Del valore costituzionale dell’ospitalità.

Il continente del futuro visto dalla nostra tavola

 

Non passa settimana che un esponente del Governo, per la verità, quasi sempre il ministro dell’agricoltura Francesco Lollobrigida, salga agli onori delle cronache per incaute affermazioni in materia di etnia, razza, migrazioni. 

Da quando il Governo Meloni si è insediato, siamo partiti con le dichiarazioni del ministro dell’interno Matteo Piantedosi sulla scarsa “educazione alla responsabilità” di coloro che per scappare a guerre, fame e carestie, mettono i figli su dei barconi, abbiamo assistito all’approvazione del decreto “sbarchi”, siamo passati per la paventata “sostituzione etnica” dell’ineffabile Lollobrigida, siamo approdati al decreto “Cutro”, con tutte le sue conseguenze connesse.

Non si fa tempo a stendere un pensiero, due righe, quattro parole, che subito arriva un ulteriore strappo dagli esponenti dell’attuale maggioranza governativa.

E’ dell’altro giorno la riflessione, sempre di Francesco Lollobrigida, che ammoniva, in occasione degli Stati generali sulla natalità: “Credo che sia evidente a tutti che non esiste una razza italiana. È un falso problema immaginare un concetto di questa natura. Esiste però una cultura, un’etnia italiana, quella che la Treccani definisce raggruppamento linguistico culturale”.

Un’identità italiana da difendere, insomma, nel contesto di una crescita di popolazione mondiale, di segno diametralmente opposto alla denatalità del nostro Paese e per venire a cose più “panfiliane”, della nostra provincia.

A tarda notte, nell’ultimo consiglio comunale di Feltre, si è discusso l’ordine del giorno presentato dal consigliere Paolo Perenzin, tendente, se approvato, a invitare alle dimissioni il ministro Piantedosi, per le disumane dichiarazioni espresse in occasione della tragedia di Cutro.

L’occasione era anche fornita dalla volontà manifestata da Matteo Piantedosi di rispolverare i cosiddetti respingimenti alle frontiere.

Le riammissioni informali alla frontiera preoccupano da un punto di vista umano, perché tutti siamo ampiamente consapevoli degli abusi ai quali vanno incontro le persone, durante i respingimenti a catena. Da un punto di vista giuridico, poi, le riammissioni sono già state giudicate illegittime, perché violano il diritto costituzionale e le norme europee.

I respingimenti sono contrari all’art. 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e al combinato disposto degli art. 3 e 10 della Costituzione italiana.

La CEDU vieta i trattamenti inumani e degradanti e dunque non si può respingere perché non si ha la garanzia che nei paesi terzi le persone migranti vengano trattate con rispetto e dignità. In più, sottolinea Gianfranco Schiavone di ICS Trieste, con i respingimenti si impedisce alle persone di fare richiesta di asilo.

Se si respinge anche chi chiede protezione internazionale si finisce per violare una norma fondamentale della nostra carta costituzionale, un diritto inalienabile, sul quale a lungo i costituenti dibatterono. Su questo punto si è espresso non solo il tribunale di Roma, con la famosa ordinanza citata nell’odg, ma lo stesso governo Draghi, che rispondendo a una interrogazione parlamentare di Riccardo Magi, di Più Europa, precisò che le riammissioni non possono in alcun modo essere applicate ai richiedenti asilo.

Lasciatemi per un attimo riportarvi al fervore con cui i costituenti lavorarono alla stesura dei principi fondamentali della Costituzione.

L’art. art 10 recita: ”L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.”

La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.

Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge.

Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici”.

L’assemblea decise di partire dalla formulazione contenuta nel Preambolo della Costituzione francese, che dice: «Ogni uomo il quale è perseguitato a causa della sua azione a favore della libertà ha diritto di asilo sul territorio della Repubblica» 

L’onorevole Tonello, nel corso di un ampio intervento, disse “ho considerato le ragioni addotte tendenti a limitare in un certo modo il diritto di asilo allo straniero, ed ho provato una istintiva avversione dell’animo mio nel sentire enunciare il principio della limitazione del diritto di asilo […].

