Il Panfilo racconta – 29 gennaio 2024
I giganti in seconda fila - Rodari, Poli, Petrucci intellettuali del Pci
Nel canone della cultura alta, quella dotta, quella per i manuali, ci sono figure di altissimo rilievo che la tradizione ha deciso devono rappresentare un ideale di grande coerenza e un inarrivabile punto di riferimento politico. I grandi intellettuali del Pci: oltre ai suoi segretari, generalmente, bisognerebbe inserire almeno Gramsci, Marchesi, Pasolini, Amendola, Antonioni, Visconti, Moravia, Vittorini, Calvino, Pavese, Guttuso, Vedova, Nono, Tronti, Asor Rosa, Argan, Longhi. Due problemi: intanto si noti l’assenza, tra i primissimi nomi, di scienziati. Il Pci, in realtà, ha avuto anche una notevole cultura scientifica alle spalle: intanto tanta, tanta fisica come mostrano Tullio Regge, Felice Ippolito, Milla Baldo-Ceolin; poi i medici Giovanni Berlinguer, Severino Delogu, Franco Basaglia (forse un po’ improprio definirlo pienamente comunista); i matematici Lucio Lombardo Radice e Edoardo Vesentini. Potremmo aggiungere anche figure di altro tipo (sportivi come Adriano Panatta, cantanti come Milva, conduttori come Gianni Minà), più pop ma di grande spessore anche loro. Tuttavia rimane forte l’idea che la dorsale, mi pare, sia costituita dagli studi di filosofia, di lettere, più qualche giurista e costituzionalista. Il cinema piace se c’è tanto realismo, a volte anche molto crudo e un po’ didascalico (con eccezioni tipo Antonioni): rilette oggi certe critiche di Antonello Trombadori e, soprattutto, di Guido Aristarco, sono deludenti e forse male invecchiate. La svalutazione molto dura di autori magari troppo disimpegnati, troppo poetici, troppo incentrati sul fare cose belle e tecnicamente perfette prima che militanti, o ancora un po’ defilati dal canone del rigore marxista, oggi ci addolora e ci fa pensare, e pensare anche male: Sergio Leone era solo un fenomeno commerciale, Pietro Germi faceva melodrammi inutili sulla classe operaia e calligrafici feuilleton (in effetti Gelosia lo è, ma Il ferroviere decisamente no) e via dicendo. Avevano anche le loro ragioni gli autori del Manifesto che protestavano contro i grandi nomi dell’élite («Pietrangeli è stato il più grande regista italiano e Antonioni il più sopravvalutato»).
Oggi c’è abbastanza accordo su come certe pagine di Moravia non sono tutte un capolavoro; su come è vero che Elsa Morante subì anche una sorta di linciaggio sessista da parte della critica ma pure su, e l’ha fatto notare di recente un autore intelligente e un buon divulgatore come Piero Dorfles, come qualche dubbio su La storia è ancora lecito; su come la filmografia di Pasolini forse non è stata poi tutta questa svolta e su come una gran parte della saggistica di Pasolini va ridimensionata (sui modelli di consumo andrebbe quantomeno letto criticamente mescolandolo alle pagine di Michel de Certeau; su cultura popolare e cultura di massa ha le sue ragioni Fabio Dei; su una certa mistica della storia, con termini come “processo al palazzo” e via dicendo, penso si debba rileggere Walter Siti).
Una decina di anni fa, Claudio Giunta ha pure criticato le Lezioni americane di Calvino. Dice che l’autore sta inesorabilmente passando di moda e che il successo di quel testo non ha fatto bene alla nostra letteratura, con la sua finta semplicità, la sua ricercatezza affettata e l’italiano artefatto di un’opera che non era ancora stata rivista e fu pubblicata incompleta, prima di venire ripulita da Calvino, che era già morto quando la stamparono postuma. Con, aggiungerei, anche una grossa operazione editoriale e pubblicitaria. Forse ebbe fortuna anche per quella convinzione un po’ romantica che i grandi libri sono quelli che uccidono gli scrittori.
Ma non bisogna per questo buttare via tutto, anzi. Di quell’esperienza politica e di partito vanno salvate alcune figure, che aiutano a capire come il Pci abbia alcuni grandi contributi all’Italia. Personalmente, per indole e convinzione, rafforza la mia opinione che abbia fatto più bene che male alla storia nazionale, ma questo è un altro tema e ritorno ai miei personaggi. Ne propongo tre. Non è giusto dirli minori: nei loro campi furono grandissimi e, in certi casi, conobbero una gran popolarità mediatica che, magari, non aveva però un riscontro con le cose alte che facevano gli intellettuali “seri”. Mi riferisco a Gianni Rodari, anche se forse è un po’ sbagliato incasellare qui questo scrittore, poeta e illustratore. Sbagliato perché godette di altissima considerazione dall’editore impegnato per eccellenza (Einaudi). Bisognerebbe forse fare un libro, un grande libro, solo su Rodari e la figura femminile: la sua pagina deliziosa su Il libro dei perché va letta senza commento (dispiace non poterne riprodurre l’illustrazione).
