Coccodrillo per un caimano

Un milanese che vale miliardi, costruttore di smisurati centri residenziali, ora proprietario della stupenda villa di Arcore dove vissero Gabrio Casati e Teresa Confalonieri (con collezione di pittori lombardi del ’500, e mai nessun nudo per non offendere la moglie, religiosissima), quindi della villa ex Borletti ai margini del parco di Milano. Allergico alle fotografie («magari anche per via dei rapimenti», spiega con un sorriso ironico solo a metà) è soddisfattissimo che nessuno lo riconosca né a Milano né in quella sua gemma che considera Milano 2. Siccome è la sua prima intervista, è felice di raccontarmi la sua vita felice. Media borghesia, il papà direttore di banca che, a liceo finito, non gli dà più la mancia settimanale; ma lui non si dispera, perché, mentre studia legge, lavora in vari modi: suonando Gershwin o cantando le canzoni francesi alle feste studentesche.

Così, il 10 aprile del 1977, Camilla Cederna ritraeva – e non era un ritratto positivo – un imprenditore edile che si faceva largo nella buona borghesia milanese, Silvio Berlusconi. Berlusconi, col suo modo di fare servizievole, ospite in casa propria, un po’ a disagio con la nota giornalista, tutto preoccupato di sembrare contento: «felice di raccontarmi la sua vita felice» .Un’espressione elegante e perfida che, tanti anni dopo, un fortunato libro di Claudio Giunta proporrà come esempio di altissimo giornalismo ai lettori preoccupati di imparare a scrivere in bell’italiano. Quel sarcasmo dissacrante ci mostrava un Berlusconi molto distante da quello che avremmo conosciuto nei decenni successivi, ancora insicuro e tentennante.

Il dovere di mostrarsi felici e di mostrarsi liberi, per certi versi, è l’eredità di tutto un universo ideale che non è solo berlusconiano. Passa attraverso tutto quell’edonismo reaganiano e quel liberismo anni Ottanta che, in salsa italica e in versione annacquata, sarebbe tornato a fare capolino nelle televisioni commerciali. Il riso grosso, aristofanesco o, per dirla alla buona, la tv di tette culi, furono tra i molti ingredienti di una ricetta di successo, la ricetta di Mediaset. E poi Berlusconi il mattatore, l’uomo delle battute – memorabile la festa floreale, l’orchidea blasfema e Rosy Bindi – volutamente volgari e confezionate ad arte per sembrare, come si sarebbe detto nel clima ingessato e talvolta francamente moralista della prima Repubblica, «discorsi da ballatoio».

Berlusconi però, era anche altro. Si fabbricò il personaggio da rockstar per quel mondo di ex elettori democristiani – quadri intermedi aziendali, piccoli imprenditori, operai specializzati, dipendenti non iscritti ai sindacati, semplici burocrati dell’amministrazione pubblica, risparmiatori, coltivatori diretti – e socialisti – rampanti yuppie (ma ben spalleggiati dallo statalismo) che guardavano al mito americano molto da lontano, da quelle «Milano da bere» che, vere o presunte, esistevano nell’immaginario italiano – che dovevano rispecchiarsi nella sua biografia. In realtà, quell’uomo scaltro e falsamente popolaresco, aveva un pedigree familiare di tutto rispetto. Nato, tra i pochissimi in Italia, da una famiglia dove non il padre, ma addirittura i nonni avevano una laurea, figlio del direttore di una banca di piccole dimensioni, ma solida e ben collegata con più importanti istituti di credito, non ebbe difficoltà a trovare sostegno finanziario per le prime imprese edili in un’epoca in cui Milano si stava espandendo a dismisura. Risale a questo periodo tutta una mitologia di lavoretti umili e semplici svolti da un uomo inarrestabile, che doveva faticarsi l’ultimo centesimo, perché non aveva sostegno da parte dei suoi. Berlusconi si mise all’opera, trasformando anche lui il territorio milanese. Sono i paesaggi delle nuove periferie, ordinate e imborghesite, da percorrere in auto, quelle de La notte di Antonioni, non più i borghi malsani e inquieti del sottoproletariato di Rocco e i suoi fratelli di Visconti. Il magnate Gherardini che, ne La notte, chiama Pontano (Marcello Mastroianni) a una sua festa, per darle un’allure di cultura e di finezza intellettuale, potrebbe rappresentare bene quella generazione di imprenditori di cui faceva parte Berlusconi. Perché, non dimentichiamolo, Berlusconi è stato anche un editore raffinato: mentre scrivo ho sotto gli occhi due belle copie di saggi della sua piccola casa Silvio Berlusconi editore che, tra gli anni Settanta e Ottanta, in ottima carta e pregevoli caratteri stampati, a nome di grandi curatori (come Vittore Branca) ripropose i classici pensiero politico occidentale nella cosiddetta Biblioteca dell’Utopia. Berlusconi si professava convintamente erasmiano, diceva che l’Encomium moriae era la sua lettura prediletta.

