Recensioni - 29 gennaio 2024
Per sempre, altrove
Di Barbara Cagni
Fazi editore
Anno 2022
Capita che, mentre giri per una libreria reale o virtuale che sia, fra le nuove uscite ed i classici, i saggi ed i best-seller, ti capiti in mano un libro e, non sai nemmeno tu perché, ti incuriosisca.
Anche se l’autrice non l’hai mai sentita, se le sole notizie che reperisci su di lei in rete è che è nata a Milano ed è laureata in biologia molecolare, anche se è di fatto un’opera prima.
Ed inizi a leggere, e la lettura ti graffia il cuore.
Sarà perché parla della tua terra;
Il nostro paese era in Veneto, più precisamente in provincia di Belluno, più precisamente in Cadore, più precisamente nel Comelico; era uno dei paesi che stavano sul Piave e perciò un po’ fratello di quelli friulani che si appoggiavano sulle medesime acque. Per questo motivo mio padre, quando in città venne a sapere da un suo amico che a Erto e Casso la gente si lamentava perché gli stavano per costruire una diga e portavano via le terre ai contadini, andò su tutte le furie e dovette darsi due spruzzate con la pompetta, perché lo assalì l’asma.
sarà perché parla di due drammi che questa terra ben conosce: l’emigrazione e la malattia mentale;
E poi c’è la nostalgia, cioè le radici che spuntano dalla testa, dal cuore e dalla pancia. Non sono nella terra, ma si aggrappano ai ricordi e cercano di raggiungere le persone lontane. E con tutte queste radici dentro e fuori, un emigrato non sa più a quale posto appartiene, e questa è la vera tristezza, l’unica inconsolabile”.
Ma durante la nostra visita sentii urla e lamenti provenire dagli stanzoni delle internate, insieme all’odore di piscio e feci. Alle finestre c’erano le sbarre ovunque. Vidi aggirarsi per i locali donne con la faccia sconvolta e lo sguardo smarrito. Indossavano camicioni sporchi e trasandati, come quello che aveva Berta. Parlavano da sole, tacevano, ci fissavano con gli occhi sgranati, un po’ ingobbite. Non ero in grado di indovinare l’età di nessuno, là dentro. Tutte davano l’impressione di essere delle straniere che non si conoscevano, ognuna che parlava la propria lingua. E allora pensai che il manicomio era come una stazione, dove quelle sconosciute si incrociavano in attesa della prossima partenza. Il manicomio sembrava una grande emigrazione, un luogo a cui nessuno poteva appartenere. Era una grossa cesoia che tranciava radici.
sarà perché si parla del manicomio di Feltre;
«Il dottore ci ha detto che quello di Feltre è un manicomio moderno, all’avanguardia, perché fanno delle terapie nuove. Chissà se davvero la mia Berta la curano per bene», disse la mamma un giorno che era con le comari, dopo aver confidato loro il racconto di mia sorella.
«È sempre un manicomio, il posto in cui finisce la gente che non può stare fuori», spiegò la Nena che era istruita e che si era documentata in biblioteca.
«È l’ospedale per chi ha problemi di testa, Nena, certi non possono stare fuori e magari non hanno chi li può tenere a casa», disse la Rufina.
«Invece non ci trovi solo i matti, lì dentro, ci sono anche puttane o poveracci che non hanno un posto dove stare, ubriaconi, omosessuali, balbuzienti, straccioni e mutilati», spiegò la Nena.
e ti pare di vedere le lunghe mura di via Borgo Ruga, e quello che esse contengono, che un po’ hai visto, un po’ hai sentito, un po’ hai immaginato, e riconosci personaggi e terapie che hai, molti anni dopo, solo sfiorato;
E alla fine Berta sotto i ferri ci andò.
La corrente non aveva avuto alcun effetto benefico su di lei, non era stato come per il primo internamento. Alla seconda visita, il dottore ci spiegò che non potevano più proseguire con i cicli di elettroshock, perché, dopo averne eseguiti cinquanta, la ragazza non aveva avuto miglioramenti.
«In questi casi è necessaria un’operazione», disse, informandoci che il primario del manicomio, il dottor Meneghel, aveva da pochi anni introdotto questi interventi per la cura dei malati, e Feltre, anche in questo, era all’avanguardia.
«Sarà il professor Fiamberti in persona a operare: è conosciuto in tutto il mondo per essere uno dei più grandi esperti della leucotomia prefrontale transorbitaria», spiegò il medico. «Una volta al mese viene appositamente da Varese».
Non appena tornammo a casa, i miei radunarono tutte le sorelle e spiegarono che Berta sarebbe stata operata ai primi di giugno.
«A quanto pare, non ci sono altre cure che tengano», disse mio padre. «E abbiamo accettato».
sarà perché la voce narrante è quella di una bambina che, nel raccontare, diventa donna, ma è fin da subito di una potenza estrema.
È la storia di Berta, una giovane del Comelico, che a metà degli anni ‘50, dopo una delusione amorosa emigra in Svizzera. E la sorella racconta la sua storia, a partire dalla telefonata in cui si comunica, dalla Svizzera, che Berta “stava male”.
La storia si sviluppa tra gli abbracci della migliore amica Clarissa, le chiacchiere delle comari, i discorsi impegnati del padre, i balli in piazza d’estate e gli addii, purtroppo sempre più numerosi, di coloro che provano a cercare fortuna altrove. È una storia quasi tutta al femminile, nella quale la protagonista è da un lato la famiglia, che giura di rimanere unita anche di fronte alla tragedia:
«Ormai le abbiamo provate tutte, non c’è niente da fare», disse scuotendo la testa. Le vidi gli occhi gonfiarsi di lacrime. «È un po’ come se fosse partita, emigrata lontano», continuò. «Dobbiamo prenderla così la faccenda». Disse che lei si era fatta quest’idea.
Poi fece promettere a tutte noi che ci saremmo prese cura di Berta quando lei e papà sarebbero venuti a mancare, che non l’avremmo mai maltrattata né data in pasto a medici o chirurghi, né spedita in un manicomio.
«Sto parlando sul serio. Non dormo la notte pensando a che fine potrebbe fare», rivelò puntando il suo sguardo su ognuna di noi. Non pretese una semplice promessa, ma un vero e proprio giuramento. Le assicurammo che avremmo mantenuto fede alla parola data, poteva star tranquilla. Poi ci fu un gran silenzio, si sentivano solo i rintocchi delle campane che annunciavano le sei della sera. Ognuna guardava da una parte diversa. E io pensai alle donne che a quell’ora stavano entrando in chiesa per riunirsi a pregare.
e, dall’altro, senza mai essere esplicitamente nominata, la resilienza, che permette ai personaggi di superare le sofferenze, le perdite, le lontananze, ma anche di valorizzare il senso di comunità e di appartenenza alla propria terra. Una comunità capace di farsi carico della protagonista, difendendola da sé stessa e dal mondo che la circonda.
Il “per sempre altrove” è un altrove lontano dalla propria terra, ma finisce, in questo caso, per essere una dimensione permanente, un altrove definitivo da sé, un viaggio nel mondo inesplorabile della malattia mentale.
L’ho già detto. “Per sempre altrove” è un libro che ti graffia il cuore, che merita di essere letto per la bellezza della scrittura, la profondità dei personaggi e la capacità di rendere, in modo vivido, la realtà e la crudezza della vita, ma anche la capacità di fare comunità, di un paese di montagna degli anni ’50.
