Eventi – 2 ottobre 2023
Una vita difficile in un secolo breve - Storia di Nicolotto da Celarda, il primo partigiano delle montagne bellunesi.
Il nostro secondo evento è avvenuto al Casel di Celarda, lo scorso 31 marzo, dove abbiamo presentato un libro veramente prezioso: Una vita difficile in un secolo breve. Storia di Nicolotto da Celarda, il primo partigiano delle montagne bellunesi di Marcello Della Valentina (Cleup editore). Molti di noi hanno avuto il professor Della Valentina come insegnante di storia, italiano e latino e ne hanno da sempre apprezzato la serietà, la bontà e soprattutto la chiarezza nell’esposizione, che rende accessibili anche le cose più ostili. Ecco, come a scuola, in questo libro il professore Della Valentina è riuscito ad esprimere in modo chiaro, coinvolgente e senza retorica quella che è una storia rimasta fino ad ora pressoché dimenticata o sconosciuta.
Una vita, quella di Nicolotto da Celarda, che come se fosse un film, si ritrova nelle pagine più importanti della storia europea del primo Novecento, attraversando la Prima guerra mondiale, l’emigrazione, la guerra di Spagna, Ventotene e poi organizzando la Resistenza bellunese, fino alla Libera Repubblica di Pietena. Una storia incredibile eppure vera, ma soprattutto, come dice il titolo, una vita difficile, segnata dalla miseria, dai soprusi, dalla guerra e dall’impossibilità di comprendere un mondo pacificato e di inserirvisi. Un libro che riteniamo debba essere letto da tutti, importante per la memoria storica non solo feltrina, non solo bellunese.
La nostra presentazione ha avuto luogo a Celarda, ed ha riscontrato davvero un grande successo di pubblico, inaspettato in misura così grande. Non lo diciamo per vantarci, ma per dire come i feltrini, in particolar modo gli abitanti di Celarda, volessero sentire dalla voce del professore questa storia e la storia di questo libro, da poco uscito. Noi ringraziamo di cuore il professore Della Valentina, sia per quanto ci ha insegnato, sia per aver regalato a noi la prima presentazione della sua ultima preziosa fatica.
La serata, moderata da Giuseppe Gris, si è svolta partendo dai disegni che il libro ha ispirato al nostro fumettista Luca Debus, commentati ed integrati dal racconto di Della Valentina.
Qui non vogliamo riassumervi la storia nè raccontarvi della serata, bensì invitare, chi ancora non l’avesse fatto, alla lettura del racconto storico di Della Valentina. Per farlo, vi riporteremo i disegni di Luca Debus, con accanto le pagine che li hanno ispirati.
«Era un treno molto lungo, carico di uomini fino a scoppiare. Ricordo con particolare vivezza lo spettacolo di quel treno che passava nella luce gialla della sera; finestrino dopo finestrino di visi scuri e sorridenti, le lunghe canne inclinate dei cannoni, le sciarpe rosse che sventolavano – il tutto accanto a noi contro lo sfondo di un mare color turchese.
“Exanjeros”, disse qualcuno. “Sono italiani”.
Era chiaro che fossero italiani. Nessun altro sarebbe riuscito a stare insieme in maniera così pittoresca o a restituire il saluto alla folla con tanta grazia – una grazia che non era intaccata dal fatto che metà degli uomini sul treno bevevano a garganella da bottiglie di vino.
Così George Orwell, testimone diretto, descrive quel treno che doveva portare anche Nicolotto a Huesca, per partecipare ad un’altra drammatica battaglia».«Il nuovo viaggio offerto dal regime non era molto confortevole; lungo, interminabile con soste nelle celle di transito più sporche e infestate d’insetti delle altre. L’arrivo del piroscafo a Ventotene era sempre un evento, salutato da centinaia di fazzoletti bianchi che, sventolando, accoglievano i nuovi compagni confinati, ancora ammanettati nell’imbarcazione che sopraggiungeva. Scesi dal piroscafo, venivano accompagnati prima in direzione, per essere sottoposti a perquisizione e controllo. Dirigeva la colonia penale Marcello Guida, che dopo la guerra e la caduta del fascismo proseguirà la sua carriera fino a diventare negli anni ‘60 questore di Milano. Davvero tutt’altro destino e tutt’altra carriera rispetto all’antifascista Rizzieri Raveane. Nicolotto arriva sull’isola tra il 23 e il 24 dicembre, giusto in tempo per il Natale.
“L’ombelico delle tempeste”, “quasi uno scoglio”, “una ciabatta in mare”, “un tozzo cuneo”, sono alcune delle definizioni che rappresentano il modo in cui i confinati vedevano e percepivano Ventotene, piccola isola del Tirreno al largo di Lazio e Campania, lunga circa 1,9 km, larga tra i 200 e gli 800 metri, battuta dal mare ed esposta a tutti i venti; gran pochi alberi e niente sorgenti, coste frastagliate e rocciose a piombo sulle onde».
