Il panfilo racconta – 11 marzo 2024
Uno stadio con attorno una città. - Ep. 5 Cardiff, il rugby gallese e cittadine impronunciabili.
Se il mondo della palla ovale inglese tradisce ancora le origini benestanti del movimento, in Galles si entra in una realtà che traspira di fango, miniere e birra. Per comprenderne le differenze è sufficiente risalire in auto da Bath verso Llanelli, passando per l’industriale Port Talbot. Si lascia l’elegante sud dell’Inghilterra e si entra nelle zone portuali del Galles, dove tutto ruota attorno alla nazionale dei Dragoni.
In principio era l’Arms Park, il mitico stadio che vide Gareth Edwards marcare la meta del secolo, in quel favoloso Barbarians – All Blacks del 1973, quando il tempo si fermò, durante quegli indimenticabili ventiquattro secondi, che passarono dalla raccolta di Phil Bennet al pallone schiacciato in area di meta da Gareth Edwards, “oh that fella’ Edwards”, come lo chiamò l’estasiato Cliff Morgan, il telecronista di quel match passato alla storia, che commentò così la segnatura: “se il più grande scrittore del mondo della letteratura avesse scritto una storia come questa, nessuno gli avrebbe creduto. È stata davvero qualcosa di speciale”.
Insomma, dalle tribune dell’Arms Park, pochi secondi dopo la marcatura di Gareth Edwards, già si scomodava il gotha della scrittura e neppure sarebbe stato sufficiente per raccontare quella magia alla quale gli appassionati e il telecronista avevano appena assistito.
Adesso quel teatro meraviglioso, che presentava nella sua forma originaria la pista per le gare dei cani tutt’attorno al prato, dove il solito Gareth Edwards planò di testa, schiacciando un altro pallone indimenticabile nel match del Cinque Nazioni del ‘72 con la Scozia, quello straordinario impianto con le tribune esposte al vento e alla pioggia, è il Millennium Stadium, l’innegabile cuore di Cardiff, appoggiato sulla riva del fiume Taff.
Si tratta di un tempio sportivo, che ha ospitato finali anche di Champions League e FA Cup ed è veramente una cattedrale dello sport, perché nei momenti salienti della partita non è raro che dalle tribune si alzino cori, perfettamente intonati, che non sfigurerebbero neppure in una cerimonia religiosa: immaginate due pacchetti di mischia che spingono per la conquista dell’ovale, accompagnati da Bread of heaven o per dirla in gallese Cwm Rhondda, “Guidami, o tu, grande redentore”.
Le spine della birra non sono semplici spine della birra al Millennium stadium, perché le hanno rinominate joy machines (macchine della gioia) e coltivano l’invidiabile record di erogare 12 pinte in 8 secondi. Non ci credevo, ho cronometrato ed è tutto vero, me ne sono andato via con le mie tre valigette di birre spillate in 8 secondi. Le 12 pinte ovviamente non erano solamente per me, ma a round for the lads (an giro par i tosat).
Quella del Millennium Stadium è tutta un’esperienza musicale, prima della partita con i successi di Max Boyce, come Hymns and arias o Delilah, durante la partita e nel post partita, con i concerti live nei pub che circondano il mastodontico impianto gallese.
La pelle d’oca, però, è assicurata quando iniziano le note di Hen Wlad Fy Nhadau, l’inno nazionale del Galles, la cui traduzione inglese è Land of my fathers, a quel “gwlad gwlad”, urlato a squarciagola, dovrete proprio essere degli insensibili per non emozionarvi almeno un poco.
E allora, dopo 80’ in quel catino, ti verranno in mente le famose parole che hai letto mille volte e un po’ dappertutto: non puoi vincere in Galles contro il Galles, al massimo ti può capitare di fare più punti di loro.
Perché non puoi battere chi è stato allenato da Carwyn James, colui che condusse i British & Irish Lions a vincere la serie in Nuova Zelanda nel ‘71, uno che ai suoi ragazzi soleva ricordare, nel chiuso dello spogliatoio, che il rugby è “a thinking game” (un gioco di intelligenza), uno che traduceva in gallese Chekhov e Turgenev, ma non puoi vincere neppure con chi schierava la fenomenale apertura Barry John, colui che “camminava sulle acque”, così lo consideravano i tifosi del Dragone e poi il grande, grandissimo estremo JPR Williams, uno che fece diventare un acronimo qualcosa di più che un marchio, per tutti era JPR e da lì a poco arrivavano i suoi capelli lunghi fin sulle spalle, le sue basette e la sua corsa ciondolante e poi ancora quell’illusionista dell’inafferrabile Phil Bennett e per finire il più grande di tutti, Gareth Edwards.
La partita al Millennium Stadium è, infatti, un’esperienza mistica, al confine con il religioso. Il rugby in Galles è lo Sport, con la “S” maiuscola e sebbene il calcio in un recente passato abbia raggiunto livelli inattesi o quasi, con lo Swansea giunto fino alle coppe europee e il Cardiff issatosi fino in Premier League, è il rugby lo sport che azzera le differenze sociali, che rende la comunità gallese un monolite, un grande pacchetto di mischia, che in quei pomeriggi di palla ovale diventa una potenza mondiale.
