Memento Park, Budapest, luglio 2023.

Il Panfilo nel mondo – 9 ottobre 2023

Ungheria, tra memoria e politica della storia - Come Orbán fa i conti con il Novecento

«Qui i politici vogliono vincere la Prima Guerra Mondiale in parlamento», questa battuta di Jenő Menyhárt, musicista ungherese della scena underground degli anni Ottanta, informa dell’ossessione per la storia presente nella politica ungherese. Orbán non è certo immune da tale ossessione, anzi ne è forse l’incarnazione più importante, sin dall’ultimo decennio del secolo scorso, quando il suo partito sale per la prima volta al governo. Allora, l’ossessione per la storia si tradusse nel finanziamento delle celebrazioni del millennio in onore di Santo Stefano, primo re d’Ungheria, per cui il trasferimento della sua corona dal Museo Nazionale al Parlamento, nonché di iniziative collegate dedicate a grandi ungheresi. Ma, soprattutto, con la costruzione a Budapest della Casa del Terrore, un museo che rappresenta in tutto e per tutto la visione orbaniana della storia. La costruzione non avvenne in un luogo qualunque, bensì in quella che era stata la sede sia della polizia politica nazista sia di quella comunista, e fu inaugurato nel 2002, per far sì che anch’esso entrasse nella campagna elettorale. Se fu inutile circa il risultato elettorale, Orbán infatti non vinse, e non tornò stabilmente al potere sino al 2010, la Casa del Terrore rappresenta l’autorappresentazione della recente storia ungherese secondo l’ideologia di Orbán, nonché, di conseguenza, della maggioranza del popolo magiaro. In estrema sintesi, prima di addentrarvisi nei dettagli, questa la visione: il paese ha perduto la sua sovranità con l’occupazione nazista del marzo 1944 per riconquistarla solo con il primo governo post-comunista: l’Ungheria, pertanto, non può essere ritenuta responsabile né della Shoah né del Gulag, anzi è stata una vittima tanto nel conflitto mondiale quanto durante gran parte della guerra fredda, non solo sotto lo stalinismo. Insomma, una visione affatto giustificazionista, se non vittimistica, come chiosa, non da solo, lo storico Guido Crainz. Questa visione, d’altra parte, non è nemmeno appannaggio esclusivo di Orbán, bensì è sostanzialmente condivisa da Josef Antall, vale a dire il primo ministro eletto dopo il 1989.

Concentrandoci per un momento sul post-89, in Ungheria come in Polonia, sono tornate ad innescarsi, secondo Wlodeck Goldkorn, dinamiche socioculturali ottocentesche in cui, tra le altre cose, una società laica, multietnica e pluriculturale viene aspramente contrastata da un nazionalismo di carattere etnicistico. Anche Sergio Romano conferma il carattere vittimistico, tanto della Polonia quanto dell’Ungheria, riemerso nella generale disillusione accresciutasi dopo la caduta del Muro, per cui in entrambi i Paesi «esistono gruppi sociali che non hanno mai smesso di considerarsi vittime di una storia ingiusta». 

Si tratta di spiegare perché le cose non stanno proprio così, ma soprattutto di capire il fine di questa politica della storia. Per comprendere la seconda questione, si anticipano le conclusioni di Guido Crainz:

questa “politica della storia” fa parte dello stesso progetto che ha portato a drastiche modifiche costituzionali e legislative, in maniera sempre più accentuata dopo il 2010: con una riscrittura della Costituzione segnata dall’impronta nazionalista e autoritaria, dal richiamo a valori cristiani e dalla più generale ridefinizione di una identità ungherese fondata su orgoglio nazionale, patriottismo e valori tradizionali, a partire dalla famiglia. Con una demolizione sempre più drastica dello stato di diritto, delle garanzie costituzionali, e con il controllo sempre più accentuato e pervasivo di magistratura, media e istruzione.