«Sabotaggi a linee elettriche e telefoniche del nemico, agguati a truppe tedesche, distruzione di liste di leva nei comuni; l’opera di contrasto all’invasore da parte della “Pisacane” fu continua ed instancabile, fino a quella che fu una delle operazioni più clamorose di tutta la storia della Resistenza; un’operazione tanto audace e perfetta che risulterebbe incredibile anche come trama di un colossal hollywoodiano, l’operazione Baldenich. Tante volte è stata descritta, ma dato il coinvolgimento di Nicolotto e l’importanza decisiva che ebbe nel successivo svilupparsi degli eventi, varrà la pena rievocarla ancora: un commando di dodici partigiani penetra con uno stratagemma all’interno del carcere di Belluno “Baldenich” e libera circa una settantina di prigionieri politici senza sparare un colpo. Del commando, naturalmente, fa parte anche Nicolotto».
«L’idea più accreditata era quella di percorrere il Passo Finestra e raggiungere il Sass de Mura, sostanzialmente seguendo quello che oggi è il sentiero 801. L’ipotesi si rivelò ben presto impraticabile; staffette mandate in avanscoperta poterono facilmente verificare dai fuochi accesi dagli accampamenti tedeschi che nessun varco era percorribile. Tutti gli accessi a Pietena erano saldamente presidiati. Tilman propose di tenersi bassi sul fianco nord, attendendo un paio di giorni, in sostanza nascondendosi, finché i tedeschi non avessero lasciato i monti; era un piano plausibile, ma solo per piccoli gruppi di uomini, non per alcune centinaia. Del resto, andare verso sud, verso la Valle di San Martino, sembrava una follia, pullulava di fuochi tedeschi. Fu Nicolotto che propose con convinzione di affidarsi a una staffetta di Lasen che conosceva quei luoghi a menadito e di cui Raveane si fidava assolutamente. La staffetta si chiamava Umberto Tatto “Leone”, diciassettenne portaordini della “Gramsci”. La diffidenza di molti nei confronti del “bocia” fu superata dalla disperazione della situazione e forse dalla parola di Nicolotto che fungeva da vera garanzia. Leone fu messo a capo della fila partigiana e condusse la truppa attraverso il Viàz delle Fontanìe; si tratta di un percorso a tutt’oggi definito “difficile, vario, solitario e selvaggio”; se aggiungiamo che fu effettuato di notte e che due giorni prima, il 28 settembre, era nevicato, possiamo renderci conto di quella che fu una vera impresa».
«La ritrovata libertà non segnò per Nicolotto l’inizio di un’esistenza migliore. Se il ritorno alla vita normale è difficile come reduce, figuriamoci dopo il carcere. Rizzieri Raveane non riuscì in nessun modo a reinserirsi nella vita sociale, a trovare un ruolo nella comunità e forse nemmeno più un senso al tempo che gli rimaneva; visse gli ultimi anni ai margini della sua comunità, in disparte nel partito in cui aveva militato, lontano anche dai compagni con cui aveva combattuto. A Celarda tornò guardato con perplessità e distacco ancora maggiori; il processo, la carcerazione avevano aumentato la diffidenza della comunità nei confronti di un paesano che aveva avuto una vita per molti aspetti avventurosa e misteriosa, sicuramente lontana dai costumi e dal vissuto consueti».
Ci congediamo con le immagini della serata e prendendo a prestito le parole di una recensione per Rivista Feltrina scritte da Giuseppe Gris, nell’impossibile sforzo di riassumere una vita così difficile in un libro così bello:
«Nicolotto da Celarda, ma anche da Guadalajara, Parigi, Vernet, Pietena, Ventotene, e tanto altro. Marcello Della Valentina ha permesso di conoscere e ricordare la sua esistenza dura e straordinaria, in corsa a perdifiato sotto i proiettili nemici, presa a morsi di fame nel fango di campi di prigionia; una vita da animale in fuga, che scappa dalla miseria per tornare in catene; una vita che alla fine non è più vita, ma un tempo che si trascina, irriconoscibile, inutile, dimenticato.
Non ha fatto a tempo di conoscere, Nicolotto, i primi versi con cui Franco Fortini traduceva l’Internazionale: «Noi siamo gli ultimi del mondo, ma questo mondo non ci avrà». Erano versi per lui, tutti per lui: internazionalista, combattente per e con gli ultimi del mondo, che questo mondo non lo ha mai avuto, nemmeno quando ha vinto. Forse, in quegli anni che non passavano più, che non si capivano più, canticchiarla all’ombra di una pergola a Celarda, avrebbe rasserenato il suo riposo senza pace».
