Infocrazia. Le nostre vite manipolate dalla rete

Di Byun-Chul Han 

Einaudi
2023

Dalla Ka’ba all’Apple store.

Lungo la Fifth Avenue di New York, tra 49a e la 60a strada, davanti alla Grand Army Plaza si trova il Flagship Store della Apple. Un enorme cubo di vetro, diafano, tempio della trasparenza. Un cubo perfetto, che ricorda la Ka’ba alla Mecca, luogo di culto per la religione islamica. Tra i due luoghi, solo la forma cubica è la stessa, anzi si può dire che lo Store della Apple sia il contraltare della Ka’ba in termini di visibilità. L’uno assolutamente traslucido e trasparente, l’altra opaca, oscura e sottratta alla visibilità da una spessa copertura nera, che ne cela il mistero. L’oscuro, l’arcano si nega allo sguardo, come in ogni dispositivo teologico-politico con cui si impone il dominio. Così era ancora per lo spazio esclusivo, riservato ai soli sacerdoti, all’interno del tempio greco: l’adynaton, l’inaccessibile. L’Apple Store di Manhattan è il capovolgimento esemplare di questo dispositivo: trasparente, sempre aperto, con un negozio nel seminterrato accessibile a chiunque, come cliente. Eppure entrambi, la Ka’ba nera e oscura ed il cubo di vetro rappresentano, pur se agli antipodi, due forme di dominio: l’arcano e la trasparenza. Questa è l’epoca del dominio della trasparenza.

 

Nel libro “Infocrazia. Le nostre vite manipolate dalla rete” (Einaudi 2023), il filosofo tedesco Byung-Chul Han aiuta a comprendere la complessità dell’asfittica rete di informazioni in cui siamo calati e a diradare le nebbie di quella trasparenza che scambiamo per libertà. Il saggio si articola in cinque piani, riflettendo su quello che viene definito “regime dell’informazione”, l’infocrazia, la fine dell’agire comunicativo, la razionalità digitale ed infine sulla crisi della verità. Le riflessioni sul regime dell’informazione ed infocrazia risultano le più interessanti ed innovative, ma cosa si intende con questi due termini?

Partiamo dal primo. Scrive Han:

Chiamiamo regime dell’informazione quella forma di dominio nella quale l’informazione e la sua diffusione determinano in maniera decisiva, attraverso algoritmi e Intelligenza Artificiale, i processi sociali, economici e politici. Diversamente dal regime disciplinare, a essere sfruttati non sono corpi ed energie ma informazioni e dati. Decisivo per la conquista del potere non è il possesso dei mezzi di produzione, bensì l’accesso a informazioni che vengono utilizzate ai fini della sorveglianza psicopolitica, del controllo e della previsione dei comportamenti. Il regime dell’informazione si accompagna al capitalismo dell’informazione, che evolve in capitalismo della sorveglianza e declassa gli esseri umani a bestie da dati e consumo.

Dunque, il regime dell’informazione è la nuova forma di dominio del nostro tempo, che si accompagna al capitalismo dell’informazione. Ma in cosa consiste quest’ultimo?

Il capitalismo dell’informazione si fonda su connessione e comunicazione e rende quasi anacronistiche le coercizioni tipiche della società disciplinare, analizzate da Foucault, quali ad esempio l’isolamento spaziale, la rigida regolamentazione del lavoro o l’addestramento fisico. Se la solitudine (per Foucault condizione prima della sottomissione totale) era lo strumento per antonomasia del regime disciplinare, nel regime dell’informazione il soggetto sottomesso non è né solo, né docile, né ubbidiente. Al contrario egli si ritiene libero, il più libero della storia, nonché autentico e creativo. Il soggetto produce e performa sé stesso. Non vi sono chiusure isolanti, bensì reti aperte. Tant’è vero che, continua Han: «nel regime dell’informazione valgono i seguenti principi topologici: le discontinuità sono abbattute in favore delle continuità. Al posto delle chiusure compaiono le aperture». Ma in cosa consisterebbe allora la coercizione del regime? Per il filosofo, esso sta nel fatto che la tecnica informatica digitale rovescia la comunicazione in sorveglianza: «quanti più dati generiamo, quanto più intensivamente comunichiamo, tanto più efficiente diventa la sorveglianza». Non ci sentiamo sorvegliati ma liberi, e questo senso di libertà garantisce il dominio. Questa la differenza fondamentale dal regime disciplinare, del quale certo ancora sopravvive qualche relitto. Ma il cuore della questione è in questo assunto: «Il dominio si compie nel momento in cui libertà e sorveglianza coincidono». Il regime impone agli individui visibilità, senza la quale ad essi pare di non esistere, e così si industriano alacremente per procurarsela. Questa imposizione non appare come una costrizione esterna bensì come un bisogno interiore, a partire dal quale essi si espongono completamente: «Producono sé stessi, vale a dire: inscenano sé stessi». 