Per comprendere la politica della storia di Orbán si parta dalla considerazione che il primo ministro ungherese è l’unico politico vivente a chiamare in causa un trattato di pace della Prima Guerra Mondiale, il Trattato di Trianon. Jenő Menyhárt ha ancora ragione. Infatti, le pulsioni nazionaliste che Orbán vuole alimentare ritornando al Trianon, sono realmente diffuse. Poco prima della caduta del Muro, in Le rovine dell’impero. Europa centrale 1980-1990, Timothy Garton Ash scriveva che «un inglese non può viaggiare per l’Ungheria senza sentirsi ricordare che sono state le potenze occidentali a smembrare il paese dopo la Prima guerra mondiale, dando la Transilvania alla Romania e altre regioni alla Cecoslovacchia e alla Jugoslavia».
Che in Ungheria un trattato di oltre un secolo faccia ancora parte, e non certo episodicamente, del dibattito politico attuale, rappresenta sicuramente una anomalia affatto indicativa. Non episodico, s’è detto, ma ricorrente, tant’è vero che, ad esempio, Orbán alla vigilia degli esami del 2020 faceva gli auguri agli studenti ammonendoli di non dimenticare la storia del proprio popolo e, soprattutto, postando su Facebook la carta geografica della Grande Ungheria, secondo i confini precedenti al Trattato del Trianon. E non è un caso che la stessa carta che campeggi nella sede centrale di Fidesz, il suo partito. Il Trattato venne stipulato il 4 giugno e così, in quella data, viene celebrata la Giornata della solidarietà nazionale. Forse, il senso di questa celebrazione permette di comprendere meglio di ogni altra cosa la politica della storia di Orbán. Perché infatti insistere su un trattato della Prima Guerra Mondiale, quando il resto del mondo, soprattutto europeo, volta le spalle a quel conflitto? Un secolo fa, far leva su di un trattato che importa i confini, significava porre sul tavolo rivendicazioni territoriali: patria o vittoria mutilata, rivendicazione. Ma non può certo essere il caso dell’Ungheria odierna, che fa parte dell’Unione europea, e di certo non può avanzare richieste simili, nonostante l’Europa sia tornata a respirare un clima di guerra. No, il caso di Orbán è diverso. Insistere a tamburo battente sul Trianon serve “solamente”, secondo Crainz «ad accrescere il consenso e il peso degli oltre due milioni di ungheresi che vivono al di fuori del paese: di qui la concessione della doppia cittadinanza con un significativo ritorno elettorale». Non è un caso che, e qui si arriva ad uno dei temi di cui si è maggiormente discusso nelle democrazie occidentali, sia proprio di fronte ad essi, specificamente in Transilvania, che per la prima volta Orbán utilizzi ed espliciti il concetto di democrazia illiberale. Nelle considerazioni occidentali sul significato di questa degenerazione della democrazia, esplicitata perfino in forma di definizione, il fatto che ciò sia avvenuto in prima battuta in Transilvania e non a Budapest è una circostanza troppo spesso dimenticata o sottovalutata. Orbán lo ha detto in Transilvania, ancor meglio, in Europa, il luogo ove si sarebbero dovute superare le lacerazioni del passato. In questo modo, invece, da quel passato le stesse lacerazioni vengono ripescate, e riproposte. Insomma, nella narrazione orbaniana l’uso pubblico della storia riprende la Prima Guerra Mondiale ponendone la presunta cogenza al centro dell’oggi, con un primo e sicuro intento propagandistico. E rispetto al secondo conflitto mondiale, invece? Contestualmente agli esami di maturità del 2020, Orbán presentava alla stampa i nuovi programmi scolastici che, secondo Andrea Tarquini, «esaltano il nazionalismo e assolvono l’Ungheria dall’alleanza con Hitler». L’8 maggio 2020, il giornalista de La stampa non aveva dubbi rispetto all’Ungheria: «una democrazia ibernata». In una “democrazia ibernata”, in una “democrazia illiberale”, non c’è posto per le voci dissonanti. In questo senso è interessante analizzare la crociata contro l’autonomia delle università, tradotta in misure quali, tra le altre, l’introduzione della figura di un “supervisore” per ogni ateneo. Con questa figura si vuole minare l’autonomia delle facoltà, cui si aggiungono, sempre secondo Crainz,

campagne che mirano a colpire “l’illiberalismo liberale” dei docenti. Con l’attacco alla Central European University di Soros, costretta a lasciare il paese, e con l’offensiva contro l’Accademia ungherese delle scienze. Un’iniziativa generale, certo, ma con un’attenzione particolare alla storia: abbiamo “dieci anni di tempo – dice Orbán nel 2016 a un suo consigliere – per educare una nuova generazione di storici”. Distogliendoli dai “frutti di un’ideologia straniera” come gli studi di genere, e da altro ancora. 

“Educare una nuova generazione di storici”, questa sicuramente una delle linee programmatiche principali della politica della storia di Orbán. Una questione che, se vista dall’Italia, informa anche di quanto il nostro Paese, che poco si occupa degli storici e ancor meno dell’insegnamento della storia, sia inerme al cospetto degli usi (e abusi) pubblici della storia, dei nostri vicini come dei nostri connazionali. Un Paese, il nostro, che si pensa post-storico, che non studia la storia e che, ancor peggio, quando la studia la cancella, secondo i dettami e gli abomini della cancel culture di importazione anglo-americana. Ma si torni all’Ungheria. Rispetto ad università, istituzioni culturali ed insegnamento scolastico della storia, è in atto un vero e proprio kulturcampft, degno del resto di potenze che vogliono sentirsi protagoniste della storia, e non oltre di essa. La filosofa e accademica ungherese Agnes Heller, scomparsa nel 2019, denunciava la degenerazione della libertà di espressione e insegnamento in Ungheria in università in cui «lo Stato nomina un cosiddetto cancelliere, al di sopra del rettore eletto, per gestire l’insegnamento». Stessa linea per le scuole superiori dove, come testimonia ancora la Heller, nei manuali di storia in uso nei licei l’ultimo capitolo è dedicato a Orbán.