Perché la mamma deve andare a lavorare tutti i giorni, invece di restare a casa come piacerebbe a me e ai miei fratellini?
Non so che lavoro faccia la tua mamma, ma sarà certo un lavoro utile: utile a voi (per i soldi che può guadagnare) e utile a tutta la società. E voi dovreste ammirarla ancora di più, non soltanto perché è la vostra mamma, ma perché è una donna che lavora: una donna importante e brava. Le scarpe le potete lucidare da soli, i fazzoletti li potete dare alla lavandaia, poi vi potete mettere alla finestra ad aspettare che la vostra mamma torni per domandarle: “Che cos’hai fatto oggi? Parlaci del tuo lavoro e insegnaci a diventare bravi come te.”
Non serve aggiungere molto altro: ne apprezzo la freschezza, l’immediatezza di linguaggio, la chiarezza ideologica anche davanti ai bambini cui offre un modello forte, che oggi forse si stenta a capire, ma che allora era anche una polemica contro una società dove le donne lavoravano perché proprio serviva o perché c’era tanta inflazione e due salari erano meglio di uno… Insomma, era una presa di posizione forte, schietta, anche contestabile. Forse, se bisogna fare un bilancio a posteriori del Pci, proprio queste figure che parlavano in modo semplice (non sempliciotto) della donna e che hanno aiutato operai e proletari a prendere coscienza di problemi da vedere con altruismo, sentendosi parte di una comunità anche se certi drammi non li toccavano da vicino, hanno realizzato in questo paese tra i più alti esiti della democrazia in Europa (che negli anni Settanta ci fossero scioperi, con enorme partecipazione, quasi tutta maschile dati i numeri della forza lavoro, per chiedere migliori condizioni salariali e tutele per la maternità, è un fatto che deve suscitare la nostra ammirazione).
Seconda figura: il teatro di Paolo Poli. Effettivamente è vero: il teatro d’accademia e le dotte trouvaille le occupava uno come Vittorio Gassman, Strehler faceva quello impegnato, Squarzina era il Truffaut del palcoscenico, i saltimbanchi sotto Fo, il dialetto guardava tutto a De Filippo. Poli mescolava tutto e, riviste oggi, certe sue cose (Santa Rita da Cascia io penso sia il suo capolavoro) fanno l’impressione di un gran teatro di varietà. Ed era volutamente così: citazioni a iosa, da stordire Gadda e Arbasino, le canzoni di Jula De Palma, i riferimenti mélo alle cose in voga a fine Otto e inizio Novecento (geniale la parodia di Carolina Invernizio: che è presa da Gramsci). E gramsciano, in realtà, quello spettacolo lo era davvero: nelle sue annotazioni sul folclore, come lo chiamava lui, Gramsci ragionava su come non era sbagliato il vaudeville, il cabaret, lo spettacolo leggero. La cosa importante era che rimanesse un teatro di popolo, capace di fare emozionare e lanciare dei messaggi perché il pubblico non si sentisse soddisfatto della situazione sociale. Lo chiamava “folclore contestativo”: che poteva anche cantare l’amore, la gioia della pancia piena, la bellezza della propria città, ma prendeva in giro i padroni e magari faceva autoironia sulle fatiche della vita. Altro che canzonette! Per esempio, Bertolt Brecht metteva nel suo teatro personaggi molto farseschi per fare ridere: magari non ha poi avuto, anche se non è sempre vero, quel successo commerciale che sperava, ma la sua Opera da tre soldi voleva essere sia un varietà per il dopolavoro sia una riflessione sul marxismo. Poli è su quella falsariga. Forse, è vero, oggi potrebbe anche irritare quella macchietta di omosessuale un po’ effeminato, impressione che inevitabilmente può suscitare. Va però riconosciuta a Poli la grande coerenza ideologica, la convinzione non irreligiosa (santa Rita è, dopotutto, omaggiata con un affettuoso strizzare gli occhi a quel teatrino povero, di parrocchia e di oratorio, che è un punto di partenza per tutti i ragazzi) e non anticlericale ma ironica e anche conciliante riguardo la fede, le battaglie civili che ha affrontato con leggerezza e con acume: il lavoro salariato, l’abbruttimento della fatica fisica e, anche, la pedagogia pedante di un partito che sembrava a volte esecrare il divertimento. Poli proponeva invece la gioiosità del sesso, non nascondeva la propria vita privata e, a differenza di altri militanti, anche, della critica omosessuale, ha sostenuto con autonomia di giudizio le battaglie dei decenni successivi. Forse può un po’ amareggiare che avesse detto, negli ultimi tempi, che non era molto d’accordo con le unioni civili, ma mi fa ricredere in meglio che fosse pronto a scusarsi, pensarci su, dire che aveva sbagliato parlando da una posizione privilegiata e riformulare il proprio giudizio con un tatto e un’educazione che desidereremmo più spesso, in questo paese molto scortese e irrispettoso quando parla coi giovani.
