Recensioni - 29 gennaio 2024

Processo alla Resistenza - L'eredità della guerra partigiana nella Repubblica 1945-2022

Di Michela Ponzani

Einaudi
Anno 2023

«Se qualcuno, quando eravamo sulle montagne a condurre la guerra partigiana, fosse venuto a dirci che un bel giorno, a guerra finita, avremmo potuto essere chiamati davanti ai tribunali, per rispondere in via civile di atti che allora erano il nostro pane quotidiano, gli avremmo riso francamente in faccia».

Dante Livio Bianco, Partigiani e CLN davanti ai tribunali civili, in «Il Ponte», n. 11-12, 1947.

Che cosa è rimasto della Resistenza dopo il 25 aprile 1945? Che cosa ne è stato di coloro che contribuirono alla liberazione del Paese rischiando la propria vita e combattendo, in città come sulle montagne, contro l’oppressore nazifascista? Michela Ponzani, nel suo ultimo libro di ricerca storica “Processo alla Resistenza”, prova a rispondere a queste domande. Perché, contrariamente a quello che sarebbe logico pensare, coloro che avrebbero dovuto essere celebrati dalla nascente Repubblica come eroi della patria, sono invece finiti sotto accusa, tra luoghi comuni antiresistenziali, manipolazioni storiche e finanche processi nelle aule di giustizia. Questo libro affronta così «il nodo spinoso dell’eredità della guerra partigiana nella Repubblica», con la messa sotto accusa dell’antifascismo che «finì col ribaltare le ragioni e i torti, i meriti e le bassezze, i valori e i disvalori», «trasformando coloro che avevano combattuto contro nazisti e fascisti in pericolosi fuorilegge che avevano attentato al bene della patria […] e messo a repentaglio la sicurezza nazionale, difesa invece fino alla fine dai combattenti di Salò».

Donne e uomini che avevano scelto la Resistenza dovettero scontrarsi col principio di realtà, e ciò «divenne chiaro già nel maggio-giugno 1945, quando i Tribunali militari alleati iniziarono i primi arresti nell’Italia del Nord, con l’avvio di istruttorie a carico di partigiani, soprattutto garibaldini, per fatti avvenuti in guerra ma ritenuti illegittimi o per episodi legati all’insurrezione. […] E mentre ex fascisti e collaborazionisti della Rsi, autori di stragi e crimini contro i civili, sarebbero stati assolti, riabilitati e persino graziati per aver “obbedito ad ordini militari superiori” o semplicemente per la loro natura “di buoni padri di famiglia”, i partigiani sarebbero stati giudicati (sia pure in via indiretta) per le rappresaglie scatenate dai nazifascisti, per non essersi consegnati al nemico». Sulla base di un corpus di regole che disciplinava la violenza fra Stati sovrani fin dal XIX secolo, i partigiani sarebbero stati considerati a lungo «”degli irregolari che avevano agito per libera scelta (in base all’etica della convinzione), non coperti a priori dall’impunità garantita ai militari di ogni tipo e grado, che invece [avevano operato] nel monopolio della violenza legale esercitata dallo Stato”».

Il libro ripercorre, attraverso carte processuali e documenti d’archivio inediti, gli anni del Dopoguerra, ricostruendo il clima di un’epoca, osservando sogni e speranze traditi di una generazione che aveva già pagato un prezzo altissimo per la sola scelta di resistere all’oppressore. E così, secondo una rigorosa ricostruzione storica degli eventi e dei processi che ne seguirono, possiamo vedere il sovvertimento e la mistificazione della realtà, da via Rasella al massacro di Schio, solo per citare alcuni episodi famosi. Ma possiamo vedere altresì, nella costruzione del nuovo Stato, la riabilitazione dei fascisti, che non solo vennero salvati dai processi per i crimini contro la popolazione civile, ma ripresero spesso il loro vecchio posto o comunque posizioni prestigiose e di comando. Tra questi, clamoroso è il caso di Ernesto Eula, il pubblico ministero del tribunale di Savona che nel 1927 aveva fatto condannare Ferruccio Parri, Sandro Pertini e Carlo Rosselli per l’espatrio di Filippo Turati e che divenne nel Dopoguerra procuratore di Cassazione dopo aver abilmente ottenuto l’amnistia Togliatti nel 1946. O ancora Gaetano Azzariti, ex presidente del Tribunale per la difesa della razza, che venne nominato presidente della Corte costituzionale.

