey Falcon”, la cronaca di un sorprendente viaggio compiuto dalla scrittrice londinese nella Jugoslavia del 1937. West si sofferma a lungo, all’interno del capitolo dedicato alla Serbia, proprio al Kosovo, alla sua gente, ai suoi monasteri.

Rebecca West, quasi preconizzando quanto sarebbe accaduto alla fine del Novecento, scrive nella traduzione italiana del capitolo dedicato alla Serbia (La vecchia Serbia, Edit editore): “La Iugoslavia mi svela sempre qualcosa sull’una o sull’altra morte, dissi a me stessa: “la morte di Francesco Ferdinando, la morte di Draga e Alessandro Obrenović, la morte del principe Michele, la morte del principe Lazzaro, la morte di Stefano Dušan. Eppure questo paese è pieno di vita. Credo che noi occidentali dovremmo venire qui per imparare a vivere.  Forse in Occidente siamo ignoranti della vita perché evitiamo di pensare alla morte. Non sarebbe possibile studiare la geografia concentrandosi solo sulla terra e facendo finta che il mare non esista”. Lanciai un grido perché l’agnello nero, a cui non pensavo più, aveva allungato il collo toccando il mio avambraccio scoperto con il suo musetto freddo e palpitante. Gli uomini scoppiarono tutti a ridere, anche l’albanese che, però, lo fece con riguardo. Risi con loro, ma avevo paura. Nessuno in quel gruppo, e io meno degli altri, avrebbe potuto cancellare quella folle passione per il sacrificio che aveva generato la tragedia di Kosovo e che, se non controllata, avrebbe impedito ogni progresso dell’uomo”.

Quando il 4 maggio del 1980 muore il maresciallo Tito, allo stadio Poljud di Spalato stanno per scendere in campo i padroni di casa dell’Hajduk e la Stella Rossa di Belgrado, per un’importante partita del campionato nazionale di calcio. All’annuncio della morte del compagno Tito, la disperazione assale chi sta sugli spalti, ma persino chi sta per dare il calcio d’inizio, arbitro e ventidue in campo compresi (c’è un eloquente video su Youtube che riprende quei momenti).

Spontaneamente, dalle tribune i 35mila accorsi per la partitissima iniziano a recitare in coro: “Druze Tito mi ti se kunemo, da sa tvoga puta ne skrenemo“, cioè “Compagno Tito te lo giuriamo, non ci allontaneremo mai dal tuo esempio”.

Qual era l’esempio? Probabilmente era soprattutto l’impegno per aver cercato di tenere unite le repubbliche jugoslave, posto che dal dopoguerra e fino alla morte di Josip Tito Broz, in ogni caso, le spinte nazionaliste, ciclicamente emergevano con forza. Non va, infatti, dimenticato, che due dei protagonisti delle guerre che hanno portato al dissolvimento della ex Jugoslavia, ossia il primo presidente della Repubblica croata, Franjo Tuđman e il primo presidente della Bosnia Erzegovina, Alija Izetbegović, finirono entrambi in carcere, prima e dopo la morte di Tito.


Tuđman nel 1971 per attività sovversive, durante il periodo della cosiddetta Primavera croata, che lamentava la posizione del popolo croato all’interno della Jugoslavia e ne denunciava, della Jugoslavia, una sua progressiva serbizzazione.

Izetbegović, viceversa, venne condannato nel 1983 a quattordici anni, poi ridotti a 12, tra le altre accuse per “attività ostili ispirate dal nazionalismo musulmano”.

Questo per evidenziare come, sotto il Titoismo, covassero spinte secessioniste represse, va da sé, anche con l’autoritarismo.

Morto Tito, le repubbliche e le province autonome iniziano a cavalcare le spinte dei nazionalismi. Per portare un esempio di quanto si va sostenendo, le violenze interessarono il Kosovo fin dal 1981.

Non ne è immune neppure la Serbia, che poi, durante le prime fasi dello scoppio della guerra, si ergerà a difensore dell’unità jugoslava, perché il 24 settembre del 1986, il quotidiano belgradese “Večernje Novosti” pubblica alcuni stralci di un documento che passerà alla storia, come evidenzia Luca Rastello nel suo indispensabile “La guerra in casa”: il Memorandum dell’Accademia delle scienze e delle arti di Belgrado, dove si accusa Tito di attività antiserba e si denuncia l’esistenza di un complotto volto allo sterminio del popolo serbo in Kosovo (eccolo che ritorna) e in Methoija (regione meridionale della Serbia), richiamando il “popolo celeste” a quella che i serbi considerano la missione storica di avanguardia della cristianità contro il nemico – turco in primo luogo (vale la pena ricordare che Ratko Mladić dalle colline di Sarajevo, durante i quasi quattro anni di assedio, continuerà a riferirsi alla popolazione di religione musulmana, come ai “turchi” – sulla figura di Mladić c’è lo struggente romanzo La figlia, di Clara Uson).

