Il Panfilo nel mondo – 15 gennaio 2024
Un nuovo fronte di guerra: il Mar Rosso
La notte dell’11 gennaio gli Stati Uniti hanno lanciato una serie di raid aerei contro il governo yemenita degli huthi. L’operazione non è stata risolutiva ed ha determinato un’escalation destinata a salire. Gli attacchi degli huthi nel Mar Rosso hanno anzitutto messo in difficoltà l’economia mondiale, con danni che rischiano di essere sostanziali. Se la crisi durerà a lungo, le compagnie mercantili scaricheranno sui consumatori l’aumento del costo di traffico, del carburante e dell’assicurazione. Insomma, un ulteriore aumento dell’inflazione che rischierebbe di piegare le economie, nonché risulterebbe sicuramente il colpo di grazia all’amministrazione Biden, appena prima del voto.
Gli attacchi alla navigazione nel Mar Rosso mettono in evidenza un ulteriore aspetto su cui è importante riflettere, se si vuole capire la riconfigurazione in corso dell’assetto geopolitico: gli Stati Uniti non riescono più a mantenere da soli la protezione delle rotte marittime, ovvero rischiano di perdere la chiave del loro impero.
Ma andiamo per gradi, cercando prima di raccontare la successione degli attacchi e poi di dimostrare perché questa crisi non può essere letta senza la crisi di Gaza.
Cronistoria degli attacchi fino all’11 gennaio
19 novembre:
gli yemeniti dirottano la MV Galaxy Leader. A causa di ciò, immediatamente le grandi aziende mercantili mondiali sospendono il transito per Bāb al-Mandab e riparano circumnavigando l’Africa.
Il 18 dicembre:
gli Stati Uniti conducono un’operazione militare denominata Prosperity Guardian insieme ad altri 19 paesi: navi americane scortano i portacontainer della Mærsk e la compagnia danese ritorna nel Mar Rosso.
30 dicembre:
un vascello danese viene centrato da un missile. I danni non sono ingenti ma Mærsk decide di passare per l’Africa occidentale.
31 dicembre:
elicotteri statunitensi affondano 3 imbarcazioni huthi mentre tentano un abbordaggio. 10 miliziani vengono uccisi.
3 gennaio:
Washington con 13 cancellerie impone tramite comunicato una “fine immediata altrimenti gli huthi pagheranno le conseguenze”.
9 gennaio:
il regime yemenita attacca con ben 21 droni e missili contro navi da guerra statunitensi.
11 gennaio:
Inizia l’operazione statunitense. L’operazione dapprima sembra più un avvertimento, in quanto non compromette le capacità militari degli huthi – cosa che gli USA potevano fare da subito ed in breve. Ciononostante, vengono colpiti circa 60 bersagli in 16 località, tra i quali si riferiscono radar, depositi d’armi, centri di comando e stazioni di lancio. A ciò si aggiunge che il viaggio di Antony Blinken, avvenuto proprio in settimana, avvisava gli attori regionali dell’imminenza di una rappresaglia yankee.
Eppure, per quanto la dimostrazione fosse all’inizio più muscolare che altro, gli huthi sono riusciti a riaccendere, o meglio ad ampliare, il conflitto anche alle coste del mar Rosso, determinando l’intervento diretto degli statunitensi. Si tratta, stando agli esperti, non di un conflitto vero e proprio bensì di un negoziato condotto a mano armata. Questo perché Biden sarebbe consapevole di non poter sradicare completamente gli huthi solamente bombardando da remoto (e non è nelle intenzioni di Washington, né forse nelle possibilità, condurre una guerra nella zona). Inoltre, è interessante guardare agli anni passati. Si scopre che i miliziani sciiti tengono oggi ben sotto controllo le istituzioni ed il governo yemenita, nonché in passato resistettero ai bombardamenti di Arabia Saudita ed Emirati, tant’è vero che furono proprio gli americani ad imporre a Riyad una tregua per fermare il massacro.
Cosa dovrebbe, o potrebbe fare l’America di Biden? Forse le resterebbe solo un intervento diretto, in grado di sradicare gli huthi. Ma forse qualcosa da Iraq, Afghanistan, Libano, Siria lo hanno imparato oltreoceano, e non si muoveranno. In più è anno di elezioni, e un’altra guerra in Medioriente sarebbe un gesto di autolesionismo che finanche Biden non riuscirebbe ad infliggersi. Forse allora, rimane agli USA il sostegno, finanziario e di armi, ad altre forze yemenite.
Ciò che è sicuro è che gli attacchi degli huthi non avranno una soluzione militare definitiva a meno che non scoppi una guerra ancora più grande. Ad ora, questi attacchi potranno solamente essere sospesi.
Ma cosa rappresenta questo nuovo fronte di guerra?
Anzitutto, cos’è. È una crisi nel Mar Rosso. Essa rappresenta l’ultimo tassello di un mosaico ben più grande. Il più ampio è il caos determinato dall’invasione ucraina, cui segue l’instabilità globale da cui è riscoppiata la guerra israelo-palestinese. La crisi nel Mar Rosso è determinata dalla pressione degli anti-israeliani che vanno riferendosi all’Iran. Questa pressione vorrebbe costringere Gerusalemme e Washington a interrompere la guerra contro Hamas, ma rischia di far precipitare ulteriormente le cose.
Vedremo questa tensione fino a che punto spingerà le potenze in conflitto.