Sulla stessa lunghezza d’onda diversi memoriali, tra i quali un monumento, a Budapest, dedicato alle vittime dell’occupazione nazista. Inaugurato nel luglio 2014, presenta un’aquila (la Germania hitleriana) che aggredisce l’arcangelo Gabriele (l’Ungheria). Su di una zampa dell’aquila nazista, una data chiara: 1944. Rispetto al nazismo e al filonazismo, dunque, un messaggio di dichiarata innocenza. Vicino a questo monumento ne è presente un altro, definibile sicuramente come contro-monumento, realizzato spontaneamente dai cittadini di Budapest con simboli e oggetti della persecuzione contro gli ebrei. Una mobilitazione resistente condotta da questi cittadini, si svolge all’insegna del motto: “La falsificazione della storia è l’equivalente morale dell’avvelenamento dei pozzi”. Ciò che contraddistingue la politica della storia orbaniana è, dunque, la sostanziale negazione delle responsabilità storiche dell’Ungheria. Come testimoniato da Imre Kertesz, scrittore e traduttore ungherese di origine ebraica, sopravvissuto ad Auschwitz dove venne deportato all’età di quindici anni: «l’Olocausto non è presente nella coscienza storica o morale di questo paese».

A tutto ciò si accompagnano diverse iniziative, quali la fondazione dell’Istituto Veritas, della Commissione della Memoria Nazionale e, su tutti, un processo di riabilitazione della reggenza di Horthy, con particolare solerzia dal 2010, quando cioè Fidesz sale stabilmente al potere, ma invero cominciato già nel 1993 con la risepoltura del corpo del leader. La progressiva rivalutazione del regime di Horthy si inquadra perfettamente tanto nella politica orbaniana, tanto rispetto all’attualità quanto alla visione della storia. Horthy infatti, autoritario e conservatore, proprio come Orbán, radicava il proprio consenso nella parte più conservatrice del popolo ungherese, in particolare nel mondo contadino, richiamandosi visceralmente alle tradizioni cristiane. Di qui la rivalutazione dell’uomo forte da una parte e la rimozione delle responsabilità circa l’Olocausto.

Sinagoga ebraica, ghetto, Budapest, luglio 2023.
Sinagoga ebraica, qui inizia l’Europa, Budapest, luglio 2023.
Sinagoga ebraica, Budapest, luglio 2023.

In riferimento a quest’ultimo, visitando la sinagoga di Budapest, la più grande d’Europa, è possibile trovare una sacca di resistenza rispetto a questa riscrittura della storia e trovarsi, “finalmente”, di fronte ad un momento di crudele verità, o sincerità, storica. La Grande Sinagoga si trova nel meraviglioso quartiere ebraico di Pest, nella settima circoscrizione Erzsébetváros, costruita nella metà dell’Ottocento ed ampliata tra il 1929 ed il 1931 quando il museo adiacente venne restaurato e venne costruita una sinagoga più piccola vicino alla Grande, in memoria dei numerosi ebrei caduti durante il primo conflitto mondiale. Nel 1939 le Croci Frecciate, dopo aver a più riprese lanciato bombe a mano all’interno dell’edificio, lo adibirono, in sfregio, a stazione radio per comunicare con la Germania nazista. Durante la Repubblica Popolare d’Ungheria, invece, la Sinagoga venne nuovamente restaurata (durante la Battaglia di Budapest del 1944 subì infatti ingenti danni) e riaperta al culto. Gli ultimi lavori di ristrutturazione avvennero tra il 1991 ed il 1998, che la hanno riportata alle caratteristiche originali del 1859, anno dell’inaugurazione. Usciti dalla sinagoga, è possibile visitare il cimitero ebraico ed il parco commemorativo dell’Olocausto, che presenta anche il Memoriale delle vittime dell’Olocausto, opera di Imre Varga, dedicato ai circa 400.000 ebrei ungheresi assassinati dai nazisti: un salice piangente scolpito sulle cui foglie sono incisi i nomi delle vittime dell’Olocausto. L’atmosfera che vi si respira è di assoluto raccoglimento e commozione; è impossibile visitare il plesso di memoriali adiacenti alla sinagoga senza uscirne provati. In particolare, ciò che colpisce il cuore, annoda la gola ed invita alla riflessione è il cimitero nel cortile antistante la piccola sinagoga, legato a doppio filo alla storia del ghetto di Budapest. 