Ogni regime ha una propria politica della visibilità, per l’odierno regime dell’informazione, sostiene Han, questa non è altro che la trasparenza:

La trasparenza è la coercizione sistemica del regime dell’informazione. Il suo imperativo recita: tutto deve esistere come informazione. Trasparenza e informazione sono sinonimi. La società dell’informazione è la società della trasparenza. L’imperativo della trasparenza lascia che le informazioni circolino liberamente. Autenticamente liberi non sono gli esseri umani, ma le informazioni. 

In questo modo si verifica il paradosso per cui oggi gli esseri umani sono prigionieri delle informazioni che essi stessi producono in continuazione, inscenando sé stessi e comunicando, proprio per sentirsi liberi e realizzarsi. La prigione digitale è trasparente.

Tornando alla differenza con il regime disciplinare, oggi le tecniche del potere non si esprimono in obblighi e divieti bensì con stimoli positivi: «sfruttano la libertà, invece di sottometterla. […] Il potere disciplinare, repressivo, cede il posto a un potere smart, che non ordina, ma sussurra, non comanda, ma sospinge, vale a dire, induce con mezzi sottili al controllo del comportamento». In questo modo il “Sorvegliare e punire” foucaultiano è tradotto da quei due infiniti che saturano ormai la nostra quotidianità: motivare e ottimizzare.

Il regime dell’informazione impone un potere totalizzante, benché poco riconoscibile e con dei caratteri del tutto particolari. In ogni totalitarismo, tratto fondamentale è l’ideologia: spiegazione e racconto totale della realtà e della storia, che esaurisce e codificano nella narrazione passato, presente e futuro. Inoltre, l’ideologia come spiegazione totale elimina ogni esperienza della contingenza, ogni incertezza ed imprevisto. Dacché l’elemento totalizzante del regime dell’informazione sono i dati, Han conia il termine “dataismo”: «con il suo dataismo, il regime dell’informazione manifesta tratti totalitari. Esso aspira a un sapere totale». Purtuttavia, ed è un’altra differenza fondamentale del nostro tempo rispetto al passato, il sapere totalizzante che si basa sui dati non viene raggiunto tramite una narrazione ideologica, bensì un’operazione algoritmica. «Il dataismo vuole calcolare tutto ciò che è e che sarà. L’elemento narrativo è sostituito da quello numerico». Se le ideologie classiche riuscivano ad eliminare l’esperienza della contingenza, per Han gli algoritmi non riescono a farlo in modo altrettanto efficace. Il totalitarismo e la sua ideologia riuscivano a costruire una realtà più profonda al di sotto del dato, anzi il dato è già interpretato alla luce di essi ed esiste come tale in base ad essi. 

Per il filosofo tedesco il dataismo odierno non riesce a fare ciò, non «si immagina alcuna realtà dietro ciò che è dato, dietro ai dati, perché è un totalitarismo senza ideologia».

 

Torniamo ora all’Apple Store trasparente di New York, lasciato alla soglia di questo scritto. Sulla scia delle analisi di Han, se apparentemente la trasparenza del cubo suggerisce libertà e comunicazione senza limiti, esso incarna in realtà il dominio dell’informazione, che rende gli uomini integralmente trasparenti. Ed il dominio non è mai trasparente, non può esserlo, altrimenti non sarebbe dominio. E d’altra parte ancora, la trasparenza è in sé una faccia, una parte di un processo che si sottrae alla visibilità. Scrive Han: «la trasparenza stessa non è trasparente, ha un retro». Quale allora l’altro versante del trasparente, quale la sostanza? Di qui l’oscuro riflettere di Han, che vede in quel retro un vuoto incontrollato, depersonalizzato, una macchina senza conducente: «la sala operativa della trasparenza è oscura. Ci consegniamo, così, al crescente potere della blackbox algoritmica». Che fare?

