Il Panfilo racconta – 29 gennaio 2024

Guida galattica al Sei Nazioni e dintorni - Ep. 1 Cabbage Patch, Twickenham

Se Netflix ha dedicato una serie TV, uscita proprio la scorsa settimana, al torneo delle Sei nazioni di rugby, che inizia venerdì con Francia – Irlanda al Vélodrome di Marsiglia e prosegue, poi, sabato con Italia – Inghilterra all’Olimpico di Roma e Galles – Scozia al Millennium di Cardiff, potevamo noi del Panfilo esimerci dall’esprimerci sulla più vecchia manifestazione di rugby del mondo? Un torneo che si disputa, eccetto qualche interruzione, legata soprattutto alle due grandi guerre, ininterrottamente dal 1883?

Non mi lancerò, però, in tecnicismi e neppure in pronostici, non mi esporrò sul difficilissimo ambito tecnico della palla ovale, vi racconterò, viceversa, la sua versione enogastronomica, o birragastronomica, se mi passate il termine, attraverso una guida nei luoghi del rugby che, inseguendo i rimbalzi ovali, mi è capitato di incontrare, durante un terzo tempo lungo ormai quasi vent’anni. 

Viaggi ovali, girando l’Europa. Tante attese, altrettante partenze, grandi emozioni e forti amicizie. 

Oltre tre lustri di voli low cost, bed and breakfast, birre, stadi, club house, incontri, partite, sconfitte, ebbene sì, sconfitte tante, tantissime.

E’ un po’ il nostro Natale, lo si aspetta tutto l’anno, inizialmente ci si scambia qualche e-mail, poi man mano che ci si avvicina alla partenza, cresce l’attesa e cresce pure la frequenza dei messaggi.

Aspettiamo il momento in cui ci si trova al mattino molto presto, pronti per partire, per mesi e poi, il solito volo con la low cost, la prima birra tutti assieme, il pub che avevamo studiato su internet, la partita, le risate ed è già ora di tornare, è già tempo di re-immergersi nella quotidianità. In quel momento o pensi alla trasferta che verrà da lì a un anno, oppure la malinconia che ti assale è totale. 

E’ iniziato tutto nel bar dei rugbisti, a Feltre, inverno del 2004. La Locanda si chiamava quel pub, gestito da giocatori di rugby per i giocatori e gli appassionati di rugby. Maglie appese, disegni alle pareti, palloni ovali a collegare amicizie e conoscenze. Dopo la sbornia dell’esordio nel Sei Nazioni, il rugby cresceva di popolarità e così anche a noi amici, che giocavamo nel torneo Csi di calcio, venne voglia di andare a vedere una partita dal vivo. Siccome avevamo anche una passione matta per tutto quanto provenisse da Gran Bretagna e Irlanda, venne spontaneo dirigerci verso Scozia e poi di seguito Dublino, Londra, Cardiff, ancora Edimburgo, ancora Dublino, ancora Londra, fino a scegliere per la prima volta Roma, dopo molto tempo.

Abbiamo visto l’Italia nelle trasferte del Sei Nazioni, alcune da pacche sulle spalle, altre da delusioni cocenti, abbiamo seguito la Benetton nella Celtic League, abbiamo respirato l’aria delle finali europee, abbiamo infine dedicato del tempo pure al campionato francese, abbiamo visto le corse di cani, abbiamo cantato, ci siamo incazzati, abbiamo speso molto, ma portato a casa sempre grandi ricordi e quelli non hanno prezzo.

Come lo spieghi cosa provi all’ingresso in campo del Galles al Millennium Stadium? Oppure come odora l’aria al sapore di salsiccia e cipolla che ti accompagna lungo Whitton road verso Twickenham? Come risuona Flower of Scotland in un freddo pomeriggio di febbraio a Murrayfield? Che emozioni suscita Fields of Athenry cantato dagli 80mila di Croke park durante una mischia? E come monta l’urlo della folla, mentre attacca l’Ulster, in un venerdì sera a Ravenhill?

Girovagare, inseguendo i rimbalzi ovali della palla da rugby, non è solamente un esercizio turistico, che consente di rispondere a tutte queste domande, è un viaggio nel mondo dello sport, dal quale se ne ricava un’immagine ben precisa del rugby nella società anglosassone e irlandese, diametralmente opposta a quella che in questi ultimi anni stiamo scoprendo del mondo francese: due interpretazioni, entrambe di successo, non solo e non tanto per quanto viene espresso in campo, ma pure per il contorno, che non è esclusivamente il terzo tempo, ma è la cultura del rugby, la cultura del club, che pubblico frequenta le tribune, come crescono i rugbisti nei rispettivi mondi, con quali valori, di qua e di là della Manica.

La palla ovale alle latitudini britanniche e irlandesi è composta di riti e ritualità quasi religiose, gli stadi, che siano grandi o piccoli, ne sono la cattedrale, i tifosi assiepano i banchi, pardon, le gradinate, chiassosi, irridenti o in silenzio, ma pur sempre rispondendo a gesti che sanno di tradizione, amicizia e certo, anche di malto e luppolo.