Ghetto tra i più ampi della Seconda guerra mondiale, venne istituito il 29 novembre 1944 dal governo Szalási. Al tempo rimanevano in città circa 100.000 ebrei, ed il ghetto serviva, come nelle altre città nazifasciste, come punto di raccolta per gli ebrei cui era stato decretato lo sterminio con la Soluzione finale. Si stima che tra i 20.000 ed i 25.000 ebrei furono massacrati negli eccidi, e che almeno altri 3.000 morirono di stenti, fame e freddo.

Grazie, tra gli altri, a Giorgio Perlasca, gli ebrei che ancora abitavano nel ghetto sopravvissero allo sterminio che il ministro dell’interno, filonazista, stava pianificando per l’eventualità in cui i sovietici avessero liberato Budapest. Infine, i sovietici arrivarono davvero ed il ghetto venne liberato il 17 gennaio 1945 dalle truppe di Stalin. Visitando la sinagoga ed il plesso memoriale connesso, ciò che più cattura l’attenzione e annoda la riflessione sul dramma lì consumato sul finire del secondo conflitto mondiale, è il cimitero delle vittime delle persecuzioni naziste, dove l’allestimento di foto e di didascalie documentali riesce a rendere chiaro e rievocare vividamente la tragedia che commemorano. Qui, è possibile vedere e capire come anche allora il ghetto, sebbene da una parte fosse completamente murato e chiuso verso l’esterno, dalla parte verso utca Wesselényi, invece, si affacciasse alla vita quotidiana di Pest, tramite gli archi costruiti dopo l’ampiamento dei primi anni Trenta. Chiunque passasse quindi, allora come oggi, per quella strada, poteva vedere gli ebrei ammassati, infreddoliti e fatalmente affamati nel giardino della sinagoga. Come i tedeschi che vivevano vicino ai campi di concentramento sapevano dell’orrore, così anche gli ungheresi di Budapest sapevano della tragedia del ghetto ebraico. Questo informa e conferma quanto si legge nelle testimonianze di tanti scrittori, ungheresi e no, ebrei e no, sull’antisemitismo dilagante nell’Ungheria del tempo – si pensi, di passaggio, all’eroismo di Giorgio Perlasca, nella sinagoga giustamente ricordato. Non c’è dunque un’Ungheria vittima del nazismo e dell’antisemitismo, ma c’è stata una grande parte della popolazione, non tutta beninteso, collaborazionista ed aspramente antisemita. A riprova di ciò, basti citare quanto scritto da Sándor Márai in Volevo tacere

Quest’odio rapace nei confronti degli ebrei naturalmente non era divampato all’improvviso: il suo fumo asprigno aleggiava ormai da decenni nella vita ungherese. […] In Ungheria l’odio acuto nei confronti degli ebrei ha covato sotto la cenere per un quarto di secolo: nel periodo precedente all’Anschluss esso si era manifestato nelle leggi razziali e, dopo di allora, in una convulsa e sfrenata campagna di saccheggio e rapina. Il giorno in cui le truppe d’assalto della Gestapo erano giunte sulla riva del Leita e, dopo aver annientato gli ebrei tedeschi, avevano cominciato a sterminare anche quelli austriaci, qualunque persona razionale seppe per certo che in Ungheria l’odio latente verso gli ebrei, che si era via via manifestato nell’antisemitismo istituzionalizzato, nelle leggi razziali e nell’emarginazione sociale, ora non sarebbe più potuto restare inerte. La stampa razzista e antisemita diede fiato alle trombe. I governi che si avvicendarono in quegli anni, sia pure con riluttanza, finirono per varare obbedienti ciò che gli aizzatori esigevano. Il fine ultimo era l’annientamento degli ebrei d’Ungheria.

Un altro memoriale testimonia delle atrocità di cui furono vittime gli ebrei d’Ungheria. Si tratta delle famose “Scarpe sulla riva del Danubio”, citate anche di recente, e a buon diritto, da Zelensky quando Orbán glissava e temporeggiava sugli aiuti all’Ucraina e le sanzioni alla Russia di Putin. Inaugurato a Budapest, proprio nei pressi del Parlamento di Orban, il 16 aprile 2005, si tratta di una lunga fila di scarpe abbandonate sulle rive del Danubio che ricordano le decine di migliaia di ebrei assassinati dalle Croci Frecciate e gettati nel Danubio. Negli anni del terrore delle Croci Frecciate, gli eccidi di ebrei sulle sponde del Danubio rappresentarono un orrore costante. Il fiume portava via i corpi, portando così con sé anche l’eventuale problema delle sepolture. Spesso, come per le foibe, bastava legare insieme i condannati da sterminare e sparare ad uno solo di essi, che avrebbe trascinato nel fiume gelato anche gli altri. E per chi fosse riuscito a slegarsi e salvarsi dall’annegamento, rimaneva l’infame tiro al bersaglio dei miliziani nazisti. E perché proprio le scarpe? Perché gli aguzzini imponevano alle vittime di toglierle, così da rivenderle al mercato nero. Pagine atroci di storia, che questo memoriale non vuole vengano cancellate da una revisione vittimistica e deresponsabilizzante.

