Il Panfilo nel mondo – 15 gennaio 2024

Israele a processo

«La nostra libertà è incompleta senza quella dei palestinesi». Con queste parole Nelson Mandela abbracciava Yasser Arafat, nel 1990 ad al Cairo.
In questi giorni è stato proprio il Sudafrica ad aver accusato Israele di fronte alla Corte di Giustizia Onu dell’Aia. E con questa accusa: «Israele ha commesso, sta commettendo e vuol continuare a commettere atti di genocidio contro i palestinesi di Gaza». L’accusa, portata ai 17 giudici dell’Aia da Pretoria, consta di un dossier di 84 pagine depositato lo scorso 29 dicembre e presentato in 8 interventi giovedì scorso.

Cosa dice l’atto di accusa e cosa può decidere il Tribunale?

Anzitutto, il trattato vincolante cui fa riferimento l’accusa sudafricana è un varato nel 1948 proprio per dare definizione giuridica dell’Olocausto. Esso venne ratificato da 150 nazioni, insieme sia ad Israele sia al Sudafrica. Tuttavia, e come sempre in questi casi, le decisioni della Corte sono solo in teoria vincolanti, non essendoci mezzi effettivi per farle rispettare.
Ma entriamo nello specifico dell’accusa mossa ad Israele. I sudafricani hanno declinato il caso secondo due tipi di prove: la devastazione di Gaza e il linguaggio disumanizzante, incitante al massacro, da parte di alcuni ministri israeliani. L’atto di Pretoria inizia in questo modo: «Nel corso del conflitto contro Hamas avviato a Gaza all’indomani della strage del 7 ottobre – che fermamente condanniamo – Israele ha ripetutamente violato l’articolo 2 della Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di Genocidio. Abbiamo l’obbligo in quanto sottoscriventi della Convenzione, di prevenire tali crimini. Questo caso stabilirà l’essenza stessa della nostra comune umanità». Continua elencando le violazioni di cui viene accusato lo Stato guidato da Netanyahu: oltre 22mila morti e 60mila feriti, donne e bambini nel 70% dei casi; l’uso di bombe pesanti in zone indicate dall’esercito come sicure; un sistema sanitario portato al collasso; l’aver causato ritardi agli aiuti umanitari, se non addirittura il blocco di essi. L’avvocatessa Blinne Ni Ghralaig si concentra sui numeri, tragici, agghiaccianti: «la media giornaliera è di 247 morti, 48 dei quali sono madri, 117 bambini, 3 medici e 2 insegnanti, 1 è impiegato Onu, 1 è giornalista». Quanto alla seconda linea dell’impianto accusatorio, Tembekta Ngcukaitobi denuncia la “retorica genocida” dei ministri Gallant e Ben-Gvir. Infine, l’inglese Vaughan Lowe chiede una risoluzione: «chiediamo urgenti misure cautelari. Il genocidio non è mai una risposta accettabile non importa quanto sia grave l’atto scatenante. Ogni uso della forza deve rimanere nei limiti della legge internazionale».

Come s’è detto, il Tribunale non dispone di mezzi effettivi per far rispettare la decisione che prenderà a riguardo, ma la sentenza che verrà pronunciata avrà sicuramente un importante valore. Speriamo non meramente simbolico. Il Tribunale, infatti, è il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite e si compone di 15 giudici, cui si aggiungono 2, uno per ciascuno degli Stati contendenti. I 15 giudici provengono da nazioni diverse ed hanno una diversa scadenza del mandato; tra questi, la presidente è la statunitense Joan E. Donoghue. Israele, benché precedentemente avesse precedentemente affermato di non riconoscere tale istituzione, ha scelto di difendersi nel processo e di presentarsi davanti al Tribunale. Una decisione, questa, che non ha precedenti e che informa di quanto, a prescindere da ciò che verrà deciso, questo procedimento abbia una valenza simbolica enorme. Il termine genocidio, infatti, venne coniato proprio nel 44 da Raphael Lemkin, un avvocato ebreo polacco e andò a costituirsi come una delle più importanti tra le basi giuridiche del processo di Norimberga. Insomma, su questa accusa Israele non poteva far finta di nulla.

Ora, si spera che dai simboli si passi ad un cessate il fuoco immediato.