Io vi invito, onorevoli colleghi, a rimanere fermi nel concetto espresso che dice: «Lo straniero che sia perseguitato nel proprio Paese per aver difeso i diritti della libertà e del lavoro garantiti dalla Costituzione italiana ha diritto di asilo nel territorio della Repubblica» […].

 

Non bisogna mettere limitazioni. Vi è il Codice penale ed in esso potrete mettere tutte le limitazioni che vorrete, ma nella Costituzione no. Nella Costituzione deve essere messo limpido il concetto che sacra deve essere l’ospitalità”.

Nel percorso che portò all’elaborazione dell’art. 3 della nostra carta costituzionale, a lungo si discusse circa il termine razza. Vi era chi proponeva il termine stirpe (su indicazione della comunità ebraica, che di leggi razziali aveva purtroppo avuto esperienza), altri sostenevano che razza fosse un termine accettato dalla comunità scientifica. Il rifiuto del razzismo, perciò, non comportò il rifiuto delle idee di razza. 

Queste idee erano implicite anche nella legge di cittadinanza del 1912, che continuò a regolamentare la materia fino al 1992, quando fu sostituita da una materia che sostanzialmente ribadì gli stessi principi. 

È vero che la razza non viene menzionata ma viene stabilita un’appartenenza fondata sullo ius sanguinis, privilegiando la discendenza e i legami biologici/parentali, rispetto ad altre forme di inclusione, quale lo ius soli

Una parte cospicua della legislazione fascista rimase nei codici per anni e non si realizzò una vera e propria defascistizzazione della cultura italiana. 

Non si può neppure dimenticare, tuttavia, che dopo il ‘45, accanto a profonde continuità, ci furono anche cambiamenti importanti, che in parte riplasmarono gli atteggiamenti della società italiana in tema di razza e di colore.

Eppure, vien da chiedersi, di quale etnia parla il ministro Lollobrigida, se è vero come è vero che profonde sono le vicende dei popoli del continente africano nella vecchia Europa. Sono stati innumerevoli gli incontri tra quelli che sono definiti africani con coloro che vengono definiti europei.

Ancora oggi si ritiene che gli africani e gli africani europei siano in Europa una presenza recente.

La realtà è di diverso stampo.

Vi racconto di San Maurizio, patrono degli alpini, che si ricorda il 22 settembre di ogni anno. Ebbene nel III secolo d.c. Maurizio, un egiziano, divenne capo di una leggendaria legione romana.

San Maurizio nacque a Tebe, era a capo della legione egizio romana nella Mesopotamia e dopo il 300 trasferita a nord delle Alpi, presso Colonia. Maurizio e la sua legione, di religione cristiana, si rifiutarono di uccidere i popoli germanici che avevano sconfitto, anch’essi cristiani e vennero, pertanto, martirizzati. Si salvò solo il futuro san Alessandro.

Non deve essere neppure dimenticato che nel XVI secolo il sud dell’Europa era caratterizzato da una popolazione nera di dimensioni ragguardevoli. Alcuni dei suoi esponenti, come Alessandro de’ Medici, primo duca di Firenze, la cui madre era un’africana libera che viveva a Collevecchio, raggiunsero posizioni di primo piano, mentre altri vissero un’esistenza di sottomissione, lavorando nelle campagne italiane o spagnole o come domestici nelle dimore dei ricchi.

Alessandro in una miniatura del Bronzino del 1553 presenta capelli ricci e lineamenti africani. Il Vasari lo renderà con lineamenti più marcatamente europei, ma pur sempre con capelli ricci e pelle bruna.

L’Italia repubblicana e democratica si è sempre percepita bianca, eppure essa è il risultato di mescolamenti etnici avvenuti nel corso dei secoli e che continuano tuttora.