La ricostruzione puntuale di Michela Ponzani dei tantissimi eventi che hanno caratterizzato la rilettura della storia partigiana nel nostro Paese, ci porta a riflettere sul rapporto tra ciò che l’Italia è stata durante il fascismo e ciò che l’Italia ha voluto essere nella nascente Repubblica, con l’opinione pubblica o la stampa pronte a rivendicare i meriti degli “italiani brava gente”. Con una sorta di meccanismo di rimozione, le colpe sono sparite come polvere spazzata sotto il tappeto, mancando un confronto serio con la Storia, con le proprie colpe, con i propri demoni. Probabilmente perché ci saremmo resi conto che il Ventennio fascista, lungi dall’essere qualcosa di irrazionale, come una sorta di vuoto della Storia, è stato in realtà l’emersione di qualcosa che è insito nella natura umana e finanche razionale. Troppo scomodo e complicato anche solo pensarlo. Molto più comodo e più facile mettere sotto processo i partigiani, che seppur abbiano dato un gran contributo alla liberazione del Paese, di questo stesso Paese non erano che la minoranza. Gattopardianamente, bisogna che tutto cambi perché tutto rimanga com’è.

La lettura di questo libro, quindi, ci stimola a riflettere su ciò che siamo stati, su ciò che poi abbiamo voluto essere e, infine, ritornando al primo punto, su ciò che potremmo essere ancora. Soprattutto in un periodo di incertezza come quello attuale, dove riemergono con forza alcune idee, dove vengono messi in discussione persino alcuni diritti fondamentali, conquistati con fatica negli ultimi decenni o, purtroppo, ancora da conquistare. Ed è qui che sta l’estrema attualità della ricerca storica di Michela Ponzani.

In conclusione, in un’Italia alla costante ricerca di radici identitarie, con la rincorsa alla pacificazione tra vincitori e vinti, in cui il 25 aprile viene banalizzato e liquidato come una festa divisiva, voglio sottolineare le parole pronunciate ieri, 26 gennaio 2024, dal Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella, in occasione della celebrazione del giorno della memoria: «L’uomo del Novecento – immerso nel tempo della ragione, della fiducia incondizionata nell’avanzamento della scienza, della cultura, della tecnica – mai avrebbe pensato di trovarsi di fronte a un tornante così tragico; mai avrebbe concepito la possibilità di una simile regressione: mentre si confidava – come veniva conclamato – in un’alba radiosa per l’umanità, si trovò improvvisamente precipitato nelle tenebre più fitte». E ancora: «Celebrare doverosamente i Giusti non deve far dimenticare i tanti, troppi ingiusti: i pavidi, i delatori per denaro, per invidia o per conformismo; i cacciatori di ebrei; gli assassini; gli ideologi del razzismo. Non c’è torto maggiore che si possa commettere nei confronti della memoria delle vittime che annegare in un calderone indistinto le responsabilità o compiere superficiali operazioni di negazione o di riduzione delle colpe, personali o collettive. Non si deve mai dimenticare che il nostro Paese, l’Italia, adottò durante il fascismo – in un clima di complessiva indifferenza –  le ignobili leggi razziste: il capitolo iniziale del terribile libro dello sterminio; e che gli appartenenti alla Repubblica di Salò collaborarono attivamente alla cattura, alla deportazione e persino alle stragi degli ebrei».

Una voce, per certi versi, fuori dal coro. Grazie, Presidente.

Lorenzo Brogli
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