Tentabundi – 18 marzo 2024
Verde assoluto
Provo molta pena per il me stesso ventenne.
Arrabbiato, iroso, introverso allo spasimo ma poi chiacchierone e sbevazzante, sempre sarcastico, sempre sull’orlo di esser qualcun altro.
Un vero modello di popolarità.
L’Impero mi aveva trovato capace di risolvere funzioni complesse e di decifrare testi romani con promettente scaltrezza e mi aveva intruppato nella scuola delle elite dirigenziali del prospero futuro senza che nessuno, io per primo, risultasse averne nulla in contrario.
Qualsiasi persona di buon senso che mi avesse conosciuto allora mi avrebbe spinto a puntare ad un’occupazione che mi permettesse di stare all’aperto.
In verità avrei avuto bisogno subito di un lavoro che mi tenesse impegnato e mi stancasse, invece conducevo giornate stracche e noiose, invidiando i miei coetanei occupati; più di tutto mi sarebbe piaciuto essere un cameriere, mi sembrava infinitamente più interessante che fare l’avventore.
Mi teneva in piedi il punk, mi permetteva di sognare di vivere veloce e morire giovane.
Jeans stretti, giacche di pelle nere, capelli lunghi.
A metterla così vien in mente uno dei Ramones ma l’effetto complessivo non risultava tale.
Finalmente la mia vita iniziò a prender velocità nei due anni nei quali fui occupato alle scuole elementari del centro di Feltre.
La gran malinconia che mi tormentava iniziò a sciogliersi e passare tempo in compagnia di altre persone mi distolse dalle mie paturnie.
Ci arrivavo ogni mattina presto con un Ciao rosso con i cerchi a razze, una vera sciccheria da poveraccio, ed entravo dal parcheggio ad est scendendo a destra da Via Nassa, dopo esser passato sotto il vòlto.
Dopo una serie di case da entrambi i lati la discesa si apriva sulle grosse sagome della scuola a destra e di una bassa officina a sinistra con le rampe di metallo che entravan direttamente dalla strada.
Son passati tanti anni e, tra quello che ho dimenticato e quello che non ho voglia di ricordare qui, resta ben poco da raccontare delle mie giornate vissute in quel palazzo.
L’immagine più vivida di quei lunghi anni resta sicuramente la massa verde delle chiome degli ippocastani del parco antistante che si vedevano dalle finestre meridionali.
Non riesco a rivedere le chiome spoglie, o con magari le foglie avvizzite o con i rami che sbocciano in germogli; la mia memoria ha trattenuto solo una gran massa viva di grandi foglie di un verde assoluto sempre in movimento e sempre compatta.
Nei momenti foschi di quell’esperienza, che pure è stata dolcissima e seminale, ricordo che rivolgevo gli occhi alle alte finestre e mi consolavo in quella visione ipnotica che prometteva di risucchiarmi via dal mio mondo.
Non avevo mai frequentato il Parco della Rimembranza prima di allora, ma in quel periodo ne percorsi le strade che lo circondano dagli altri lati numerosissime volte con svariati mezzi.
Ricordo nelle piovose giornate d’autunno la gran schiuma prodotta dalle castagne schiacciate dalle auto che scorreva e si gonfiava nelle pozze: ricordo un inverno con grandi mucchi di neve, e l’ombra del lato meridionale, con la strada che passava tra il fronte degli alberi e le alte mura del caseggiato verso la stazione.
Naturalmente il parco lo percorsi a piedi mille volte, gironzolai nel boschetto in basso che s’infittiva di abeti rossi e forse tassi o ligustri o chissà, mentre dall’altra parte dovrebbero esserci stati bei tigli.
Al centro la fontana giustamente muscosa, stridere assorto del ghiaino e sigarette sulle panchine: fatto tutto il consentito.
Ah, dimenticavo le castagne matte in tasca, alla loro stagione…
Ma sempre e comunque protagonisti gli ippocastani, grossi e slanciati, li ricordo davvero maestosi; distanziati lungo i bordi esterni in doppie file con la bella scorza scura e squamosa.
Vi dicevo che fino ad allora non l’avevo frequentato e in seguito ci son rientrato poche volte: sicuramente è stato patria di generazioni di bambini dei dintorni mentre io sono cresciuto sotto gli alberi selvatici e in giro per prati.
Succede sicuramente nel corso di ogni vita che tanti luoghi familiari per un certo periodo, non siano più frequentati per motivi personali e vengano dimenticati, o comunque sbiadiscano nella memoria ed è come se, pur essendo vicini in chilometri, pensandoci ci appaiano distanti più della Tracia.
Ecco, questo è per me quel parco.
L’ho rivisto poi dopo quel gran vento d’autunno ed è stato pietoso più di ogni altro scempio visto in città.
L’ho rivisto pelato e disgustoso a lungo e poi, una primavera, me lo son trovato con bonsai malfatti dei vecchi ippocastani, ma pure agghindati di improbabili pendagli colorati: chissà se alla loro stagione fan per frutti pastelli a cera fosforescenti?
…no, no, scusatemi, ve l’ho detto che son sarcastico, chiaramente mi brucia solo il tradimento del mio ricordo, non voglio prender in giro piccoli alberi che iniziano appena a far rivivere il parco.
Sono stato sorpreso di scoprire poi, pochi giorni fa, che la scelta delle piante per il parco è stata effettuata da una società padovana dopo accurate ricerche e studi, avvalendosi delle più avanzata capacità scientifica in materia.
Questa notiziola mi ha riportato a quei tempi e ha liberato dentro di me una ridda di ricordi e considerazioni.
Innanzitutto mi impressiona come la tecnocrazia, assolutamente meritevole e fededegna, non lo metto assolutamente in dubbio, conduca oggi le nostre vite nei modi più insospettabili.
Credo che gli alberi divelti o insicuri dopo quella notte fossero stati scelti in modo assolutamente più dilettantesco e con l’attenzione rivolta più a delle motivazioni storiche e umane di quanto sia stato fatto con le attuali essenze.
Legava quel posto alla storia la forma labile di esseri viventi che non promettevano imperituro ricordo, ma molto più delicatamente si nutrivano di quella stessa aria che avevano respirato i rimembrandi.
Man mano che il ricordo si stemperava nel tempo, quelle piante acquistavano massa e rigoglio e identità propria, addolcendo il dolore umano nella gaia gioia di vivere di polloni e radici.
Ora viviamo un adesso che sempre meno riconosciamo degno di esser incarnato in monumenti alla memoria, consentiamo alla scienza assieme alla tecnologia di dettarci modi e misure in ogni campo, ci rendiamo schiavi di protocolli che ci rassicurano razionali imbalsamandoci il cuore.
Concluse le contumelie, mi rendo ben conto di come possano risultare fastidiose farneticazioni confinanti dappresso con paranoie di controllo, cercherò di scavare ancora il fondo del fastidio.
Per dirla tutta allora mi spiace che un’anima persa del nuovo millennio non possa più perdersi in quella potenza spontanea che andava incontro alla città dentro il giro delle case e dell’asfalto.
Spero solo che i miei personali eroi radichino impetuosi e si colmino di foglie accuditi dalla nostra scienza, preparandosi a mangiare mura e asfalto, liberandosi delle nostre presenze sempre più presuntuose e per me fastidiose.
Stanotte, prometto, proverò a sognare un carpino che divelle con radici pazienti le grandi piastre di Piazza Maggiore e una buddleja, col suo corteo di farfalle, che trionfa sulla Torre, insegna dell’Apocalisse arborea.