Ci sono vicende razziali che affondano le radici anche nell’immediato dopoguerra, con i cosiddetti figli della guerra, comunemente indicati, con un termine a forte connotazione razziale di tipo biologico, mulattini. 

La loro è una storia che inizia sulla scia dei drammatici anni influenzati dal regime fascista e dal colonialismo.

Una di queste vicende è raccontata da Antonio Campobasso, nero di Puglia, gemello della Repubblica, nato il 2 giugno del ’46, che nel suo libro, quasi un caso letterario all’inizio degli anni 80, chiedeva all’Italia di dimostrarsi all’altezza di quella promessa di eguaglianza che era stata inserita nella costituzione democratica del 1948.

Tra gli anni 80 dell’Ottocento e il 1936 le popolazioni di gran parte delle odierne Eritrea, Libia e Somalia passarono sotto il controllo italiano e furono soggette alla legislazione discriminatoria del Regno d’Italia. 

Per decenni, dunque, gli italiani furono esposti a un’attività di propaganda che li istruì sulla loro presunta superiorità, in quanto europei bianchi, dalla quale più di qualcuno, evidentemente, non si è ancora affrancato.

Tornando all’ordine del giorno presentato al consiglio comunale e all’intenzione di Matteo Piantedosi di ripristinare i respingimenti, rispetto al 2020, i migranti vittime dei respingimenti sul confine italo-sloveno possono beneficiare di un nuovo strumento di tutela: l’applicazione diretta dell’art. 10 co. 3 Cost. nell’ormai famosa ordinanza del Tribunale di Roma rappresenta, infatti, un prezioso precedente, che potrebbe essere invocato in futuri casi in cui lo Stato italiano ponga in essere condotte volte ad impedire l’esercizio del diritto di chiedere protezione internazionale. Qualora i rimedi interni risultassero insufficienti, coloro che hanno subito un respingimento potrebbero, comunque, trovare tutela innanzi alla Corte EDU, invocando la violazione dell’art. 3 e 13 CEDU e art. 4 protocollo 4 CEDU. 

Vi è chi sostiene che con il decreto legge 10 marzo 2023, il cosiddetto Decreto Cutro, siamo certamente di fronte al più violento e invasivo tentativo di sovvertimento di alcuni fondamentali istituti costituzionali, democratici e sociali della recente storia repubblicana.

Chi ha analizzato approfonditamente il testo del decreto legge e gli emendamenti, non ha tardato ad affermare che non deve ingannare la circostanza per cui il decreto legge riguarda “solo” migranti e “solo” norme che disciplinano l’immigrazione. È evidente che, sottesa a tale disciplina, risulta ben visibile un’idea di società e pur producendo un certo accanimento su uno specifico gruppo sociale -i migranti-, l’intento, nemmeno troppo malcelato, è di intervenire sui rapporti tra gruppi sociali: un’operazione di “ortopedia sociale” per dirla con le parole di Foucault, volta a separare, segmentare, disgiungere le comunità, annichilirne la tensione, individuale e collettiva all’integrazione, alla coesione, allo stesso contatto interculturale. 

Si vuole rendere non più esigibili quei diritti che il Governo non si può permettere di negare. La lettura degli emendamenti e della norma nel suo complesso consegna abbastanza nitido il tentativo di rendere organico un sistema di deterrenza: non puoi arrivare, se arrivi non puoi stare, se stai verrai recluso, non avrai il permesso di soggiorno e non potrai muoverti, se e quando potrai muoverti non troverai accoglienza, se la troverai avrai pochi servizi e sconterai il tempo che avrai passato ad attendere, non potrai lavorare regolarmente e renderti autonomo, se anche lavori non potrai convertire il permesso in lavoro: preparati ad essere sempre marginale e per te oltre allo sfruttamento, nessuna garanzia e nessun futuro.