Ritornando alla sinagoga, il cimitero delle vittime dell’Olocausto si chiude con una targa la cui scritta è sicuramente indicativa, e testimonia di come debba essere impegnata la memoria di queste tragedie: “EURÓPA ITT KEZDŐDIK!”, vale a dire: l’Europa inizia qui. Questa scritta è l’opposto dell’operazione orbaniana circa l’uso pubblico della storia. Mentre nella narrazione del leader di Fidesz è il nuovo invasore straniero, giunto a limitare la libertà del popolo ungherese, vittima della storia, nello spazio esterno della sinagoga di Budapest si legge il contrario: l’Europa è qui, siamo noi ed inizia da dove abbiamo sofferto così tanto, è qui perché ciò non possa ripetersi.

Tornando invece all’ideologia oggi dominante, ci sono due luoghi che, forse più di ogni altro, rendono la concezione di fondo della memoria e della politica della storia ungherese: la Casa del Terrore e il Memento Park.

La Casa del Terrore rappresenta in assoluta trasparenza la visione della storia di Viktor Orbán. Diretta da Maria Schmidt, vicina al presidente, si presenta con una lezione di storia introduttiva che recita:

Dopo lo scoppio della Seconda guerra mondiale l’Ungheria fece disperati tentativi per conservare la sua indipendenza e la democrazia, e manovrò per evitare il peggio, l’occupazione nazista. E poi l’occupazione nazista, breve ma oltremodo brutale, fu sostituita da un’occupazione sovietica durata due generazioni. […] Nel 1945 l’Ungheria passò nella sfera di influenza del nuovo conquistatore, l’Unione Sovietica. Diversamente dal dominio effimero delle Croci frecciate i comunisti ungheresi arrivati nei carri armati sovietici si prepararono a rimanere a lungo. […] Il Museo vuole essere un monumento dedicato a tutti coloro che caddero vittime del terrore delle croci frecciate, che durò pochi mesi, o dei lunghi decenni del dominio comunista.

Vanno subito annotate alcune circostanze. La prima è quella per cui, all’interno della Casa, lo spazio dedicato alla dominazione nazista è molto poco. La seconda è che i lunghi decenni superano, e di molto, il periodo staliniano od i Fatti d’Ungheria del 1956. Come rileva poi Crainz a mo’ di glossa, «In una prima versione – poi lievemente modificata – si poteva leggere che “Durante la Seconda guerra mondiale l’Ungheria si trovò in mezzo al fuoco incrociato delle dittature nazista e comunista. Il 19 marzo 1944 nazisti occuparono l’Ungheria, il nuovo governo collaborazionista cessò di proteggere la vita dei suoi cittadini di origine ebraica”. Omettendo di ricordare anche in questo caso che le prime misure antiebraiche datano in Ungheria dal 1920, con i limiti posti all’accesso all’università, e proseguono con leggi antisemite del 1938, del 1939 e del 1941». Ancora una volta, pertanto, una palese rimozione delle responsabilità storiche e morali nei confronti degli ebrei d’Ungheria. Ma non solo. Ciò che la Casa del Terrore e la sua riscrittura della memoria storica da parte della “nuova generazione di storici” ungherese non considerano, non vogliono considerare, è la collaborazione con il Terzo Reich per espandere il proprio territorio. Scrive Istvan Rev, storico e professore universitario a Budapest: «l’Ungheria prese parte alla guerra al fianco di Hitler non per resistere preventivamente al comunismo o per salvare dalla minaccia del comunismo l’Occidente accecato ma in vista di vantaggi territoriali». Certo, l’Ungheria è stata invasa, dai tedeschi prima e dai russi poi, ma l’immagine dell’Ungheria come sola vittima non regge, né ha fondamento storico, come conferma Emmanuel Ruben ne Le coeur de l’Europe:

Non ci fu solo l’Ungheria vittima, ma anche un paese che invase i propri vicini, prese parte al gran balletto hitleriano annettendo l’orlo meridionale della Slovacchia, la Voivodina jugoslava, la Rutenia subcarpatica, la Transilvania romena, ricreando nel centro dell’Europa un piccolo impero sostanzialmente fascista. […] A Novi Sad nessuno ha dimenticato che l’esercito ungherese sterminò la quasi totalità della popolazione ebraica in maniera particolarmente feroce: annegando vivi, gli ebrei, nel Danubio gelato dal 21 al 23 gennaio del 1942.