Come ci si arrivi a una nazionale così forte, è un mistero ben presto svelato: basta uscire dal centro urbanizzato e buttarsi in quell’enorme polmone verde che sono i Sophia gardens, di qua del River Taff o il Bute Park, appena al di là, per scoprire un’interminabile distesa di campi da rugby, da calcio, da cricket. Non c’è pioggia, non c’è vento e non c’è freddo che tenga, il sabato mattina quei prati saranno popolati dalle voci divertite di bambine e bambini, tutti con le gote rosse, intenti a inseguire i rimbalzi regolari della palla rotonda, o quelli imprevedibili della sorella ovale.
All’ombra delle tribune del Millennium stadium c’è, poi, l’Arms Park, che mantiene il vecchio nome ed è la casa dei Cardiff Blues, la franchigia della capitale che milita nel United Rugby Championship, a ribadire che il rugby è il cuore del Paese.
L’esperienza gallese non sarà completa, se non dopo una sessione nei pub del centro, vanno benissimo quelli a ridosso del Millennium, oppure quelli in Westgate o Saint’Mary street, come l’O’Neill’s, anche se quella volta, complice la partita della nazionale femminile, facemmo veramente tanta fatica a staccarci da quelle tribune, con quel magnetico prato verde. Il Millennium stadium, così, nel cuore di Cardiff, è come se fosse un grande pub, dal quale te ne vai solamente quando sta chiudendo.
Per un’esperienza diversa, nel sud del Galles, merita di esser vista una partita al Parc y Scarlet di Llanelli, l’impronunciabile cittadina dalla quale proviene una delle formazioni più celebri del movimento gallese. Lo stadio non ha nulla di indimenticabile, è un impianto piuttosto nuovo, comodo, ma senza un fascino particolare.
È talmente strano che un gruppo di italiani ti chieda di condurli da Bath a Llanelli che l’autista a nolo che prendemmo ci portò a Swansea, perché all’epoca la squadra di calcio di quella città era allenata da Francesco Guidolin. Non voleva credere che intendessimo a tutti i costi recarci a Llanelli, in una sera di pioggia e vento, con qualche fiocco di neve.
Quella sera da tregenda del marzo 2016 ci riscaldammo per due mete di Robert Barbieri, che improvvisamente portarono in vantaggio la Benetton, nel corso di una sonnolenta partita, che gli Scarlets stavano saldamente governando. Purtroppo, il sogno di espugnare il Parc y Scarlet durò meno di 10’ e alla fine per i fioi non ci fu neanche il punto di bonus.
A noi rimase l’incredulità dei giocatori della Benetton, quando nel cuore di quel venerdì sera, iniziammo a urlare a squarciagola “Leoni Leoni Leoni”, ecco non si aspettavano di trovare qualche matto disposto a seguirli, con quel tempaccio, nel sud del Galles.
Se l’impianto di gioco è ordinato e comodo, ma non trascendentale, tuttavia, sono le strutture costruite al suo esterno a impressionare. Dovendo fare i conti con un clima poco clemente per gran parte dell’anno, per consentire ai tifosi di consumare dei pasti e delle birre al caldo o per permettere ai bambini di giocare, su una superficie di tappeto d’erba sintetico, ma anche chiaramente per poter svolgere degli allenamenti ideali, è stato costruito un grande capannone, all’interno del quale trovano spazio campi da gioco, spine di birra e piastre per hamburger e hot dog. Insomma, tutto quello che serve per trascorrere un sabato pomeriggio spensierato nel sud del Galles (o un venerdì sera, va da sé).
Con l’ultimo turno del Sei Nazioni, in programma sabato, il Super Saturday, con tutte le partite in programma nell’arco di un pomeriggio, si conclude anche la guida galattica del Panfilo ai Paesi che partecipano al più vecchio torneo di rugby.
Non si fermano, però, i viaggi rugbistici.
La palla ovale continuerà a rimbalzare, c’è ancora molta strada da coprire, inseguendo quel senso di comunità, di tradizione e mutuo sostegno che ancora è possibile respirare a pieni polmoni in Francia, oppure Oltremanica, anche nel rugby di alto livello. Una pinta offerta a un tifoso locale, uno scambio di maglia o di sciarpa, una canzone intonata, sono i mezzi più semplici e utili per iniziare un’amicizia, conoscere metodi di gestione di questo sport da quelle parti, apprendere e magari trasferire in Italia quei piccoli e grandi segreti che consentono a un club grande tanto quanto quelli delle nostre cittadine di far crescere e portare alla nazionale giocatori come Tommy Bowe e Jacob Stockdale.
Quello che ho appreso io è che in un club di rugby tutti sono importanti, nel limite del possibile nessuno va perso e con il contributo di tutti si avanza. Questa cosa ti fa pesare meno anche le incombenze più noiose, perché alla fine c’è una ragione a tutto.
I viaggi ovali sono divertenti, non sempre salutari per il fegato, ma consentono di portare a casa conoscenze ed esperienze preziose, perché un giorno il più classico dei “commiserations”, che i tifosi anglosassoni ci riservano al fischio finale delle partite, si trasformi in un più soddisfacente “congratulations”. Magari già da sabato prossimo.