Ci sono, tuttavia, elementi comuni che la lingua della palla ovale parla a Richmond, come a Cardiff, a Cork come a Edimburgo, a Belfast come a Bath e raccontano di fondamenti come la tradizione, il sostegno, la sportività, il senso di appartenenza, la cultura del club, il lavoro di squadra, la disciplina, il rispetto e soprattutto il divertimento. Minimo comun denominatore di tutti gli antistadi, grandi o piccoli, saranno bambini e bambine, con le gote rosse per il freddo, sorridenti, con un pallone ovale in mano.

Questo viaggio nello sport del rugby non ha la pretesa di essere esaustivo, anzi. Senz’altro c’è chi ha visto e vissuto molte più esperienze, questa è un’esperienza personale che si colora di impressioni, di qualche utile indicazione, soprattutto per ripararsi prima e dopo la partita, con una pinta in mano, a scambiare opinioni e prendere qualche pacca sulle spalle, dopo una prestazione della nostra nazionale bella ma sfortunata o una prova della Benetton Treviso, che magari ha messo paura ai tifosi locali.

Sabato a Roma arriva l’Inghilterra e allora vi racconto il mio rugby sulle sponde del Tamigi, ma non solo.

Ogni stadio ha le proprie caratteristiche e il rugby che vi si gioca risponde a canovacci diversi. 

Twickenham è regale, a Twickenham si respira quell’aria di superiorità con cui il XV della rosa ti accoglie, poi, in campo. Ci sono tanti modi per raggiungere il gigantesco stadio che è casa della nazionale inglese e della Rugby Football Union, la federazione inglese: ci si può muovere in treno da Waterloo station, per esempio o in metro, con la District, fino a Richmond e poi a piedi, oppure ancora in treno, verso la stazione di Twickenham. L’avvicinarsi allo stadio è annunciato dai pub stracolmi, dalle fragorose risate e dal profumo di cipolla, bacon e salsicce, perché tutti o quasi i giardinetti delle abitazioni lungo Whitton road, la strada principale che porta a Twicky, come confidenzialmente lo chiamano gli affezionati frequentatori, ti presentano una griglia con hamburger, hot dog, pane, elementi preziosissimi quando le birre bevute iniziano a essere un po’ troppe. 

La casa del rugby inglese ti accoglie con la statua della touche, ai piedi della quale la federazione inglese ha impresso i valori fondanti del movimento della palla ovale della rosa, ossia team work, respect, enjoyment, discipline e sportmanship, elementi chiave nella crescita di uno sportivo, ma soprattutto di una persona che sappia stare al mondo, in una società che talvolta ti fa sentire come una prima linea nella più improba delle mischie ordinate, in un pomeriggio di pioggia e fango, o una seconda linea che prova a “disassare” una cassaforte sudafricana a Ellis Park.

Twickenham, dal suo interno, è davvero la casa del rugby, senza dubbio non è lo stadio più bello, neppure il più moderno e forse neppure il più grande, ma hai l’esatta sensazione di partecipare a un rito che si ripete da oltre cent’anni. Se l’Inghilterra scappa nel punteggio, oppure anche solo al primo calcio di punizione in touche o alla prima mischia ordinata che finisca in favore dei bianchi di sua Maestà il re, gli ottantamila di Twickenham intoneranno quel gospel che è diventato un canto di battaglia: “Swing low sweet chariot coming for to carry me home” e allora a te, tifoso arrivato la sera prima, che hai passato le tue ore al caldo in qualche pub e sei seduto comodo in tribuna, l’ineluttabilità della sconfitta apparirà in tutta la sua severità. Possiamo solamente immaginare che emozioni susciti nell’atleta che lo ascolta, spesso e volentieri nel momento di massima difficoltà della partita, magari dopo 5’ di gioco: un misto di derisione, di sopravvento dell’avversario, di timore che tutte le peggiori previsioni si stiano avverando. Però, se ne esci ancora integro, è la prima sfida vinta in quegli 80’, che possono essere d’inferno o di trionfo. Gli applausi che Twickenham rivolse al “vecio” Alessandro Troncon, man of the match, cancellarono in un colpo solo tutti quegli “Swing low sweet chariot” che ascoltammo in quel pomeriggio di febbraio e quel benedetto carro, pur perdendo, quella volta l’Italia lo rispedì al mittente, oppure lo ricacciò in gola a quel muro umano vestito di bianco. 

Dopo la partita? L’antistadio regalerà concerti live, ancora fish and chips, panini con cipolla, peperoni e hamburger, birre, sidro e nuovamente birre e sidro. Però, prima di risalire sul treno che riconduce il popolo del rugby nel cuore di Londra, necessariamente uno stop per una pinta va fatto. Tra i tanti, tre pub mi rimangono nel cuore: il Cabbage Patch, appena fuori dalla stazione del treno, che ricorda nel nome che, in principio, Twickenahm fu un campo di cavoli, il William Webb Ellis, appena oltre in London road, dedicato al fondatore di questo magnifico sport e il favoloso Turk’s head, in Winchester road, dove entrando non si possono non notare i biglietti delle partite attaccati al soffitto, alquanto pittoreschi, non c’è che dire. Ma come diavolo avranno fatto a finire lassù? Non si tarda a scoprirlo, il tempo di ordinare un giro di London Pride (una favolosa bitter ale) e da qualche parte del pub si alzerà il primo ascensore umano a forma di touche, che solleverà il malcapitato o coraggioso tifoso fino al soffitto, per appiccicare il biglietto del match appena visto.

Se Twickenham è imponente e incute timore, il Rec di Bath è vecchio, piccolo, anzi non si direbbe neppure che possa contenere tutta quella gente. Al pari del suo stadio, il XV di Bath ti sembra sempre elegante, pure piacevole da affrontare, poi, però, ti ritrovi con le ossa rotte e una batosta da riportare a casa.

REC a Bath non sta per “recording” ma è, come familiarmente viene chiamato, il Recreation ground, quello che da una vita e oltre è il campo del Bath Rugby, nel cuore della città, anzi attorno al quale la meravigliosa cittadina del sud ovest dell’Inghilterra, patrimonio Unesco, sorge. Adagiato sulla riva dell’Avon, con la cattedrale e il Pultney bridge ad ammirare le gesta del XV neroblu, il Rec durante la settimana è un parco cittadino, mentre nel weekend diventa uno dei più affascinanti teatri della palla ovale mondiale. Incastonato in quel contesto meraviglioso, con le luci di un tramonto autunnale, le colline del Somerset all’orizzonte verso est e i severi palazzi georgiani a dominarne il lato nord, il Rec non finisce mai di ricordare la comunione con la comunità locale e l’eredità che viene tramandata attraverso quelle maglie: Bath Rugby è la squadra di Bath, di tutta la società, rappresenta l’orgoglio e l’eleganza di una zona ricca dell’Inghilterra, non solo economicamente, ma anche di storia. 

La club house, con le sue foto, in stile college inglese, ti ricorda che il Bath ha dato molto alla nazionale della rosa, mentre il sottopassaggio, attraverso il quale passano pure i giocatori, uscendo dagli spogliatoi per lanciarsi in campo, ricorda pure che il Bath Rugby ha donato i suoi figli migliori all’esercito britannico.

I giocatori arrivano a piedi al campo, salutati dai tifosi anziani che li hanno visti probabilmente crescere. E’ uno di quei campi di gioco dove da un momento all’altro la partita può cambiare volto immediatamente: chiedere alla Benetton Treviso, che qualche anno fa in Champions cup dominò nel territorio, nel possesso, ma fu battuta nel punteggio; due fiammate di Rokoduguni e compagni e addio sogno d’impresa.

Il pubblico è talmente vicino, le tribune sono talmente assiepate, che davvero può sembrare che calore del tifo di Bath spinga i ragazzi in neroblu verso l’impresa. E’ un attimo e la partita che si stava svolgendo secondo un canovaccio chiaro e incontrastato, cambia volto. 

All’esterno dello stadio, dal lato che dà verso il parco, si potrà trovare un tendone con musica dal vivo e molte spine di birra. La club house, senza dubbio, non è delle più belle, situata sul lato corto del campo, verso i palazzi a nord, ma offre una cornish pasty veramente niente male.

Poi, ci sono i pub di Bath, in molti modi legati al rugby, quasi tutti. Una maglietta, una scarpa, una foto o un quadro ricordano che quella è la città del Bath Rugby. Tre in particolare meritano di essere visitati, per una pinta o un pasto: il bellissimo The Boater, esattamente sopra la club house dello stadio, appena oltre il Pultney bridge, con un giardinetto che digrada verso la riva dell’Avon e che diventa teatro di ampie libagioni nei pre partita; il signorile The Crystal Palace, appena dietro i bagni romani, in Abbey green; infine, l’ampio e accogliente The Huntsman, essenzialmente preso d’assedio prima del fischio d’inizio dei match.

Ecco sabato all’Olimpico arriva l’Inghilterra e insomma, non arrivano solo 23 giocatori con la rosa rossa sul petto di una candida maglia da rugby (in inglese jersey) ma arriva un carico di storia, di tradizione e di cultura rugbistica, dal quale il nostro movimento è ancora distante. Ma ci arriveremo, passo dopo passo, mischia dopo mischia, placcaggio dopo placcaggio, sui principi di questo straordinario sport che vengono declamati in ogni club house e sono: possesso, avanzamento, sostegno, possesso, avanzamento, sostegno, possesso, avanzamento, sostegno.

To be continued

Giovanni Pelosio
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