Attualità – 29 gennaio 2024
Vivere non è un dovere - Sul fine vita in Italia e in Veneto. Parte II
Alcune questioni bioetiche
La complessità delle questioni bioetiche sul fine vita non può essere approfonditamente sviscerata qui, perciò ci si limita ad una riflessione generale ed introduttiva. Come detto dal filosofo Maurizio Mori, anch’egli intervenuto al convegno di Belluno “La morte buona”, vi sono situazioni in cui le condizioni di vita ricalcano precisamente la condizione infernale: un dolore atroce da cui è impossibile uscire. La vita è un inferno. Oggi le situazioni infernali sono sempre più numerose, grazie al cambiamento ed all’evoluzione radicale della scienza medica degli ultimi 50 anni. Non solo è cambiato l’atteggiamento con cui la medicina si confronta con la vita, ma anche, e di conseguenza, il modo in cui l’uomo si rivolge ad essa. Mutano, come al variare d’ogni epoca, le categorie. Anzitutto e alla base, il processo di secolarizzazione nel mondo occidentale. Dio non fa più mondo, crollano gli “immutabili”, invero i dogmi della religione, e l’uomo diviene protagonista, se non della storia, almeno della propria vita. La vita dell’uomo è qui, e l’uomo ambisce in primo luogo all’autorealizzazione. L’autorealizzazione della propria esistenza presuppone e insieme determina la possibilità di decidere del momento definitivo della vita, il momento in cui ci si congeda da questo mondo, la propria morte. Perciò autorealizzazione è sinonimo di autodeterminazione. Con la secolarizzazione ed il progresso della scienza medica viene meno anche il dolorismo, ovvero il dolore che purifica. Ora no, il dolore non è più buono e l’uomo cerca di evitarlo quanto più possibile (talvolta anche portando all’estremo questa fuga dal dolore, questa algofobia, in merito invito alla lettura di Byung-Chul Han, La società senza dolore, Perché abbiamo bandito la sofferenza dalle nostre vite). Meno dolore è meglio. Infine, un dato sociologico che nelle società occidentali manifesta sempre più la sua evidenza, ovvero l’aumento costante della longevità, radicale se comparato anche solo a qualche decennio fa. Tutti questi fattori aumentano l’incidenza con cui ci si può trovare in situazioni infernali. Molte delle quali sono oggi perfino prevedibili molto tempo prima, soprattutto le malattie neurologiche. Possiamo conoscere anzitempo che andremo verso situazioni debilitanti senza possibilità di ritorno, verso un inferno senza scampo. Una situazione infernale è il vegetativo permanente, e si pensi al caso Englaro: bisogna poter dire che in quella situazione non ci vogliamo stare, che dobbiamo poter decidere come morire. Con le parole coraggiose di Maurizio Mori: «in certi casi, l’accanimento terapeutico è una forma di tortura». È importante per questo ribadire il diritto all’autodeterminazione rispetto alla propria morte, che vale quanto il diritto politico. Come abbiamo il diritto di scegliere chi ci rappresenta, così abbiamo quello di scegliere come morire, e di non vivere in situazioni infernali. Un altro elemento da rimuovere e che sta alla base dei ragionamenti di chi impone agli altri anche come morire, è un modo superstizioso di intendere la natura, una sorta di sacralità della natura che non ha alcuna ragione d’essere e che a dire il vero si contraddice da solo. Spesso, infatti, si sente blaterare che bisogna “lasciar fare la natura” e non “fare da sé stessi”, in quanto vi sarebbe una radicale differenza. Questa, invece, non c’è in nessun caso. Anche ammettendo che siamo altro dalla natura, e perciò che la nostra scelta non sia comunque una scelta naturale, la cosiddetta natura non è responsabile di ciò che fa; se noi la conosciamo, possiamo essere, anzi, siamo noi i responsabili. A questi discorsi si affiancano spesso modelli ormai improponibili, che riflettono un astratto concetto di sacralità della vita che finisce per divenire idolatria del corpo (tanto più contraddittorio se pensato da una prospettiva cristiana) ed indisponibilità della vita.