Si è visto cos’è il regime dell’informazione e della trasparenza, nonché il totalitarismo del dato scevro da ogni ideologia. Ma viviamo ancora e operiamo in un regime democratico, almeno in questa parte di mondo e di Occidente. Veniamo così al secondo spunto di riflessione, l’infocrazia. L’ambito di analisi rimane il rapporto tra potere (kratos) ed informazioni, ancorché declinato specificamente in relazione alle forme di governo, su tutte quella democratica. Han è subito chiaro: «lo tsunami dell’informazione porta a pesanti distorsioni e rotture all’interno del processo democratico. La democrazia degenera in infocrazia». Infocrazia è dunque anzitutto una degenerazione possibile del regime democratico. Già la mediocrazia, il potere dei mass media, ne era stata una prima involuzione. Questi avrebbero distrutto il discorso razionale plasmato dalla cultura libraria e prodotto la mediocrazia, in cui i destinatari, gli spettatori, sono definitivamente condannati alla passività. In questo modo la sfera pubblica democratica si sarebbe deteriorato, consegnando lo spettatore «al pericolo di una minorità: i messaggi diffusi dai nuovi mezzi di comunicazione riducono singolarmente le reazioni del ricevente. Essi avvincono il pubblico come ascoltatore e spettatore, privandolo allo stesso tempo della distanza della “maggiorità”, della possibilità, cioè, di poter parlare e ribattere». La politica diviene costretta ad esaurirsi in messe in scena massmediali ed alla logica dei mass media, per cui nell’agone politico conta più la performance sugli argomenti: «la politica perde ogni sostanza e viene erosa fino a diventare una politica telecratica dell’immagine». L’apice della mediocrazia, o teatrocrazia, è l’elezione alla presidenza degli Stati Uniti di Ronald Reagan. Non si tratta qui di discutere né di accettare acriticamente la tesi di Han per cui vi è un rapporto di implicazione diretta tra cultura libraria e scelta razionale, nonché l’idea che la performance nell’agone politico sia più determinante oggi di un tempo. Ciò che è certo e ragionevolmente condivisibile è che i mass media abbiano ulteriormente cambiato il volto della politica ed in particolare della vita democratica. Ma tra la mediocrazia e l’infocrazia è stato compiuto un passo in più, ed inerisce, ancora una volta, il graduale trapasso dal regime disciplinare a quello della trasparenza. Per comprenderlo al meglio, ci si può riferire a due opere significative sul controllo sociale: 1984 di Orwell e Il mondo nuovo di Huxley. In 1984 gli esseri umani sono controllati tramite le punizioni (regime disciplinare), mentre nel Mondo nuovo di Huxley sono controllati con i piaceri. Due opposti regimi di sorveglianza: se per Orwell l’uomo è distrutto da ciò che odia, per Huxley da ciò che ama. Il Mondo di Huxley è più simile al nostro, secondo Han, di quanto lo sia quello orwelliano. Perché? Perché nel nostro tempo il dolore è tabù, rimosso, represso com’ogni altro sentimento intenso: caratteristica fondamentale della nostra società è quella di essere “una società palliativa”. 

Questo per quanto riguarda la società. Per quanto riguarda invece l’individuo? Il soggetto sociale risente del regime infocratico anzitutto a livello cognitivo, ed in ciò sta la spiegazione più profonda della crisi democratica in corso. La dimostrazione di Han muove da una fenomenologia dell’informazione. Ogni informazione ha un margine di attualità estremamente ristretto, manca di stabilità temporale, vivendo nel fascino della sorpresa:

A causa della loro instabilità temporale esse frammentano la percezione: gettano la realtà in un vortice permanente di attualità. È impossibile soffermarsi sulle informazioni: così, esse mettono in agitazione il sistema cognitivo. Le pratiche cognitive temporalmente intensive, come il sapere, l’esperienza e la conoscenza, sono rimosse dall’obbligo all’accelerazione tipico dell’informazione.

La razionalità è temporalmente intensiva e la costituzione di decisioni razionali richiede un lungo termine. La razionalità esige l’estensione temporale, ma «nella società dell’informazione semplicemente non abbiamo tempo per l’agire razionale». Di qui si capisce come il processo di decisioni razionali individuali richiesto dalla democrazia non possa che andare in cortocircuito, mettendo in grave e pericoloso rischio la stessa democrazia. 

L’infodemia è esiziale per la democrazia, che è di per sé lenta e complicata:

 

Argomentazioni e giustificazioni non possono essere veicolate da tweet o meme, che si diffondono e riproducono a velocità virale. La coerenza logica, che contrassegna il discorso, è estranea ai media virali. Le informazioni hanno una logica propria, una propria temporalità, una propria dignità al di là di verità e menzogna. Anche le fake news sono prima di tutto informazioni. Esse hanno già esercitato il loro pieno effetto prima che abbia inizio un processo di verifica. 

Le informazioni sfrecciano ad una velocità che non può essere raggiunta dal passo della verità o della scelta razionale. Le informazioni viaggiano e la verità non le raggiunge. Di qui la chiusa amara di Han, «il tentativo di combattere l’infodemia con la verità è condannato al fallimento: l’infodemia è resistente alla verità».  

Ancora, che fare?

Giuseppe Gris
Autore

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *