Vite Minuscole
Di Pierre Michon
Adelphi
Anno 1984
Paolo Nori in Sanguina Ancora (Mondadori, 2021) diceva che viviamo in una società nella quale valgono solo le vittorie ed i vincenti, nella quale perdere non è un’opzione e “perdente” smarrisce la connotazione di condizione temporale, per diventare uno status tale da far affondare l’individuo. Vite Minuscole di Pierre Michon (Adelphi, 1984) è proprio questa considerazione portata in forma di racconto: nelle profondità della nostra società, nei sobborghi del nostro io, nel costante anonimato esistono storie che aspettano d’esser dissepolte, raccontate, rivissute. Sono vite comuni quelle che passano in sordina tra queste pagine, vite senza elogi né glorie, storie nelle quali si celebrano delle persone ordinarie, gente che potrebbe esser vissuta in Francia, come a Feltre, come da qualsiasi altra parte del mondo e che formano, loro malgrado, la tessitura del vivere umano. Michon allora ci invita, anche se non ufficialmente, a tenerle presenti, a reinterpretarle, scavando a fondo per riesumare quella che è l’essenza delle esperienze umane più comuni. Certo, sono otto racconti differenti, ma ciò non può impedire al lettore attento di coglierli come un unicum, come reale tessuto connettivo della società di ieri, dell’oggi e del domani.
La prima delle vies minuscules che ci viene presentata e l’unica che vi racconterò è quella di André Dufourneau. Inizialmente, il narratore costruisce la scena – dopo una breve riflessione introspettiva di memoria familiare – descrivendo il paesaggio provinciale nel quale sia lui che André Dufourneau sono cresciuti. Chi racconta immagina l’immutabilità della natura, della campagna e persino dei castagni nei quali, in periodi diversi, sia lui che Dufourneau camminarono. Da qui comincia la storia, a tratti vera a tratti ipotetica, di André: i bisnonni del narratore lo adottarono, era un orfano che venne accolto in casa per assecondare le faccende domestiche:
Tanto tempo prima, i genitori di mia nonna avevano chiesto al brefotrofio di affidare loro un orfano che li aiutasse nei lavori della fattoria, come si usava a quell’epoca, quando ancora non era stato messo a punto il compiacente e astuto inganno che, con la scusa di proteggere il figlio, porge ai genitori uno specchio lusinghiero, edulcorato, voluttuario; allora bastava che il piccolo mangiasse, avesse un tetto e imparasse a contatto con i ragazzi più grandi i pochi gesti necessari a quel sopravvivere che per lui sarebbe stato un vivere; quanto al resto, si riteneva che la tenera età supplisse alla tenerezza, ovviasse al freddo, alla fatica e al duro lavoro che le focacce di grano saraceno, l’incanto delle sere, l’aria buona come il pane contribuivano a mitigare
William Faulkner, cadetto a Toronto nel 1918
Quindi André rimase con i bisnonni e la nonna del narratore (Élise), di qualche anno più grande, per dieci anni. La donna si affezionò al bambino, dandogli quella delicatezza e l’affetto mancante dal lavoro: gli insegnò a leggere e scrivere, sottraendolo per quanto possibile dall’ignoranza totale. A questo punto abbiamo un passaggio meraviglioso di Michon, che scrive:
Non sa [André] ancora che a quelli del suo ceto o della sua specie, nati più vicino alla terra e più lesti nello sprofondarvi di nuovo, la Bella Lingua non dà la grandezza, ma la nostalgia e il desiderio della grandezza. Smette di appartenere all’attimo, il sale delle ore si discioglie e nell’agonia del passato che sempre incomincia, sorge il domani e subito si mette a correre.
Poi il bambino crebbe, cominciò ad imparare in fretta e manifestò le sue doti naturali, così i bisnonni, ove giustificare le sue capacità in mancanza di stimoli, pensarono di inventarsi una vaga genealogia: era il figlio di un signorotto locale e questo bastava a spiegare il suo sviluppo intellettuale. Cominciano da questo momento le numerose intersezioni di storie nel testo: da un lato sappiamo già che v’era un rapporto particolare tra André ed Élise e che, crescendo, quell’affetto divenne amore; dall’altro lato, Elise si sposò con un giovane del luogo, Felix che era «allegro, ospitale, buon diavolo e mediocre contadino». Dal matrimonio nacque la madre del narratore. Scoppiò la guerra e Felix venne chiamato alle armi, André divenne uomo e si dovette arruolare proprio al ritorno di Felix. Ecco, qui veniamo a conoscenza del secondo dramma, dopo quello amoroso, di André, un dramma di carattere linguistico. Egli, infatti, si accorge che la lingua dialettale utilizzata nei campi non corrisponde alla Bella Lingua e che questa lo esclude dal mondo:
Vide una città; vide le mogli degli ufficiali salire in carrozza scoprendo le caviglie; udì giovani uomini che con i baffi sfioravano l’orecchio a deliziose creature fatte di risa e di seta: era la lingua che aveva imparato da Élise, ma pareva un’altra talmente i suoi nativi ne conoscevano le piste, gli echi, le astuzie. Capì di essere un contadino. Non sapremo mai quanto soffrì, in quali circostanze si rese ridicolo, il nome del caffè dove si ubriacò. Volle studiare, compatibilmente con le costrizioni della vita di soldato, e sembra che ci riuscisse, perché era un bravo giovane, con delle qualità, diceva mia nonna. Si imbatté in manuali di aritmetica, di geografia; li ripose nel suo zaino che sapeva di tabacco e di ragazzo povero; li sfogliò e conobbe lo sconforto di chi non capisce, la ribellione che va oltre e, al termine di una tenebrosa trasformazione alchemica, il puro diamante di orgoglio con cui l’intelletto rischiara, per il tempo di un respiro, la mente sempre buia.
Qualcuno mise a conoscenza André dell’Africa: il narratore costruisce delle ipotesi in tal senso (Qualche gradasso di provincia? Un romanzetto? Un’incisione?) ma non ha una risposta esatta. Insomma, André tornato dalla vita militare, decise di partire per il continente africano con destinazione la Costa d’Avorio. Abbiamo una bella immagine che lo fa assomigliare al giovane Faulkner (foto sopra): un uomo non troppo alto, con il petto all’infuori, lo sguardo altero, cupo ed austero. Qui, a parer mio emergono una serie di sostituzioni: la prima tra il narratore ed André: la storia di André è un de te fabula narratur per il narratore, raccontandone per metafore la vita: l’Africa, in questo modo, diventa la possibile e incerta, quanto bramosa, esplorazione. Le dune e le foreste diventano i libri, le biblioteche, e il parallelismo continua. André pensa al futuro, pensa alle prossime avventure, all’annunciato cambiamento ed alle prospettive esistenziali: è la stessa vita del narratore, che autodefinendosi “scribacchino”, ogni volta che crea un romanzo cerca spazi nuovi, interposizioni, strade nuove e mai solcate, strade imprevedibili, impreviste, disattese, sperate, presenti e lontane.
Si allontana dal ponte, va a coricarsi sulla cuccetta, lì disteso compone i mille romanzi dei quali è fatto il futuro e che il futuro distrugge; vive i giorni più intensi della sua vita; l’orologio del rollio imita quello delle ore, passa il tempo, lo spazio si trasforma Dufourneau è vivo come ciò che sogna; è morto da un pezzo; ancora non lascio la sua ombra.
Da qui, quello che resta di André si ritrova nelle lettere, nei ricordi, e negli oggetti inviati ad Élise: indaco, spezie, e caffè verde che diventa il simbolo di un ricordo caro, eterna presenza tipica di chi non vuole la corrosione del tempo, sempreverde al riparo dall’oblio dei giorni. Oggetti che assumono una sfera quasi cultuale, oggetti che soffocano la voce di colei che prova a spiegarne le tessiture. Infine, l’ultima sostituzione, quasi hegeliana, una sorta di annunciazione: «Laggiù diventerò ricco o morirò». E André Dufourneau, ultimo tra i bianchi per posizione cetuale, ricco divenne, ebbe piantagioni e sottomise le popolazioni indigene. Ma una vita minuscola non può diventare una vita grandiosa, come ci insegna l’Akakij Akakievič de Il Cappotto di Gogol e così, André Dufourneau, muore per mano di chi aveva sottomesso.
Laggiù per mano di coloro il cui lavoro lo arricchiva; anzi, si era arricchito di una morte fastosa, cruenta come quella di un re immolato dai suoi sudditi; conquistò soltanto oro, e di questo perì.