Tanto amata che ebbe una controversia con il dotto storico della letteratura Luigi Firpo, che lamentò il sostanziale plagio di un suo saggio nell’introduzione, a firma di Berlusconi, dell’elogio erasmiano. Ma quest’attività di nicchia, ristretta alla produzione di pochi libri per pochi, nulla conta di fronte al capolavoro di Berlusconi: PublItalia e Mediaset. Una costruzione lenta, avviata via via grazie a simpatie e amicizie politiche – è quasi banale citare il nome di Bettino Craxi – che gli consentirono di scalfire la severissima legislazione democristiana sulle trasmissioni radiotelevisive. Qualcuno l’aveva pure ribattezzato ironicamente «sua Emittenza». Berlusconi, però, appariva di rado, stando dietro le quinte. Solo a inizio anni Novanta, dopo aver tra le altre cose, incoraggiato e sostenuto la pubblicazione de il Giornale nuovo del Montanelli in fuga dalle riforme imposte dai Crespi al Corriere – allora diretto da Piero Ottone, di simpatie troppo riformatrici per il gran vecchio del giornalismo italiano – l’allora Cavaliere fece capolino, ammettendo candidamente, all’inaugurazione di un supermercato, che, dovendo scegliere, alle comunali di Roma del 1993 avrebbe votato per Fini, non per Rutelli (coalizione del Pds coi Verdi).

Tangentopoli aveva già trascinato nel gorgo la Democrazia cristiana: la lista della Dc alle comunali romane ottenne solo il 12% dei suffragi. L’Msi il 31%: la lista neofascista portava al ballottaggio il proprio segretario. Sono percorsi complessi, su cui dovrà ritornare la nostra riflessione storica: perché l’elettorato moderato e cattolico, anche prima della comparsa di Berlusconi, abbandonò rapidamente la greppia democristiana e sostenne in modo del tutto spaesante, anche per i vertici dello stesso partito, una formazione fino ad allora confinata ai margini dello schieramento politico ed esecrata da tutte le altre voci dell’arco costituzionale? Perché la destra impresentabile – e basta leggere le parole infuocate che Andreotti le riservava su 30giorni nei suoi editoriali dall’italiano ingessato e pseudo-manzoniano, ma tutto sommato sinceri (era pur sempre la rivista dei suoi fedelissimi, che faceva una tiratura ridicola), per capire gli umori che, anche tra i conservatori democristiani, venivano solleticati dalla presenza della fiamma tricolore – tutt’a un tratto sembrò un progetto politico in cui valeva la pena riporre fiducia? Si trattò di una trasformazione rapida, incoerente, ma che non si sarebbe limitata a un superficiale cambio di casacca.