Sarajevo, 2018

Contro il documento si scatena una feroce polemica, che trova sostegno in Ivan Stambolić, presidente della Presidenza della Repubblica socialista di Serbia. Nella parte iniziale dello straordinario documentario della BBC, The death of Yugoslavia, si assiste alle tensioni montanti nelle zone a maggioranza serba del Kosovo, dove i nazionalisti serbi reclamano maggiori autonomie rispetto alla maggioranza albanese e ne denunciano le violenze. Stambolić, forse ingenuamente, lascia che sia Slobodan Milošević, il politico rampante della Lega dei comunisti, che strizza l’occhio e sapientemente cavalca l’onda nazionalista, a recarsi in quella che è ancora una provincia serba, il 20 aprile del 1987, proprio a Kosovo Polje, in un clima di crescente tensione, per cercare di placare il conflitto etnico che sta sfociando e che, anche in quelle terre, da tempo covava.

In un primo momento Milošević rende un intervento che la minoranza serba non apprezza particolarmente, perché da braccio destro del presidente Stambolić, invita all’unione (“il nazionalismo basato sull’odio non può essere progressista”, disse Milošević, che concluse con il consueto “lunga vita alla fratellanza e all’unità jugoslava”), tanto che Miroslav Šolević, leader dei serbi di Kosovo, gli risponde: “Compagno, hai recitato un monologo mai noi eravamo qui per un dialogo”;

Milošević annusa l’aria, torna a Belgrado, ma promette che da lì a quattro giorni sarà nuovamente in Kosovo e quando si ripresenta, la musica è già radicalmente cambiata.

Sarajevo, Cimitero musulmano, 2018

Azem Vllasi, il leader della Lega dei comunisti del Kosovo, non esita a definire l’atmosfera dell’incontro di Slobodan Milošević con i serbi di Kosovo “avvelenata”, si parla di pulizia etnica a danno dei serbi, di tombe profanate, di monasteri distrutti, di esodo dei serbi, circostanze che Vllasi nega fermamente nel dialogo con Milošević. All’esterno della sala conferenze dov’è in corso l’incontro, la popolazione serba inizia a scontrarsi con la polizia kosovara, o la polizia kosovara provoca i serbi, a seconda di chi narra quelle vicende. A quel punto Milošević esce per placare gli animi, ma il senso di unione e di fratellanza che solamente quattro giorni prima aveva ispirato il suo discorso, è improvvisamente sparito, egli ha annusato il vento del nazionalismo e ha deciso di cavalcarlo, tanto che proferirà la frase che cambierà in modo definitivo la storia della federazione jugoslava: “nessuno picchierà più un serbo”.

Dopo una serie di ardite operazioni politiche, che portano alla caduta di Stambolić e alla nomina di Milošević, quale presidente della Presidenza della Repubblica socialista di Serbia, in un crescente stato di tensione, tanto a Belgrado, quanto in Kosovo, dopo un’ennesima giornata di manifestazioni di piazza, con un milione di serbi ad attenderlo fuori dal Parlamento, Milošević, infiamma definitivamente il materiale esplosivo rappresentato dalle spinte secessioniste: “Nessuna forza sulla terra può fermare i serbi, combatteremo per la causa dei serbi e vinceremo”.

Fu quello il passo definitivo, che portò alla dissoluzione della federazione jugoslava. Le manovre politiche e le parole di piazza erano un avvertimento per nulla celato alle mire indipendentiste del Kosovo, ma anche della Slovenia e, poi, di conseguenza, della Croazia. 

Il Kosovo, seppure insanguinato da violenze e lutti, non entrò nelle guerre che devastarono Croazia e Bosnia. C’è chi sostiene che il merito vada ascritto alla presidenza di Ibrahim Rugova, che perseguì una politica di resistenza passiva e pacifica, che mantenne la pace per buona parte di quel decennio, ma contribuì a far crescere la frustrazione della popolazione di origine albanese. Qualcun altro, come Luca Rastello, invece, ha evidenziato come il Kosovo rimanesse pur sempre un punto nevralgico sull’asse Balcani – Adriatico, per la penetrazione dell’eroina turca in Europa, soprattutto dopo che l’asse Belgrado – Zagabria si era interrotto. Un gettito da decine di miliardi di dollari era una ragione più che sufficiente per spiegare come nel Kosovo, culla delle crisi jugoslave, non fosse scoppiato il conflitto.

E ora? È l’Europa in grado di potersi permettere un nuovo focolaio nei Balcani, in un contesto che a est è già segnato dalla guerra russo – ucraina?

Certo che no, non sarà possibile voltarsi ancora una volta dall’altra parte e non sarà possibile affrontare le vicende balcaniche con approssimazione. La lezione degli anni Novanta è troppo recente per non essere studiata. Sarebbe catastrofico il contrario.

A me rimane una frase che mi disse Elma, la guida che mi portò qualche anno fa a visitare Sarajevo e che nell’assedio aveva perso il papà, sotto una granata: “Per noi nulla è finito, perché la comunità internazionale ci ha fermato, quando stavamo vincendo la guerra”.

Insomma, sotto una patina di pace apparente, il fuoco cova ancora, sta alla Comunità internazionale evitare che divampi.

Belgrado, 2018

Giovanni Pelosio
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