il ministro Piantedosi dice che chi fosse stato “educato alla responsabilità” non avrebbe messo in mare, nelle mani degli scafisti i figli e chi lo ha fatto. La strage, si intende, è colpa di chi, irresponsabile e non educato alla responsabilità, ha messo i figli in mare. Le parole del ministro “disumanizzano” i migranti, che lo faccia a fronte dei corpi delle vittime, le rende solo più odiose, ma a ben vedere che cosa vuole trasmettere il ministro? Che non c’è società comune possibile senza “educazione” (finanche impartita con lo spegnimento dei lampioni, sic!), senza il rispetto dei figli, senza responsabilità, non c’è futuro possibile “con” i rifugiati, essi non sono persone ma una categoria indistinta, non “educata” alla responsabilità, una minaccia quindi che va contenuta con ogni mezzo. 

Pochi mesi prima si era infatti rivolto a loro definendoli “carico residuale”. Ci siamo “noi”, categoria morale, e “loro” categoria immorale, che non hanno i medesimi attributi di umanità, che hanno la colpa della strage.

Il decreto del 10 marzo 2023 lascia invariate due premesse: non sono possibili arrivi legali e canali sicuri e il solo modo di regolarizzarsi resta, nei fatti, l’asilo politico. Però non ci sono “veri” rifugiati e le liste dei Paesi sicuri aumentano irragionevolmente. Una scelta che nega la realtà attuale: guerre, persecuzioni, regioni non più abitabili, più di 100 milioni di rifugiati globali, il trionfo delle organizzazioni del traffico che prosperano sulla chiusura dei confini europei, i sanguinosi patti con Libia e Turchia.

Dicevamo che non si ha il tempo di stendere su carta due pensieri, che subito arriva una “cattiva novella” sul tema dei diritti. Ebbene, proprio a proposito dei patti con la Libia, è di ieri la nomina di Vittorio Pisani a capo della Polizia di Stato. 

Lo si fa chiama il “cacciatore di latitanti”, ma è colui che, all’epoca del ministero Minniti (a dimostrazione che sul tema delle politiche dell’accoglienza nessun Governo va esente da responsabilità pesanti), auspicava  “un coordinamento diretto della nuova guardia costiera libica. Sarebbe stata creata “una sala operativa in Libia (…) che effettua uno scambio di dati con il ministero dell’interno”, spiegava Pisani, “principalmente sulla posizione delle navi ong e delle loro condotte di soccorso, al fine di impiegare proficuamente in tale contesto la guardia costiera libica nelle proprie acque nazionali”.

Quella nuova guardia libica costiera che opera, guarda caso, dal 2017 e che si è resa violazioni dei diritti umani nei confronti dei migranti.

Eppure, soltanto nel 2015 il nuovo capo della Polizia di Stato ammetteva che “La violazione in Libia dei fondamentali diritti umani determina l’impossibilità di operare il respingimento verso le coste libiche di migranti”, 

Due anni dopo lo stesso Pisani illustrava un piano che avrebbe ottenuto precisamente quel risultato, con l’obiettivo di impedire l’arrivo dei richiedenti asilo, anziché migliorare l’accoglienza e l’inclusione. 

Oggi Pisani è a capo della Polizia di Stato.

Come? Non vi abbiamo raccontato se l’ordine del giorno che invitava alle dimissioni Matteo Piantedosi è stato approvato dal Consiglio comunale di Feltre? Voi cosa pensate?

 

Fonti:

Africani europei (Einaudi), Olivette Otele

Il colore della Repubblica (Einaudi), Silvana Patriarca

Altraeconomia, Michele Rossi, Segregare e punire: il disegno politico brutale dentro il “decreto Cutro”, https://altreconomia.it/segregare-e-punire-il-disegno-politico-brutale-dentro-il-decreto-cutro/
Internazionale, Zach CampbellLorenzo D’AgostinoThe Intercept,  La strategia segreta contro le ong che salvano i migranti, https://www.internazionale.it/reportage/zach-campbell/2021/05/03/italia-migranti-ong-strategia

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