Forse, una ragione stava nella stessa mentalità moderata e cattolica di cui Berlusconi si sentirà, in parte, erede. Sono pur sempre gli anni di Giovanni Paolo II, della stretta sull’ortodossia dell’inquieta chiesa europea, della rigida presidenza della Cei da parte di delegati di salda fede pontificia: caduto il muro, a essere in pericolo, nelle parole del papa, sarà la morale, quella sessuale e familiare, soprattutto, e poi il diritto alla vita, la disciplina dei corpi e della malattia. A questo mondo confuso, incerto, spaventato dalle trasformazioni, Berlusconi avrebbe dato, come ai tempi stava facendo Fini, rassicurazioni e garanzie. È stato il politologo Giuliano Urbani ad intestarsi il merito di aver parlato a Berlusconi di come, a conti fatti, crollata la balena bianca, il Pds nato dopo la Bolognina avrebbe potuto vincere le elezioni. Giorgio Dell’Arti, invece, ricostruiva una storia diversa: a motivare Berlusconi sarebbe stata anche la stretta al credito di Fininvest da parte di Mediobanca. Enrico Cuccia, con cui avrebbe mantenuto una rivalità personale per tutti gli anni della propria vita e carriera professionale, era persuaso della scarsa solvibilità finanziaria dell’impresa di Berlusconi: per dilazionare i tempi e ottenere un po’ di respiro, pensò di candidarsi in politica anche in modo da acquisire nuova visibilità per le vendite azionarie sui mercati internazionali.

A rivederla oggi, la campagna elettorale del 1994 potrebbe apparire lisergica: con l’arruolamento in massa dei più noti volti televisivi di Mediaset in favore di Berlusconi, a partire da Mike Bongiorno e Corrado. Ma l’esperienza di governo durò poco. Sta di fatto che la Cei di Ruini e la chiesa wojtyliana risultarono disorientate e spaesate dalla disfatta, in quelle elezioni, del blocco centrista di Mariotto Segni e puntarono, per il proprio programma di rinnovamento culturale del linguaggio politico italiano, sulle solide garanzie del centrodestra riguardo temi come l’etica familiare. In realtà non tutti erano d’accordo: tensioni forti erano corse tra l’arcivescovo di Milano, Carlo Maria Martini, e la Lega Nord di Umberto Bossi. E non era unanime l’approvazione dello sdoganamento del Movimento sociale italiano. Comunque, le cose andarono male e nel volgere di poco tempo il primo esecutivo Berlusconi tramontò, impallinato, tra le altre cose, dalle pressioni mediatiche al primo avviso di garanzia scoccato contro il presidente del consiglio. E poi i contrasti con i troppi partiti della coalizione, soprattutto le scaramucce tra Msi e Lega, una ipernazionalista ed accentratrice, l’altra federalista se non addirittura secessionista.

Gli anni a seguire furono difficili e sofferti: più volte Berlusconi parlò del suo periodo all’opposizione come della traversata nel deserto. Un’immagine cristologica: nel 2001 il ritorno al governo e fu lì che conobbe la notorietà internazionale. Gaffeur in imbarazzo con le cancellerie europee, ma solido atlantista e perciò benvisto dai neo-con di George W. Bush, Berlusconi passò via via dall’ideologia liberale a una sempre più marcata e bizzarra mistura di cattolicesimo conservatore, liberalismo piuttosto incoerente (difensore di ordini professionali, licenze, tutele di mercato) e sostanziale cerchiobottismo. La legge 40 sulla procreazione assistita, gli assegni per il diritto allo studio versati alle scuole private, l’assunzione dei catechisti come maestri di religione nella scuola pubblica furono alcune delle iniziative più gradite al partito curiale. Paradossalmente, per un imprenditore, alcune bacchettate provennero proprio dal mondo confindustriale: non sempre buone furono le relazioni con alcuni importanti padroni del vapore e le loro aziende, come la Luxottica di Leonardo Del Vecchio, la Ferrero (solido finanziatore dell’Ulivo di Romano Prodi, capace di rilasciare interviste al vetriolo sulla legislazione finanziaria dei governi forzisti), la Esselunga di Caprotti (che invece espresse parole di viva stima per le cosiddette lenzuolate, cioè le liberalizzazioni della legge Bersani), la Ferrari di Cordero di Montezemolo.

