Attualità – 12 febbraio 2024
Vanoi: una risposta sbagliata ad un problema reale, la siccità - Le alternative ai grandi invasi ci sono
Lo scorso 4 febbraio si è tenuto a Lamon l’importante convegno Vanoi, il perché di un no, in cui insieme ad altri abbiamo riportato le ragioni per le quali ci opponiamo fermamente al grande invaso.
L’obiettivo dell’incontro era, da un lato, quello di esprimere la propria contrarietà alla realizzazione dell’opera sul piano geologico e ambientale e, dall’altro, quello di mettere in luce le possibili alternative per accumulare la risorsa idrica.
Il cambiamento climatico in atto sta, infatti, determinando lunghi periodi di siccità che si alternano ad eventi estremi. Osservando la curva che descrive l’andamento delle precipitazioni negli ultimi vent’anni si nota una certa costanza complessiva o, al più, una debolissima tendenza all’aumento; tuttavia, nello stesso periodo, la temperatura media annua denota una marcata tendenza all’aumento e ciò che fa preoccupare maggiormente è la sua velocità di incremento.
Per mitigare gli effetti del cambiamento climatico anche la Regione del Veneto, con Delibera di Giunta Regionale n. 178 del 24 febbraio 2023, ha deciso di adottare il “Quadro conoscitivo sui bacini in cui invasare la risorsa idrica, ad uso irriguo ed ecosistemico”. Nella parte introduttiva al documento, sottolineando la tendenza al cambiamento climatico in atto, si mette in evidenza come nel 2022 si sia verificata una perdurante assenza di precipitazioni, protrattasi per oltre 150 giorni, ragion per cui la Regione ha deciso di dotarsi di uno strumento strategico che consentisse di dare avvio alla progettazione degli interventi per il recupero di cave dismesse e per la realizzazione di nuovi piccoli invasi di alta, media e bassa pianura.
Oltre a questi interventi utili all’accumulo di acqua, il documento prevede anche altre tipologie fra cui, al capitolo 3.8.3, la ricarica degli acquiferi.
Ed è proprio in questa sezione che, con grande stupore da parte di chi scrive, la Regione del Veneto inserisce il serbatoio del Vanoi tra le proposte progettuali. Lo stupore deriva dal fatto che nella parte introduttiva al documento si lamenti l’eccessiva dipendenza del Veneto rispetto a bacini montani che spesso si trovano al di fuori della Regione: non è forse questa la stessa condizione in cui si troverebbe, in grandissima parte, l’invaso del Vanoi?
In tale contesto si sottolinea l’importanza degli acquiferi, intesi come la principale risorsa idropotabile per ampie aree della pianura veneta e si evidenzia come, a partire dagli anni ’60 del secolo scorso, a causa di importanti attività di emungimento per usi antropici, la falda abbia subito un notevole abbassamento. Le cause di tale fenomeno, per la verità, sono molteplici ed è opportuno citare le principali:
- abbassamento del tratto pedemontano dei fiumi a causa delle escavazioni di ghiaia, con effetto drenante a carico della falda;
- sottrazione di terreni agricoli per le attività edilizie e conseguente riduzione delle superfici che consentono l’infiltrazione di acqua;
- aumento degli emungimenti dalle falde per le attività agricole, industriali e civili;
- modifica delle tecniche di irrigazione nella zona dell’alta pianura, con sostituzione dei sistemi a scorrimento con sistemi pluvirrigui e impermeabilizzazione delle rogge di derivazione e delle canalette di distribuzione dell’acqua;
- modifica del regime idrologico.
Gli effetti di tale abbassamento sono gravi e hanno portato ad una sensibile depressurizzazione delle falde artesiane della media pianura, con conseguente minaccia per l’approvvigionamento delle risorse idriche a fini potabili e compromissione del sistema delle risorgive.
In questa situazione di preoccupante diminuzione delle riserve di acqua sotterranea risulta evidente l’importanza che assume ogni intervento finalizzato ad immettere acqua superficiale nel sottosuolo e a ricaricare gli acquiferi, che attualmente risultano utilizzati oltre le loro disponibilità.