E ancora, seguendo i riferimenti riportati dal Crainz, anche Pawel Machcewicz, rispetto alle omissioni della Casa del Terrore, denuncia il silenzio sul fatto che la grande maggioranza degli ebrei fu deportata con la collaborazione delle autorità ungheresi già prima della presa del potere delle Croci Frecciate nell’ottobre 1944; come allo stesso modo tace sulla natura dell’alleanza col Terzo Reich, fine a riconquistare i territori persi, e si torna sempre lì, nel Trattato del Trianon. 

Già all’ingresso della Casa è apposta una targa che ricorda essere stato Orbán a volerla edificare, quindi a concepire, e del resto ogni sala ripropone la visione orbaniana della storia. Nella “Sala delle occupazioni”, in particolare, il messaggio centrale è chiaro: i drammi che hanno avvinto il paese nel Novecento si debbono a potenze straniere, all’occupazione ed alla prevaricazione di nazioni estranee. L’Ungheria è vittima. In questa visione – commenta Crainz – la Grande Ungheria (l’Ungheria sul trono”, immagine dominante fino al primo dopoguerra) viene mutilata dai poteri occidentali nel 1920, occupata dal Terzo Reich nel marzo 1944 e un anno dopo dall’URSS. Le conversioni di molti filonazisti in favore del comunismo vengono descritte, nelle didascalie della Casa, come un “cambio di casacca” e, nella stessa sala, laddove vi siano filmati nazisti, sono accostati loro accuratamente anche filmati comunisti nonché, infine, la sostanziale identità tra Szalasi, fedele ai tedeschi e lo staliniano Rakoczi.

Così, nell’ultima sala si chiude come i manuali di storia dei licei, vale a dire con Orbán. O meglio, con un giovane Orbán che nel 1989 incalza per l’allontanamento dei sovietici in occasione della risepoltura di Nagy. Ironia della storia vuole che sarà proprio Orbán a far spostare la statua di Nagy dalla sua collocazione precedente, troppo centrale, troppo rilevante. L’ultimo filmato della Casa riguarda l’inaugurazione, quindi di nuovo con la presenza prorompente di Orbán, appena preceduto da un altro, ed è indicativa la scelta, a questo punto evidentemente non dettata da soli motivi temporali: il filmato della partenza dall’Ungheria dell’ultima divisione sovietica.

La politica della storia serve ad Orbán anche come cartina tornasole del presente, per una lettura che si fonda su un sillogismo tutto tranne che inconfutabile: gli ungheresi si sono sollevati nel 1956 contro i sovietici oppressori, lo faranno anche oggi, contro il nuovo oppressore, Bruxelles.

Senza soffermarsi sulla narrazione di Orbán nei confronti di Bruxelles e dell’Europa, ci si concentra ora, piuttosto, proprio sulla memoria dell’occupazione sovietica e sul ricordo del periodo comunista. 

Memento Park, Lenin Like, Budapest, luglio 2023.
Memento Park, Budapest, luglio 2023.
Memento Park, Budapest, luglio 2023.
Memento Park, Budapest, luglio 2023.

Per comprenderli, visitare “Memento Park – Statues from Communist Dictatorship” è il primo passo da fare. Anzitutto, vale la pena descrivere dove si trova e come ci si arriva.