Qualche iniziativa di bilancio, per ripianare il quadro delle finanze statali, come la riforma Maroni delle pensioni, che avrebbe progressivamente portato a un sistema contributivo, raccolse plausi in ambito internazionale, ma in generale aumentò una certa diffidenza nei confronti di Berlusconi e della sua politica tutto sommato sorda ai richiami e agli allarmi di alcuni osservatori: certi anche ingaggiati dal governo stesso. Tra gli altri motivi, queste furono le cause delle discordie tra Domenico Siniscalco e Giulio Tremonti e della necessità di un robusto rimpasto di governo nel 2004. L’effimera stagione del secondo esecutivo di Prodi, con tutte le criticità che vennero sollevate, permise un ritorno sulla scena in pompa magna del partito di Berlusconi. Aveva sciolto la vecchia Forza Italia in una nuova formazione, il Popolo della Libertà, inglobando anche le ceneri di Alleanza Nazionale. Fu, forse, il primo passo falso di una lunga carriera. Prima di tutto, questo sancì la definitiva rottura con Casini e gli eredi della destra della Dc, che si candidarono per proprio conto. Poi, furono incluse nello stesso partito personalità riottose al capo. Scene ben note: il famoso «che fai? Mi cacci?» di Gianfranco Fini.

Uno dei nomignoli più raffinati e perfidi affibbiati a Berlusconi fu quello scelto dal giurista e teorico del diritto penale Franco Cordero. Cordero, che non voleva sbilanciarsi sulle vicende giudiziarie di Berlusconi, tenendo in questo le distanze dalla linea scelta da Marco Travaglio, si concentrò sulle sue scelte politiche. Coniò l’epiteto di Caimano, come la bestia infida che può mordere ma che non manca, come vuole la tradizionale iconografia, di piangere sui propri misfatti ormai già compiuti. Per Cordero la polemica di Berlusconi contro la magistratura era in buona sostanza anche condivisibile per parte dei suoi strali, ma mancava di chiarezza nel definire gli obiettivi e i piani d’azione. Cosicché, a dirla tutta, il giurista piemontese riteneva che una vera riforma dei tribunali non sarebbe mai venuta dalle critiche di Forza Italia, che era più interessata a fare quadrato intorno a certe specifiche necessità, che non ad affrontare veramente il problema generale. In particolare, nulla avrebbe fatto per risolvere le disuguaglianze dei cittadini di fronte alla legge. La riforma del processo penale del 1988, che pure era stata doverosa, aveva abolito il rito inquisitorio e istituito nuove forme di garanzia, ma nel fare ciò aveva creato delle distorsioni e divaricato le strade, impostando il percorso giudiziario su un più netto e subdolo classismo. In altre parole: il nuovo rito penale favoriva smaccatamente i più facoltosi, secondo la lettura di Cordero, perché privilegiava una serie di meccanismi sospensivi e di arguzie legali che non erano alla portata di tutti. Impietoso, ancora secondo Cordero, per esempio, il giudizio sulla legge Fini-Giovanardi e l’equiparazione degli stupefacenti, convinto com’era che il sistema di potere giudiziario, forte coi deboli e debole coi forti, venisse riconfermato nei suoi tratti più esecrandi. Insomma, il garantismo andava a targhe alterne: particolarmente aspre furono le invettive di Cordero e della sua scuola verso il governo Berlusconi ai tempi del G8 di Genova e del caso Cucchi. Se era vero che l’esecutivo si poneva in difesa degli innocenti, era liberale, difendeva l’autonomia del singolo dallo stato, perché non prendeva posizione nei confronti degli abusi?

Ma il passo si era fatto breve. La crisi finanziaria dello stato italiano nel corso del 2011 comportò una tale stretta per il debito pubblico che, incalzando anche il vero e proprio esodo dei parlamentari dal partito di Berlusconi alla nuova formazione centrista di Fini, il governo si dovette dimettere. Berlusconi sostenne l’esecutivo Monti, fortemente voluto dal presidente della repubblica Napolitano. Con lui aveva avuto gli scontri più duri della propria carriera politica, quando la Corte di Cassazione, nel 2009, aveva sancito che fosse giusto, per rispettare le volontà di Eluana Englaro, che si interrompesse la sua alimentazione forzata. Furono forse i giorni in cui il consenso verso il governo, anche all’interno dei partiti che lo componevano, oscillò maggiormente. O forse, meglio, in cui gli elettori convinti e fedeli del PdL misero in questione per la prima volta, una decisione di Berlusconi. Questa presa di coscienza collettiva riguardava la scelta di allinearsi alla posizione dell’episcopato italiano, contrario alla sentenza. Dapprima il governo pensò a un decreto-legge, ma Napolitano reagì con un gesto inaudito nella storia delle istituzioni italiane: fece sapere che non l’avrebbe firmato. Così ragionò il presidente: se era vero che il decreto-legge era urgente – e per sua natura dovrebbe esserlo – allora non poteva che riferirsi al caso Englaro e, quindi, impedire una sentenza e la sua esecuzione, in modo da compromettere l’equilibrio dei poteri. Se, invece, non si riferiva al caso Englaro, allora non era urgente approvare un testo che impedisse di interrompere l’alimentazione forzata. Certo, si sapeva che già altre volte i presidenti avevano fatto pressioni per il ritiro di un decreto, ma una smentita preventiva e pubblica, come quella volta, non era mai avvenuta in forme così patenti. La maggioranza pensò di provare ad attuare un disegno di legge per via parlamentare, con grosse proteste delle opposizioni. Il presidente emerito della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, cattolico e convinto critico dell’eutanasia, guidò la manifestazione di protesta più numerosa e incisiva: per Scalfaro il problema non era tanto la questione dell’autonomia decisionale, che non intendeva comunque mettere in dubbio, ma la ferita inferta al sistema costituzionale. Se la proposta di legge fosse passata, che cosa avrebbe impedito agli altri componenti dello stato di ostacolare il processo legislativo? Chi avrebbe potuto invocare l’imparzialità della magistratura? Chi avrebbe ancora potuto sostenere che la pubblica amministrazione doveva adempiere alle prescrizioni della legge? Quale principio si sarebbe potuto evocare, in nome della separazione dei poteri, dopo che i confini erano stati calpestati? Eluana Englaro si spense prima che l’iter procedurale giungesse a termine: l’iniziativa non trovò sbocco e, con lei, il grave precedente che ne sarebbe seguito.

Berlusconi risorse ancora una volta dalle proprie ceneri nel 2013, anche se il polo centrista di Monti gli sottrasse sufficienti voti per sfilargli il premio di maggioranza alla Camera, che andò invece alla coalizione di centrosinistra. Condannato per evasione fiscale alla decadenza per effetto di una legge che lo stesso Berlusconi aveva voluto (la legge Severino), venne estromesso dal Senato il 27 novembre 2013. Fu l’ultimo momento di gloria. Le redini del centrodestra passarono lentamente prima alla Lega di Salvini e poi a Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Berlusconi rimase in un ruolo via via sempre più subalterno e residuale. Rimase all’opposizione nella seconda parte del governo Letta, per tutta la durata dei governi Renzi, Gentiloni, Conte I e Conte II: i suoi ministri, pur partecipando al governo Draghi, non ne furono di fatto l’espressione principale. Poi la malattia, la senilità, il declino fisico e infine la morte.

Cosa rimane di Berlusconi? Innanzitutto una serie di innovazioni del linguaggio politico. Nella vecchia Europa, furono l’Italia e la Germania l’espressione più evidente del potere democratico che passava per la mediazione dei partiti di massa. Mentre, però, in Germania, l’alternanza tra il centro-centrodestra e il centrosinistra divenne una pratica corrente, in Italia il fattore K e il mancato sviluppo di una sinistra capace di competere con la Dc e di essere gradita ai partner europei e atlantici fecero sì che il movimento cattolico rimanesse il vero protagonista politico. Berlusconi, forse non per suo merito, ma per una serie di circostanze, sbloccò quel meccanismo, o fu comunque protagonista del cambiamento. Per sua opera, nacque un soggetto politico nuovo, il centrodestra. Pochi i precedenti italiani, forse bisognava ritornare a certe formule dei governi risorgimentali per vedere qualcosa di lontanamente simile. E poi, fu proprio la forma del partito a cambiare così radicalmente da appannarsi e quasi sparire. Venne sostituita da qualcosa di più versatile, liquido, il cosiddetto partito di plastica, come Forza Italia, dove ci si accordava per telefono, non si facevano i congressi, si andava alle riunioni come si poteva partecipare a un evento aziendale. Un partito meno burocratizzato, meno incentrato sulla presenza di funzionari e politici di professione, impegnato a rappresentare la società civile. E, forse questa era la sua eredità più discutibile, proprio in questo suo proporsi come una forza, per certi versi, neutrale, che diceva di non selezionare appartenenti e candidati sulla base di filtri sociali o di carriera. Forza Italia persuase sé stessa e gli elettori di non avere una propria ideologia e che quella parola non significasse più l’inevitabile insieme di idee e convinzioni che ognuno di noi porta dentro di sé, per trarne un qualche progetto politico, morale, religioso. Berlusconi convinse gli altri, o forse ci credette anche sinceramente, che l’ideologia fosse di per sé un fatto malevolo, ingiusto, fazioso. In questo ruppe con la tradizione della prima Repubblica, che era invece contenta di mostrare come l’ideologia, le concezioni del mondo, le radicate e profonde persuasioni che facevano nascere dibattiti e dispute, fossero una cosa essenzialmente buona, garanzia del pluralismo politico, di una dialettica onesta e franca, senza fronzoli, timorosa di appiattirsi sull’unanimismo, sulla banalità, sulle riflessioni condivisibili a tutti i costi proprio perché vuote e senza scopo. A parte Craxi, che dalla sua casa di Hammamet si produsse ancora in elogi di Berlusconi, il Cavaliere piacque a pochi, anzi a pochissimi suoi antesignani: gli riservarono parole tutt’altro che dolci anche uomini convintamente conservatori come Andreotti che, negli ultimi anni di lucidità, tracciava già un bilancio negativo di tutto il suo operato. Berlusconi non piaceva all’Economist, non era amato da Benedetto XVI che, pur con cautela, prendeva le distanze dal predecessore e sottolineava con dolore e sofferenza come l’Italia dovesse garantire l’aiuto ai profughi e ai migranti del Mediterraneo. Invece, il paese si mostrava freddo ai richiami morali, si intestardiva a respingere e perseguitare quegli infelici di cui avrebbe dovuto prendersi cura. Ratzinger fu tra i primi a criticare in modo sistematico l’azione di polizia delle frontiere messa in atto dal regolamento di Dublino. Lo fece in modo coerente con il suo programma di rinnovamento dell’umanesimo cristiano: certo, una visione intransigente, restauratrice, identitaria, nostalgica di mezzi e strumenti di coercizione delle coscienze francamente non più adoperabili, ma un’idea del mondo in cui la carità verso gli ultimi tornava a essere al centro. Non era più la religione degli anni di Wojtyla, delle radici cristiane dell’Europa, delle parole spese tutte contro il relativismo, chiudendo un occhio su altre questioni: e lo dimostrò bene l’atteggiamento, di calcolata doppiezza, con cui la Cei partì alla carica nei confronti del premier quando esplosero i suoi scandali sessuali, forse fiutandone il prossimo declino. In questo, anche, si consumò una frattura col cristianesimo italiano. Poi, il progressivo isolamento da parte di forze politiche estere virtualmente affratellate come la Cdu tedesca o il gaullismo francese. Più che nobili ragioni ideali, pesavano le insoddisfazioni per le politiche finanziarie di Berlusconi e le sue possibili ripercussioni sul resto dell’eurozona e dell’Unione europea. 

