Attualità – 12 febbraio 2024
Un invaso enorme senza uno studio geologico - Il parere geologo Alfonso Tollardo
Il geologo Alfonso Tollardo ha presentato una lunga disamina del progetto Vanoi, riportando la questione dal punto di vista tecnico ed invitando alla prudenza nell’associare Vanoi e Vajont, viste le proporzioni radicalmente dissimili: «Il Vanoi non sarà un altro Vajont. Qui non ci sono le condizioni geologiche per un disastro simile. Ma ci sono problematiche di caduta che possono determinare rischi importanti».
Dopo un’introduzione geografica su dove dovrebbe sorgere la diga, i dati sulle dimensioni dell’opera.
Una diga massiccia, enorme, a causa delle criticità della sponda destra della diga. L’altezza prevista è di 116 metri, invero 3 volte e mezza quella di Ponte Serra. Per la costruzione, si prevede un imponente utilizzo di calcestruzzo: 250mila metri cubi. Tra le finalità dell’opera, la più importante è sicuramente l’irrigazione dei comprensori dei consorzi di bonifica sottesi.
La diga è dunque sicuramente impattante, ma non solo essa. Almeno altrettanto sarà anche il cantiere per costruirla, di cui ancora si è parlato poco. Il versante sottostante i Bellotti sarebbe devastato dai tre livelli di terrazzamento, dove vi sarà il cantiere: si parla di terrazzamenti di 20-30 metri e lunghi 200 metri. Sulla sponda lamonese verrà inoltre fatto un ponte stradale in luogo dell’attuale passerella pedonale. Sulla sponda trentina del Vanoi, invece, verrà realizzato un ponte di 200 metri e una galleria lunga 700 metri sotto il Totoga, così da raggiungere la spalla sinistra e potervi operare.
L’analisi passa poi al punto di vista geologico ed idrogeologico. In che stato sono le sponde rocciose nei pressi della diga? Anzitutto, non c’è solo roccia lungo il corso del Vanoi. A un centinaio di metri sopra la diga ci sono due importanti dissesti, caratterizzati da materiali non rocciosi ma morenici, invero materiale propenso al dissesto. Quindi lungo la valle sono presenti dissesti. Due frane vicine, frane perenni, in cui cade continuamente del materiale. L’altezza del bacino una volta riempita la diga arriverebbe all’altezza della due frane. Riguardo a questa zona, riporta Tollardo, nello studio di fattibilità si scrive che tutto il materiale verrà rimosso (non si sa dove verrebbe portato il materiale) e tutto il pendio dovrà essere riprofilato su inclinazioni di 30 gradi fin sotto le pendici rocciose.
A queste due frane perenni e vicine tra loro si aggiunge la frana principale, del 2010, verso la coda del lago, che ha spostato 25mila metri cubi di materiale. Il materiale è arrivato a fondo valle ed ha deviato il corso del Vanoi. Questi dati rilevano e disegnano il paesaggio in cui andrà a costruirsi la grande, immensa opera.
Tollardo procede investigando il punto di vista urbanistico ed idrogeologico. In Regione Veneto si fa riferimento al PAI, Piano Assetto Idrogeologico, che riporta in mappa le due frane citate sopra, catalogate con numero specifico. Nel sito nazionale dell’Ifi, digitando i due codici delle frane, si possono trovare le loro specificità (0250438900 e 0250438000). Quanto alla sponda sinistra, la provincia di Trento 3 anni fa ha stilato una carta di sintesi di pericolosità divisa in 4 classi (nulla, bassa, media ed elevata). Qui, sulla parte del Vanoi dove si vorrebbe fare la diga, il colore predominante è il rosso, che contrassegna la pericolosità di classe elevata.
Ma si può fare una diga in una classe di pericolosità simile o non si può fare? Tollardo riporta le norme di attuazione rispetto alla zona rossa. Esse dicono che:
- sono aree con penalità elevate quelle che, per i particolari caratteri geologici, idrologici, nivologici o forestali, sono esposte ad eventi altamente gravosi per combinazione d’intensità e frequenza.
- Nelle aree con penalità elevate è vietata ogni attività di trasformazione urbanistica ed edilizia, fatte salve le opere di difesa e prevenzione volte alla riduzione o all’eliminazione del pericolo.
- In deroga al comma 2 e a condizione che un apposito studio compatibilità allegato al progetto analizzi dettagliatamente le condizioni di pericolo e definisca gli accorgimenti costruttivi di carattere strutturale, localizzativo ed architettonico per la realizzazione degli interventi e quelli per la loro utilizzazione atti a tutelare l’incolumità delle persone e a ridurre la vulnerabilità dei beni, possono essere realizzati, previa autorizzazione della Provincia:
- Le opere di infrastrutture di rilevanza pubblica che risultano non delocalizzabili e non contribuiscono a incrementare il carico insediativo esposto a pericolo;
La diga è un’infrastruttura di rilevanza pubblica non delocalizzabile? Sì. Si può fare dunque. Ma per farla serve che ci sia uno studio di compatibilità che analizzi dettagliatamente le pericolosità. Questo studio non è stato fatto, in quanto si è studiato la zona prospicente alla diga e non tutte le pareti rocciose che insistono sul futuro bacino. È facile da fare tale studio? No. È invero molto complesso e complicato. Si tratta di andare ad investigare tutte le pareti rocciose, con rilievi geologici che stabiliscano come sono disposti gli strati di roccia e quali siano gli eventuali elementi di disturbo presenti in essi. Vedere cioè lo stato di equilibrio precario o meno di tutte le pareti rocciose (molte delle quali di circa 900 metri di dislivello) prospicenti sul bacino, la loro massa critica, le infiltrazioni ecc. Ad ora, conclude Tollardo:
«finché non c’è questo studio, da un punto di vista geologico non ci si può esprimere. Non mi sento di prendere posizione definitiva dal punto di vista geologico, in quanto manca uno studio serio a riguardo. Dal punto di vista personale però, e quindi ambientale e sociale, sono contrario. Perché viviamo in un territorio che, in termini di sfruttamento della risorsa idrica, ha già dato abbastanza».
L’intervento di Alfonso Tollardo è consultabile integralmente a questo link tra i minuti 38.20 e 1.04.28
https://www.facebook.com/PDBellunoDolomiti/videos/683406793868118/