Partendo dalla zona del parlamento ci vuole un’ora di mezzi: si prende la metropolitana che attraversa il Danubio, passandovi sotto, fino ad arrivare alla grande fermata e stazione pullman di Budapest-Kelenföld, da lì si prosegue con l’autobus inerpicandosi su di una collina boscosa al margine occidentale della città. Scendendo dall’autobus, non vi è nulla per cui il visitatore possa accorgersi di essere arrivato in un parco con gigantesche statue sovietiche. Un grande cementificio davanti agli occhi, erba seccata dal caldo del luglio ungherese, un paesaggio piatto, industriale e pressoché abbandonato. Il sole batte sulle piastre di cemento bianche, qualche auto passa lentamente e un cane aspetta alla fermata del bus. Ci si volta quindi dall’altra parte e si scorge una vecchia macchina arrugginita, gialla, costruita sicuramente in Unione Sovietica. Ecco il primo indizio. Si alza ancora un po’ lo sguardo ed eccoli, di profilo, in cima a un piedistallo: due grandi stivali d’acciaio su di un podio di mattoni rossi. Deve essere da quella parte, nascosto dalla boscaglia. Attraversata l’entrata, ecco l’ingresso, gigantesco. Sembra impossibile che una cosa così grande, possa essere così nascosto. Questo il primo pensiero. Tre imponenti statue sorvegliano l’entrata, sotto archi costruiti ancora di mattoni rossi: da una parte Lenin, dall’altra Engels e Marx. Tutti e tre guardano fuori, verso la città, ma soprattutto verso quella presenza oscura, quasi opprimente, esterna ma non estranea, quasi a tenerla fuori dal grande parco di statue, quasi a dire che non c’entra con loro: quella presenza sono quei due grandi stivali. Pagato il biglietto ed entrati, si entra in un’atmosfera che non lascia indifferente il visitatore, ma che al tempo stesso lo lascia insoddisfatto, o per lo meno pieno di domande senza risposta. Il parco non curato al meglio, erbacce e sterpaglie avvolgono il perimetro di alcune statue e ostacolano spesso lo sfondo blu del cielo, insieme a tralicci dell’alta tensione e al grande cementificio lì accanto. Alcune statue sono perfettamente conservate e, pensando alla loro collocazione originale nel centro di Budapest, fanno il solletico all’immaginazione. L’imponenza monumentale di giganti di ferro si staglia nel deserto di caldo e sterpaglie dove sono lasciate, quasi abbandonate, per essere guardate come una rovina, una storia che non c’entra più nulla con il presente, assurda nella sua inutile imponenza. A metà percorso, scrutando verso l’entrata, ci trova in una posizione perfettamente perpendicolare all’entrata e così eccoli lì, ancora loro, lanciare quasi un’ombra lunga sul parco: sì, gli stivali, in lontananza. Una volta terminato il giro, il visitatore si volge verso l’uscita, passando per il solito mercatino di cimeli sovietici, e vede una targa che invita a seguire il complesso monumentale sui social: un disegno della statua di Lenin, con il braccio alzato ed al posto della mano il pollicione di Facebook e la scritta “LIKE”. Così si oltrepassa il cancello, ed eccoli ancora lì, ciò che più cattura ed attira davvero il visitatore, senza essere l’unica vera attrazione. Sono gli stivali di Stalin. Gli stivali sono una replica di quelli che appartenevano alla gigantesca statua del dittatore eretta nel centro di Budapest, distrutta dagli ungheresi duranti i fatti del 1956, e di cui rimasero intatti solamente gli stivali. Una delle guide che si possono trovare all’entrata, titola infatti “All’ombra degli stivali di Stalin”. Il parco, infatti, è pensato contro le dittature, in particolare, ma non solo, contro lo stalinismo. Ciò che va detto prima di una riflessione generale, è che il parco non è terminato, i lavori, pur essendo iniziati nel 1992-1993, in seguito alla decisione dell’Assemblea di collocare tutte le statue rimanenti in città all’interno di un parco all’aperto, non centrale. Il progetto dell’architetto ungherese Ákos Eleőd, non ha trovato tuttavia la piena e completa realizzazione, ed a mancare è proprio tutta la parte, pensata come un grande anfiteatro, che collega gli stivali all’entrata.

 Lo stato di incompiutezza e di semiabbandono del complesso informa i conti con la storia comunista dell’Ungheria. Per provare a comprenderla, basta porsi la domanda che si poneva il visitatore all’ingresso, che rimane d’altra parte la medesima che si pone all’uscita: come fa una cosa così grande ad essere così nascosta? I fatti del 56 sono stati spesso riletti con una chiave distorta, quasi fossero stati una inevitabile rivolta e contestazione anzitutto borghese contro il comunismo sovietico. Rappresentarono, invece, certo la rivolta degli ungheresi contro l’oppressione di un regime straniero, ma anche e soprattutto la volontà del popolo ungherese di ricercare la propria via al socialismo. La maggior parte degli storici ungheresi sostiene che gli intenti dei protagonisti dell’insurrezione dell’autunno ungherese erano tutt’altro che nazionalisti, conservatori e sostanzialmente Horthiani. Su tutti, lo storico László Eörsi sostiene che almeno il 90% degli insorti nulla aveva a che vedere con gli ideali del regime di Horthy, né voleva ripristinare l’influenza della Chiesa di quell’epoca. In un’intervista per Il Manifesto del 23 ottobre 2016 a cura di Congiu, (Oggi negano lo spirito del ’56, intervista a László Eörsi), Eörsi afferma che «almeno il 90% di essi intendeva realizzare gli ideali di sinistra ma con l’abbattimento dello stalinismo. Voleva realizzare, insieme all’indipendenza, l’autogestione operaia e la riforma agraria. Gli ideali liberali erano tutt’al più presenti nell’aspirazione a libere elezioni, ma, in generale, non hanno caratterizzato gli obiettivi dell’insurrezione». È molto interessante notare come i giornalisti italiani di allora, inviati a Budapest proprio nei giorni della rivolta, confermano la stessa lettura – non senza malumori dalle direzioni delle loro testate, che avrebbero preferito ben altro racconto. Il Partito Comunista Italiano, d’altra parte, non mancò di giustificare l’intervento sovietico contro gli insorti. Su tutti Giorgio Napolitano, per cui «L’intervento sovietico ha non solo contribuito a impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione ma alla pace nel mondo». Cinquant’anni dopo, Napolitano, rispetto alle sue posizioni di allora, parla di “grave tormento autocritico” e nel settembre 2006 a Budapest renderà personalmente omaggio ai caduti dell’ottobre ungherese.