Armando Petrucci: è la figura finale. Chi ha studiato la paleografia latina ha certamente avuto a che fare con il suo manuale che è una vera delizia e si dovrebbe vedere anche solo per capire come si scrive un libro di testo serio, fatto bene, essenziale. Alcuni capitoli come quello sulla nascita della carolina sono piccoli capolavori: considera un problema complesso, espone le varie teorie con molta diligenza e puntando esattamente al centro di ogni ipotesi, conclude in modo chiaro esponendo la sua posizione, ma rimandando sempre il lettore ad approfondimenti critici che lo possano anche contestare o rimettere in discussione. Petrucci è stato un luminare assoluto nel suo campo e il suo impegno militante meriterebbe un commento molto lungo, a partire dalle lezioni ai tipografi e linotipisti de l’Unità sulla minuscola umanistica che si usa abitualmente – con cui sto scrivendo e state leggendo voi – e che deriva dalla carolina. Lezioni promosse dai sindacati, che avevano una bella adesione tra gli operai del settore. A un certo punto, segnalavano alcune memorie, il professore si fermava e si faceva raccontare dai tipografi come si inchiostravano le bobine delle rotative, come lavoravano i linotipisti, che tipo di problemi avevano. Ricordo, tra i tanti drammi, il male delle intossicazioni da piombo per l’uso della linotype in Italia, col paradosso che i libri scritti per istruire la gente, passavano per la malattia professionale dei loro compositori. Di queste cose, a Petrucci premeva sapere. Ritorno al paleografo: la sua scrittura è molto semplice, rifiuta complicazioni inutili e, infatti, ai tempi fu criticata come troppo discorsiva. Era molto attento ai contesti sociali: i modi di esprimersi dei semicolti, degli illetterati, il consumo della scrittura. Nei suoi scritti civili, il grande merito andava al suo contrapporsi alle frasi fatte: Petrucci non è tenero con istituzioni come il Censis, che ritraggono l’Italia allo stesso modo da cinquant’anni (e che puntualmente ogni anno sforna un nuovissimo rapporto); è spettacolare quando parla dei graffiti (che, dice, sono diventati un insulto razzista e un’occasione di denigrazione: ma non vanno cancellati per decoro, piuttosto si devono studiare, fotografare per l’analisi paleografica e, soprattutto boicottare manomettendoli – perché la scrittura è sempre riuso) con uno spirito irriverente che farebbe esplodere ogni funzionario dei Beni culturali. Prende di mira le mostre, dicendo che le esposizioni pagano poco chi ci lavora e crede che no, l’Italia non può e non deve vivere di cultura (che, poi, vuol dire di turismo). Certe prese di posizione sono discutibili e se ne scusa preventivamente (sul finanziamento della ricerca): ne ho colto però l’impressione che dovesse servire più a provocare e, soprattutto, Petrucci metteva sempre le mani avanti raccontandosi come un fortunato e un privilegiato, che non sapeva vedere certi problemi, perché non li aveva incontrati e che il dibattito serviva proprio a questo. Ci sono pagine di una bellezza mostruosa sull’università di massa, che è diventata solo l’estensione dell’università delle élite, che non sa (peggio! non vuole) accogliere gli studenti-lavoratori e, ammissione rarissima da trovare in Italia, alla fine ragiona per riprodurre sé stessa, formare studiosi, ricercatori, eruditi, prima che ingegneri, insegnanti, medici (pensando a teorici delle costruzioni, filologi, clinici). Di figure così ne sento il bisogno, perché, come diceva Marx, sapevano darci insieme il pane e le rose.
Eddy Benato
Autore
Approfondimenti.
Le citazioni provengono da G. P. Brunetta, Il cinema italiano contemporaneo, Roma-Bari, Laterza, 2007; su Elsa Morante: Angela Borghesi, L’anno della storia. 1974-1975. Il dibattito politico e culturale sul romanzo di Elsa Morante. Cronaca e Antologia della critica; Macerata, Quodlibet, 2019 e P. Dorfles, Il lavoro del lettore. Perché leggere ti cambia la vita, Milano, Bompiani, 2021; M. de Certeau, L’invenzione del quotidiano, Roma, Edizioni Lavoro, 2010; F. Dei, Dal popolare al populismo: ascesa e declino degli studi demologici in Italia, in Meridiana, XXIII, n. 77, pp. 83-100; P. P. Pasolini, Petrolio, a cura di M. Careri e W. Siti, Milano, Garzanti, 2010; C. Giunta
