Un anno di guerra. Il racconto di Sergiy

Oggi, 24 febbraio 2023, è passato un anno dall’invasione russa dell’Ucraina. Da allora, nello scenario internazionale, nulla è rimasto come prima.

Stanchi delle solite e comode analisi che hanno saturato ogni spazio di confronto e dibattito, riteniamo che a parlare di quest’anno di guerra debba essere chi ne è stato coinvolto, direttamente o indirettamente. Tanto più quest’oggi. 

Questa è la storia di Sergiy, ucraino di Mariupol.

Dov’eri lo scorso 24 febbraio?

Quand’è arrivata la notizia ero in treno verso Kiev, per lavoro, mentre la mia famiglia era a Mariupol.

Quali sono stati i tuoi primi pensieri, il tuo stato d’animo?

Non c’era panico, anzi c’era calma. Il primo pensiero ovviamente è andato alla famiglia, come fare con loro perché ero distante. Ma tutto era tranquillo. Poi ho guardato fuori dal finestrino e ho cominciato a vedere file e file di auto che scappavano.

Allora mi sono concentrato e ho iniziato a pensare cosa fare.

Ti saresti mai aspettato l’invasione?

No. Il 99% di noi, dai comuni cittadini fino ai più importanti politici, non ci credeva. Nessuno pensava che potessero farci questo. Si, negli ultimi due mesi spesso parlavano di questa possibilità…

Ma si pensava ad un bluff…

Si. Un gioco politico o geopolitico, per spaventarci e al massimo puntare al Donbass. Ecco, pensavamo a un’invasione nei territori contesi del Donbass, un’escalation per poi andare al tavolo delle trattative. Ma un attacco così grande, addirittura a Kiev? No, nemmeno negli incubi peggiori. 

Quando hai deciso di andartene dall’Ucraina?

Non è quando la questione, ma quando è stato possibile andarsene. Perché eravamo circondati dappertutto. E ammazzavano civili durante qualsiasi viaggio e spostamento, anche se si tornava a casa. Non si poteva più camminare, perché uccidevano civili, sparavano a vista.

Allora quando è stato possibile andare davvero?

I primi corridoi si sono aperti i primi di marzo. Erano corridoi spontanei. Noi siamo usciti a metà aprile.

Dove siete andati?

Siamo andati in Georgia, tramite la Crimea.

Tu vieni da Mariupol,una città russofona, e parli russo. Che peso ha la questione linguistica nel conflitto?

Ecco, la questione della lingua non c’entra. L’idea che sia Mariupol sia Odessa sia Kharkiv siano città filorusse, è abbastanza sbagliata. Perché quando è stata dichiarata l’indipendenza si sono dichiarate ucraine. Avevano un’educazione russa e tutti parlavano russo, ma tanto quanto a Kiev: ciò non significa che fossero filorusse. È l’educazione, ma non il sentimento e la cultura del popolo e di quelle città. Noi siamo nati in URSS e lì la lingua era russo.

Spesso nei giornali italiani si sente dire che gli abitanti di quelle zone, essendo russofoni, sono automaticamente filo russi, stabilendo così un’equivalenza forzata che tende a semplificare storia e sviluppo dell’Ucraina. 

Perché la lingua russa è una carta da gioco politica, serve per dire che una regione sta con una parte o con l’altra. L’utilizzo della lingua ucraina, ad esempio nelle procedure legali, è diventato obbligatorio solo da pochi anni. Non era obbligatorio utilizzare l’ucraino. Se prima si usava il russo non è perché eravamo filorussi, e la lingua non c’entra nulla con la nostra indipendenza.

Nella tua città, Mariupol, i russi hanno bombardato il teatro, dove si erano rifugiati molti civili. Uno degli eventi più drammatici tra quelli riportati dai media internazionali. Cos’ha significato per te?

Io due ore dopo ero lì. Il primo attacco è stato alle 9.50, noi eravamo in macchina e alle 11 siamo arrivati lì. È stato uno shock, perché sapevamo quanta gente si era rifugiata lì dentro. È stato fatto apposta, non un errore come dicono. Questo teatro è al centro di un parco, attorno non c’è niente. Impossibile sbagliare. Non è stato un errore.

Sapevano chi c’era…

Davanti al teatro c’era scritto a lettere cubitali “bambini”. Sapevano che c’erano bambini e hanno bombardato. A 50-60 metri c’erano altri edifici con rifugi sovietici antiaerei, lì non è stata gettata nessuna bomba. Nel teatro dove c’era scritto “bambini” hanno bombardato.

Poi, per fortuna, sei riuscito ad andartene. Come ti hanno accolto Georgia ed Italia?

La Georgia ci ha accolto molto bene, la gente sta con noi. Per quanto non sia un paese ricco, ha aiutato tutti gli ucraini sfollati e ci ha offerto tutto. 
Qui in Italia, appena sentono che siamo ucraini, tutti sono solidali. Nessuno si è schierato contro di noi e siamo grati.

Cosa pensi dell’invasione russa?

Come puoi attaccare un altro paese? Non c’è nessuna giustificazione. Poi, anche se suona male, la guerra ha le sue “regole”. Invece l’Ucraina non ha avuto nessuna richiesta, nessun ultimatum, non c’era nessun pretesto né avvertimento per l’Ucraina. Hanno attaccato e basta. Un attacco senza regole, barbaro.

Com’è possibile, se lo è, arrivare ad una risoluzione del conflitto? Putin deve chiedere scusa e chiedere per primo di aprire il tavolo delle trattative?

 

Interviene il figlio, con decisione:

Puoi rompere questa caraffa di vetro in mille pezzi e poi incollarli. E poi dire scusa?

Allora Sergiy, emozionato, conclude:

Impossibile. Non è questione di beni. L’ambiente sociale dove ho vissuto, la mia vita, i miei luoghi, le mie strade, i parchi dove passeggiavo con i miei figli o il cimitero dove andavo a trovare mio padre era l’ambiente della mia vita. Possono anche ridarmi quattro case, ma la mia vita non c’è più. Me l’hanno tolta.

Nessuno secondo me può fare previsioni, perché qui ormai nessuno può perdere. Se perde l’Ucraina perde anche l’Europa e il mondo civile. Se perde la Russia fallisce. Nessuna parte può perdere. Eppure, ognuno di noi ogni giorno, chi nel campo di battaglia chi altrove, deve fare di tutto per arrivare alla vittoria. Non si può perdere. 

Anche se ho perso la mia vita di prima, che non me la ridaranno più.



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