Ad oggi in Italia, come abbiamo visto, il suicidio medicalmente assistito è possibile. È un primo passo. Si potrà decidere della propria morte prima di entrare in una situazione infernale, e questo è un aumento di civiltà: smettere di continuare a farsi torturare e consumare dalla natura o dalla medicina. Come dinanzi ad ogni novità, tanto più in Italia, c’è riluttanza. Ad esempio, non molti anni fa, i medici quando facevano le prime ecografie non dicevano spesso il sesso del nascituro, “per ragioni morali”. O ancora nel 2001, regolamentare la donazione degli organi dopo il decesso non fu certo senza una grande battaglia culturale, anche tra i medici. Un articolo comparso sull’Osservatore romano ancora si scagliava concettualmente contro la morte cerebrale. Posizioni affatto retrograde smentite in seguito dallo stesso mondo confessionale, ma che ancora, una ventina d’anni fa, si facevano sentire.
Tornando all’oggi, uno dei contenuti più importanti della legge sulle Dat riguarda il riconoscimento della sedazione palliativa continua e profonda. Un argomento delicatissimo per i medici. In proposito, ancora Mario Riccio a Belluno non ha assunto certo una posizione di mediazione: «nella situazione infernale, è un dovere dei medici accompagnare alla morte il paziente che lo richiede e che ha diritto a richiederlo. Anche perché è quasi sempre la medicina a portare il paziente, nel tentativo di migliorarne le condizioni o mantenerlo in vita, nella condizione infernale». E per questa va ricordato anche che il codice internazionale di etica medica, approvato dal World Medical Association, dice che il dovere primo del medico non è la tutela della vita ma della salute e del ben vivere.
Per quanto riguarda il tema del suicidio medicalmente assistito, nei Paesi che hanno legiferato a riguardo, tra i quali la cattolicissima Spagna, il 70% dei richiedenti sono pazienti oncologici. In Spagna, a due anni dall’approvazione, i morti per suicidio assistito sono il 2% dei morti, mentre in altri Paesi (Olanda, Belgio, Canada) la percentuale si attesta sul 4%. Questi numeri non servono per fare classifiche, ma per far emergere un dato importante: legiferare in tal senso, come discutere di queste questioni, riguarda una parte importante di cittadini. Non è, quindi, come vorrebbero far passare alcuni: “in fondo è una cosa che riguarda pochi casi”.
No, riguarda moltissime persone, potenzialmente tutti.
…e alcune questioni politiche
La questione politica è sempre la solita e certo più antica dell’Unità d’Italia: l’ingerenza della Chiesa e dei cattolici. Quando si dice cattolici non si intende certo tutti i cattolici, molti di loro permettono ad altri di vivere e morire come ritengono, e grazie a molti cattolici sono state vinte tante battaglie anche sui diritti civili. Dunque, si intenderà sempre la parte più retriva, bigotta e autoritaria dei cattolici. Uno Stato che sarebbe laico, ma che di fatto lo è poco, in particolare su questi temi. Basti pensare al caso Welby, quando l’ex Presidente della Repubblica Cossiga si fece portavoce della crociata contro Riccio definendolo assassino e portandolo in tribunale con l’accusa di omicidio di consenziente. Per fortuna, come nel caso Englaro, al Colle sedeva Giorgio Napolitano. Giorgio Napolitano che, quando gli venne presentata quella legge per impedire che si compisse (quella notte stessa) quanto Eluana aveva espressamente richiesto, rifiutò di firmarla. E su ancora sulla Englaro, per ricordarci il campionario politico di bassezze e cattiverie di cui siamo capaci, Silvio Berlusconi (ora compianto statista) ebbe a dire «potrebbe ancora avere figli». Siamo ancora questa cosa qui? Lo siamo ancora, se consideriamo quanto ha detto in materia di aborto uno dei papabili successori di Zaia, il nostro fratello d’Italia De Carlo, sul cimitero dei feti. E con lui qui a Feltre chiudevano la campagna elettorale, i nostri amici civici (di destra). Così, scendendo verticalmente e geograficamente lungo questo climax da Cossiga a Berlusconi a De Carlo, arriviamo al sindaco di Feltre che in campagna elettorale, a TeleBelluno, sul fine vita riuscì a dire: «Credo che nessuno abbia il diritto di decidere per sé, per gli altri, nel momento in cui ci sono una serie di situazioni che riguardano esclusivamente la morale della persona» (https://www.likequotidiano.it/feltre-fusaro-eutanasia-nessuno-ha-diritto-di-decidere/). Qualsiasi cosa volesse dire Fusaro, il dato oggettivo è il ritardo della politica rispetto alla società. Come ha spiegato bene Marco Cappato,
Sulla legalizzazione dell’eutanasia sono a favore la gran parte delle persone da destra a sinistra, per la semplice ragione che sono questioni che la gente ha vissuto sulla propria pelle, con un familiare o un amico. Perciò non aspetta che arrivi un capo partito a dirgli come si deve comportare e come la deve pensare. Sono cose che ha vissuto. Così, ad esempio, Il Gazzettino nel Nordest ha fatto un sondaggio per cui l’82% delle persone è favorevole, l’80% degli elettori di FdI è favorevole, 78% Lega, così anche la stragrande maggioranza dei praticanti saltuari religiosi. Quindi non è vero che sono temi divisivi, lo sono solo per i capi dei partiti, non per la gente. Perché le persone sanno fare la differenza tra quello che sceglierei io personalmente e quello che impongo a tutti con la legge. Come con l’aborto, così sul fine vita. Ed è un principio fondamentale di uno Stato laico.
Come rilevano i sondaggi e l’esperienza di ognuno, viviamo un mondo diverso da quello della politica. Questo ritardo, però, oltre ad essere ingiusto per chi sta male ora, rischia di essere pericoloso. Si tratta dunque di travolgere la politica, impegnandola sulla regolamentazione del suicidio assistito e sulla legalizzazione dell’eutanasia. Più se ne parla, prima si arriva all’obiettivo di libertà, quello di poter determinare la propria vita anche decidendo come accomiatarsi.
L’ultima triste pagina politica sul fine vita è stata scritta dal Consiglio Regionale del Veneto, motivo da cui sono nati questi due piccoli contributi. Il consiglio ha bocciato la proposta di legge presentata dall’Associazione Luca Coscioni, per regolamentare e dare un indirizzo certo e preciso per il suicidio medicalmente assistito in Veneto. La bocciatura della proposta di legge non significa che qui ora non c’è più questa possibilità, che rimane garantita dalla sentenza della Corte Costituzionale di cui abbiamo parlato precedentemente. Rappresenta, tuttavia, un passo indietro importante. Ancora con le parole di Mori, «è un grosso danno allo sviluppo civile di questa regione e di questo Paese. C’è chi è rimasto al Sacro Romano Impero». Il voto in Consiglio è certo stato la solita grande partita politica, giocata in primis tra Salvini e Zaia, in secundis, senza che se ne sentisse il bisogno, tra la maggioranza e il PD, o meglio ancora tra il PD e sé stesso. Il PD Veneto è riuscito ad affossare sé stesso insieme ad una proposta progressista sostenuta da Zaia, su una questione già regolamentata da una sentenza della Corte Costituzionale. Si potrebbe chiedere a Schlein dove fosse, se sapesse di essere segretario del Partito Democratico; si potrebbe chiedere a Bonaccini di quale questione etica vada parlando, perché non ce ne è alcuna. Si trattava di dare una struttura a qualcosa che già c’è. Da ultimo qualche solito buon samaritano, carico di tutta l’ipocrisia del benpensante, pronto a lanciare l’appello “no alla gogna mediatica”, in difesa della consigliera PD che ha votato contro, il cui nome non voglio nemmeno riportare in questa pagina. Ma questa, si sa, è la bassura politica cui (non) ci siamo abituati.
Si tratta di parlare del fine vita, di informare e sostenere le battaglie come quella dell’Associazione Luca Coscioni, che ora ci riprova in Lombardia. Speriamo.
Intanto, avanti con la lotta culturale che ci fa dire: vivere non è un dovere.