Per porre rimedio al fenomeno dell’abbassamento del livello della falda freatica che alimenta le risorgive sono state avanzate varie proposte tecniche, fra cui:
- creazione di briglie lungo il tratto pedemontano dei fiumi per rialzare il fondo compromesso dalle escavazioni;
- creazione di bacini di infiltrazione, utilizzando cave di ghiaia dismesse;
- realizzazione di pozzi inversi attraverso i quali immettere nel sottosuolo l’acqua prelevata dai fiumi;
- utilizzo di superfici agricole al fine di infiltrare acqua nei periodi non irrigui.
Quest’ultima proposta trae origine dall’osservazione che, quando si irriga per scorrimento, una parte importante dell’acqua si infiltra nel sottosuolo e pertanto non viene persa, ma soltanto trasferita dal reticolo idrografico superficiale alla falda. La soluzione delle aree forestali di infiltrazione (AFI) è di tipo agronomico e prevede solo la modifica/integrazione delle opere irrigue ed una diversa gestione delle superfici agricole.
La novità di questa proposta sta nel fatto di sfruttare l’elevato tasso di infiltrazione dei terreni a matrice grossolana dell’alta pianura, destinando una parte della loro superficie a interventi in grado di massimizzarlo. La soluzione prevede:
- la piantumazione di alberi a file e a densità normali per una piantagione da reddito o per un bosco a fini naturalistici;
- lo scavo, al centro di ogni interfilare, di una canaletta disperdente profonda 70-80 cm e larga altrettanto;
- la connessione di tutte le canalette ad un fosso adduttore collegato al sistema irriguo consortile;
- l’utilizzazione del sistema in modo turnato nel periodo irriguo e in modo continuo nel resto dell’anno (circa 200 giorni), a condizione che si possa derivare acqua dai fiumi senza inficiare il deflusso minimo vitale.
In sostanza, nelle aree di infiltrazione si immette una parte di acqua “in abbondanza” che scorre velocemente nei tratti pedemontani dei fiumi di pianura e, anziché lasciare che essa si allontani dal territorio e in poco tempo arrivi al mare, viene accumulata nella falda. La capacità di infiltrazione per un ettaro di AFI realizzata nelle aree più vocate dell’alta pianura è pari a oltre 5000 mc di acqua al giorno; pertanto in un anno, ovvero nei 200 giorni utili di funzionamento, un ettaro di AFI può infiltrare 1 milione di mc di acqua, con un costo di due ordini di grandezza inferiore rispetto a quello della diga per unità di acqua raccolta, nessun rischio ambientale e un reddito assicurato per i proprietari dei terreni.
Questo tipo di soluzione è stata esposta per la prima volta in modo compiuto, almeno per quanto riguarda la Regione Veneto, da uno studio effettuato dalla Provincia di Vicenza nel biennio 2006-2007 e denominato Progetto Democrito.
Una prima applicazione del Progetto Democrito è stata attivata nella primavera 2007 nell’alta pianura vicentina, nel Comune di Schiavon, su iniziativa del Consorzio di Bonifica Pedemontano Brenta (oggi Brenta) di Cittadella, che ha realizzato per la prima volta un’AFI su una superficie agricola di 1,18 ettari.
A questo progetto sperimentale ne sono seguiti molti altri, tra cui vale la pena citare il Progetto Aquor, che mirava ad invertire il trend di sovrasfruttamento delle risorse idriche sotterranee e ad incrementare il tasso di ricarica degli acquiferi. Tra le azioni previste dal Progetto Acquor vi è la realizzazione di due nuove AFI, sempre su iniziativa del Consorzio di Bonifica Brenta.
Nonostante i buonissimi risultati ottenuti, con una verifica sul campo della capacità di infiltrazione pari a centinaia di migliaia di metri cubi all’anno per ettaro di superficie persino in presenza di terreni non particolarmente adatti, come mai negli ultimi anni lo stesso Consorzio di Bonifica è diventato grande sostenitore della realizzazione del serbatoio del Vanoi?
In conclusione, per usare le parole del prof. Lorenzoni, la diga del Vanoi è la risposta sbagliata a un problema reale: la siccità. Infatti, se la soluzione della diga porta con sé molte criticità geologiche e ambientali, oltre che porre una seria questione morale per la montagna bellunese, la realizzazione delle aree forestali di infiltrazione non solo non avrebbe queste problematiche, ma permetterebbe anche di accumulare un volume d’acqua confrontabile a quello dell’invaso del Vanoi per mitigare gli effetti della siccità.
