Autori – 9 ottobre 2023

Tornare leggeri nel nostro paese - Cingersi intorno al paesaggio con Andrea Zanzotto

Ogni volta che ci avviciniamo a Zanzotto entriamo in una dimensione stupefacente. Il percorso espressivo del poeta veneto è difficilmente definibile, perché perennemente in fieri, che, forse nemmeno alla fine della sua vita, trova un sospiro conclusivo. Per esplorarne a fondo i versi si dovrebbe, per un attimo, dimenticare la realtà circostante, squadrata da netti contorni, delineati e ben definiti, e lasciarli sfumare ed entrare nella selva zanzottiana: una profonda ricerca poetica all’interno dei significati, dei motivi, delle informazioni con il solo fine di creare un cortocircuito, un’oscurità da eccesso, non da difetto.
Virgilio e Orazio i maestri sulla scrivania di Zanzotto, accanto ai pilastri della letteratura italiana Dante e Petrarca. Così ancora i francesi, e i poeti del primo Novecento. Questi i sostegni che hanno accompagnato e segnato la vasta cultura del poeta di Pieve di Soligo. Inclassificabile, in perenne riflessione e cambiamento stilistico, benché spesso catalogato come “continuatore” ed “erede” del primo ermetismo. Zanzotto, invece, con il suo surrealismo ed il suo lirismo elegiaco, è sempre risultato di ardua classificazione all’interno di una specifica corrente.

C’è, però, un punto determinante all’interno della sua poetica: il paesaggio ed il rapporto con la realtà. Andrea Zanzotto guarda intimorito all’evolversi della società del secondo dopoguerra. In un continuo dialogo con una modernità atomizzante e con il suo “progresso” sempre più in espansione, egli sente sempre più vitale l’esigenza di chiudersi nel suo bosco ed in esso ritrovare la dimensione fondamentale e originaria del rapporto tra uomo e natura e tra uomo e linguaggio. Il distico che chiude la poesia Ormai (1946) ci testimonia subito come il giovane Zanzotto senta premere dentro questa necessità:

Qui non resta che cingersi intorno al paesaggio 
qui volgere le spalle.

Il paesaggio rappresenta l’origine, la fonte del significante: l’essere è attratto a sé e viene trasportato verso una fusione nuova in ciò che era. Un ritorno alla dimensione primordiale attraverso il linguaggio che diviene voce che, prima ancora di donare senso, vive di ciò che è di per sé: suono. Ecco allora che i rivoli, i sentieri della mente confluiscono in un prato aperto dove è ancora possibile il primordiale legame tra uomo, animale e terra, madre. Dimensione espressa chiaramente nei sublimi versi di Da un’altezza nuova:

Madre, donde il mio dirti,
perché mi taci come il verde altissimo
il ricchissimo nihil,
che incombe ed esalta, dove
beatificanti fiori e venti gelidi
s’aprono dopo il terrore-e tu, azzurro,
a me stesso, allo specchio che evolve
nel domani, ancora mi conformi?
ma donde, da quali tue viscere
il gorgoglio fosco dei fiumi,
da quale ossessione quelle erbe
che da secoli
a me imponi?
Amore a te, voce a te, o disciolto come nevi silenzio, come raggi
rasi dal nulla: sorgo, e questo gemito
che stringe, questo fiore che irrora
di rosso i prati e le labbra, questa porta
che senza moto si disintegra
in canicole acque

Attrito, sforzo, resistenza, fatica per generare un fatto nuovo e luminoso. Andare oltre, vedere oltre con la mente, al di là del tempo e dello spazio, della storia e della fisica. Oltre le forme artificiali, oltre i simulacri della modernità fino al profondo cuore della primigenia essenza. Il balbettare, la nenia, quel sillabare magico che ci porta ad udire con la mente, udire un linguaggio che muta in suono, semplice fonetica. Ecco che la magia ritorna, ecco che l’armonia di musicali sillabe si lega con l’armonia degli elementi.

L’insetto sale al puro volto affranto
e diviene farfalla
e delude la fredda polvere

Ancor oggi, o forse oggi più che mai, sentiamo come necessarie le liriche di Zanzotto. Troviamo in loro ancora la forza di deludere il freddo cemento della modernità. Ritrovare racconti e miti passati, ritornare nel paltán e sporcarsi le mani, vederle tornare piene di calli, sentire le sue parole come vanghe che scavano nelle epoche fino al fondo dove possiamo ancora trovare la pace, la prima istanza della lingua, la via mai dimenticata, i soliti luoghi sempre nuovi e cari ad ogni ritorno. 

Con Zanzotto è ancora possibile appoggiare la valigia, dopo un lungo viaggio, e sicuri tornare leggeri nel nostro paese.

Leggeri ormai sono i sogni,
da tutti amato
con essi io sto nel mio paese,
mi sento goloso di zucchero;
al di là della piazza e della salvia rossa
si ripara la pioggia
si sciolgono i rumori
ed il ridevole cordoglio
per cui temesti con tanta fantasia
questo errore del giorno
e il suo nero d’innocuo serpente
Del mio ritorno scintillano i vetri
ed i pomi di casa mia,
le colline sono per prime
al traguardo madido dei cieli,
tutta l’acqua d’oro è nel secchio
tutta la sabbia nel cortile
e fanno rime con le colline
Di porta in porta si grida all’amore
nella dolce devastazione
e il sole limpido sta chino
su un’altra pagina del vento.

Alberto Spinelli
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