Dunque, va anzitutto tenuta presente la riscrittura della politica orbaniana di quel periodo, confermata negli anniversari della rivolta del 56: un’insurrezione contro una potenza straniera, asiatica, imperialista e comunista. A questo, tornando al Memento Park, si aggiunge un’altra riflessione: è come se quelle statue, nella loro grandezza, seppure nelle intenzioni l’esposizione rappresenti una critica del totalitarismo comunista, possano ciononostante destare una pericolosa fascinazione e non debbano, in alcun modo, rappresentare, ricordare una parte di storia ungherese, una parte dell’identità di un popolo. Lenin, Marx, Bela Kun fanno paura anche se criticati, e quindi meglio tenerli lontani. Una paura, pertanto, che tradisce il vero spirito dei fatti del 56, e lo spirito che ha pervaso il popolo ungherese per diversi decenni, quello che sognava un’altra via al socialismo e all’uguaglianza.
Uno spirito che c’è stato e che si è forse perduto, che è stato poche volte maggioritario nel paese, e che la politica della storia del governo ungherese vorrebbe cancellare. Poche volte, s’è detto, ma forse è meglio dire: una sola.

 Perché probabilmente la politica della storia, in Ungheria, affonda le sue radici in un popolo che oltre a volersi smarcare dalle proprie responsabilità storiche, si sente vittima innocente della storia ed anche, nelle profondità più inconsce del suo carattere, migliore di chi lo circonda. Non è facile, e forse nemmeno legittimo, studiare la geografia (oggi pure la geopolitica) “umana” di un popolo, ma qualcosa del carattere e della mentalità di una comunità umana, rispetto all’oggettività dei fatti ed a come vengono interpretati all’interno di quel gruppo, si può dire. Così, a conclusione di questo lungo scritto, rielaborazione di pensieri sparsi in un viaggio estivo nella Budapest orbaniana, una riflessione di Silvio Guarnieri del tempo della Seconda guerra mondiale, contenuta in Soccorsi a BudapestCronache di guerra e di pace -, forse riassume quanto, e come, si possa descrivere lo spirito e l’ombra che accompagnano la storia di un popolo.

Era un mondo fermo, immutabile, terribilmente sicuro e convinto della propria consistenza, della propria indistruttibilità; di uno stile che non può evolvere perché ha raggiunto una sua perfezione; di una mondanità perfetta in sé stessa, espressione di un costume assodato, di una mentalità completamente soddisfatta dei propri esiti, delle proprie conquiste; ma al tempo stesso ai limiti della comicità, toccato da un sapore da operetta viennese; almeno per chi ne era estraneo. Per cui pareva che quella mondanità giunta ad una sua perfezione avesse le movenze di un gioco, di un divertimento di cui tutti si compiacessero, ma senza parteciparvi con la loro intera personalità; quasi proiettati fuori da sé stessi; in un cerimoniale che in ogni modo andavano rispettati nelle loro regole; appunto come la testimonianza, come il segno evidente, consacrato, della loro esistenza, del solo modo a loro possibile di esistenza. Tale rappresentazione, con i suoi figuranti, mi esemplava nel modo più vistoso ed esasperato quella che era la condizione politica e sociale del paese. […]

E difatti gli ungheresi, potremmo dire l’intero popolo ungherese, nelle sue diverse componenti sociali e nel corso della sua storia, e pure in quella più recente, ha sempre dimostrato, accanto a doti di coraggio, di fierezza, di un orgoglio sostenuto dalla convinzione della propria dignità, la propensione all’intolleranza e allo sciovinismo; tanto da considerare a sé inferiori, in quanto appartenenti ad altra etnia, – e fossero slovacchi, croati o romeni, – coloro dei quali condivideva una condizione di oppressione e sfruttamento.

Di una simile mentalità, di una simile convinzione evidentemente sempre si erano giovate le classi dirigenti, ed infine da quel contesto umano era nato e si era affermato in Ungheria il raggruppamento nazionalista delle Croci Frecciate; il quale si era imposto al governo conservatore ed aveva conquistato il potere effettivo quando ormai si profilava come invitabile la sconfitta nella guerra accanto alla Germania; e così quella che era un’implicita violenza dei principî, delle istituzioni, aveva finito col tramutarsi in violenza sull’uomo, contro l’uomo, secondo una parabola che seguiva il suo corso sino al suo ultimo esito; inutile ogni tentativo per arrestarlo, anche soltanto per rallentarlo.

Giuseppe Gris
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Fonti:

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