Anche se forse l’avrebbe voluto, Berlusconi non era e non poteva essere Reagan, non rappresentò la forza del cambiamento, l’immagine poetica del Prometeo liberato dalle catene dello statalismo che diventava l’energia e l’impulso innovatore del libero mercato, come evocò una volta, in un discorso di alto profilo (qualcuno, pure, lo tenne) citando Landes. Fu il ritratto di un uomo anziano, benestante, che rosicchiava un patrimonio accumulato in tempi migliori, impaurito dall’avvenire, forse spaventato dalla morte. L’aveva confessato all’amico Gianni Baget Bozzo di temerla moltissimo, la morte, di pensarci spesso, di averne terrore e reverenza. Lo strampalato mausoleo di Arcore, poi, è pieno di richiami a credenze sincretiche sulla vita ultraterrena, attinte da simbologie massoniche, ebraiche, orientali, cristiane. Tutto si era mescolato in modo superficiale, forse come i tanti contrastanti tratti ideologici della sua esperienza politica. Quasi come quel cristianesimo tanto sbandierato, con la sua fede nella resurrezione, bastasse poco o niente a rassicurarlo, per cui si era attaccato, come a un amuleto, a quei segni confusi e un po’ rozzi nella sua pacchiana e dozzinale macchina funebre. Atmosfere decadenti e inquiete, che ricordano gli ultimi giorni di Francisco Franco, col vecchio dittatore tenuto in vita con un gran dispendio di forze da parte di una marea di medici che litigavano al suo capezzale su come provare a prolungare la sua sofferenza di un giorno o due, pur di tenerlo vivo. Il tutto sotto lo sguardo della moglie che lo voleva moribondo ma legalmente in vita, e nella fosca cornice di una camera stipata da reliquiari e ostensori, per scongiurare, chissà, più che la morte, l’avvicinarsi dell’inevitabile giudizio di Dio. Immagini che avrebbero fatto la felicità di ogni emulo e lettore di Voltaire, con quel retrogusto di marcio, maleodorante e superstizioso.

Al suo mausoleo Berlusconi era devotamente affezionato, come dimostra la sua attenzione alla legislazione sulle sepolture. Fu uno dei suoi primi interventi tramite decreto governativo, il riordino e la leggera, attenta, modifica, del regolamento di polizia mortuaria del 1990. Non escludo che, già allora, avesse in qualche modo spinto in quella direzione, tramite i partiti politici a lui vicini. Il suo governo semplificò ulteriormente la possibilità di venire seppelliti in cimiteri privati. Fino ad allora, a pochissime personalità la legge italiana aveva dato il via libera per l’inumazione nelle poche chiese autorizzate: la nobiltà romana, gli alti prelati, Casa Savoia, i principi napoletani. All’infuori di loro, solo qualche eroe risorgimentale in case-museo e monumenti di vario tipo. Paragonandosi alla nobiltà più antica e ai martiri laici e civili, il Caimano aveva voluto ritagliarsi una sua gloria privata, una sua evasione dal pensiero della morte, quella morte che doveva rendere tutti uguali e portare tutti nello stesso luogo, il cimitero pubblico. Berlusconi si era sottratto, quel Berlusconi che aveva sempre esposto il suo corpo come simbolo del suo prestigio finanziario e politico, lo nascondeva così al momento della morte. Paradossale che uno dei pochissimi politici cui sia stato riservato il lutto nazionale abbia voluto rifugiarsi nel cordoglio privato: forse sarebbe stata una sconfitta l’ammissione che, dietro l’immaginario edonistico di Mediaset, facevano parte della vita anche la sofferenza, la malattia, il dolore, la morte. Paradossalmente, proprio con le sue parole mostruose su Eluana Englaro («Potrebbe ancora avere un figlio»), sembrava avere quasi negato che la vita era fatta anche di dolore, e che serviva trovare dei modi per provare conviverci e governarlo. Se del caso Englaro all’intransigenza papale faceva paura la libertà di coscienza, al berlusconismo terrorizzava il monito meramente biologico: un giorno, così come si è vissuto, certamente si muore.

Berlusconi era come l’Italia che lo votava: a parole, lanciata verso le sfide del domani; in realtà, cupa, silenziosa, ammutolita dal cambiare degli eventi. Di fronte al ticchettio dell’orologio, Berlusconi aveva provato a dissimulare, recitando la parte dell’uomo saldo di nervi. Molti li ha convinti, ma non tutti. Di fronte all’inesorabile giudizio dello scorrere del tempo, cercava di ripararsi dalle critiche e dalle debolezze ancora una volta, mostrandosi felice di nascondere la sua condizione infelice.



Eddy Benato
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