Autori – 9 ottobre 2023
Ma ti, vecio parlar, resisti - Andrea Zanzotto, una lingua per salvare il paesaggio
«Alla fine degli anni Novanta, nella sola Feltre, l’immane speculazione edilizia poteva bearsi di 100.000 metri cubi di nuovi palazzoni: un vero e proprio monumento a una più generale tendenza implosiva della psiche umana, a una sua tendenza autodistruttiva, nemmeno più percepita come tale, ma avvertita, immediatamente come benessere. Perché è proprio questo il punto: ciò cui oggi si dà il nome di benessere, coincide con l’infierire contro la madre terra e i paesaggi in cui essa si era costituita lungo i milioni di anni: paesaggi in cui essa aveva accettato e accarezzato la presenza umana, scaglionandola lentamente in armonie progressivamente integrate.
Si è verificata una damnatio di questa memoria territoriale millenaria, o, meglio, una banalizzazione della storia in toto, che ha comportato un violento rovesciamento dei rapporti temporali; e l’antichissima realtà naturale, da sempre fondante la stessa idea di “essere umano”, si dà oggi come miraggio ecologico, proiettato verso un futuro estremamente avanzato: non verso “ciò che sarà”, ma verso “ciò che sarà stato”».
Così scriveva Andrea Zanzotto nel 2006 di Feltre, città cui si è rivelato affatto legato e dove ha stretto diversi legami di amicizia. Una città che però, purtroppo, si è completamente e colpevolmente dimenticata del poeta veneto, (riconosciuto come uno dei più grandi del secondo Novecento, se non il più grande) nel 2021, invero a cent’anni dalla sua nascita a Pieve di Soligo e a dieci dalla sua morte a Conegliano. Una grande e grave dimenticanza, per una personalità culturale così importante per questo territorio e per il nostro tempo, tanto più se considerato che nel 2021 la città vantava un’importante vivacità culturale. Spesso, purtroppo, si crede di indicare la luna senza neanche guardare in alto.
Il passo riportato sopra, contenuto nella raccolta di scritti Luoghi e Paesaggi, informa della militanza per l’ambiente ed il paesaggio, che per Zanzotto divenne sempre più importante con il passare degli anni. Ma come pensare l’impegno ecologista di Andrea Zanzotto, e quali forme di pensiero ne stanno alla base? Qui si cercherà, sottovoce e senza l’arroganza di essere esaustivi, di suggerire, meglio di proporre, per sommi capi, un retroterra filosofico del concetto di natura e di paesaggio, cui si stringono necessariamente alcune considerazioni sulla lingua.
Nella raccolta postuma di saggi zanzottiani Luoghi e paesaggi, uno dei primi contributi titola indicativamente Il paesaggio come eros della terra. Cosa significa eros per il poeta? Zanzotto indica esplicitamente il debito platonico, per cui la definizione di eros va ricercata nel Simposio. Come per Platone e la straniera di Mantinea, per Zanzotto l’amore è «qualche cosa che viene da Poros (ricchezza) e da Penia (povertà)». Ma Zanzotto dice di più, come rileva Umberto Curi, ed aggiunge che l’eros ha a che fare con lo spostamento, ma anche con la contrattazione, con lo scambio, poiché tra Poros e Penia c’è un senso di mancanza, di privazione iniziale, il senso di una infinita perdita che esige un infinito compenso». Subito dopo, Zanzotto si riferisce anche ai “progetti della natura”. Cosa intende? Che la natura è colma di progetti, non di uno solo, univoco, ma di tanti che vanno tutti colti ed interpretati. Come farlo? Questa pluralità nascosta di progetti è interpretabile “come una serpentina”, di più, come «Holzwege». Per un autore estremamente colto quale Zanzotto, l’utilizzo di questa parola non è un caso. Il termine tedesco, difficilmente traducibile in italiano, sta ad indicare quei sentieri nascosti nei boschi di montagna, di cui non si conosce il cominciamento né la fine, di solito improvvisa ed inaspettata. Il lemma indica uno spessore concettuale ben più ampio e rimanda al contesto filosofico in cui si impone, vale a dire a Martin Heidegger. In accordo con quanto sostiene Curi: «Nessuno mi toglierà dalla mente che Zanzotto, con questa inattesa espressione tedesca, si stia specificamente ed esplicitamente riferendo ad Heidegger». Lo Heidegger che, proprio nell’omonimo testo, utilizza i “sentieri interrotti” per precisare il concetto di Natura. Ed i riferimenti heideggeriani sono Anassimandro ed Eraclito. La natura, dunque, va intesa come physis, sebbene physis non possa tradursi con natura. Derivata da phyomai, indica il processo infinito e continuo della generazione d’ogni ente – di cui il participio futuro latino nasciturus sum, indicando il sempre nascente, “colui che nascerà”, sembra un appropriato rimando concettuale. La natura è il processo tramite il quale si generano tutti gli enti: non una parte della realtà da contrappore ad un’altra (spirito, artificio, forma, cultura etc). Pensando così la natura, tuttavia, e anche qui seguendo Curi, la concezione di natura per Zanzotto non è più fisica, «ma metafisica: la natura è quel processo di incessante generazione e dissoluzione di tutte le cose che si esprime attraverso il concetto di physis». La natura per Zanzotto non è termine di un binomio, parte che si definisce in base alla distanza da qualcos’altro, ma processo di generazione incessante della realtà, in senso metafisico. Prosegue Curi:
Soltanto in questo modo possiamo capire quello che, altrimenti, almeno personalmente, trovo insoddisfacente: e cioè le attenzioni che Zanzotto, soprattutto gli ultimi anni della sua attività, ha riservato alle tematiche ambientaliste. Io non penso affatto che esprimessero una visione di tipo ideologico da parte di una posizione ecologistica. Né penso si trattasse di un’espressione di un approccio vagamente nostalgico o – perché non dirlo, dato che l’ecologismo possiede anche questa componente – un approccio reazionario, antiprogressista e antiindustrialista.
La filigrana intellettuale a cui si riferisce l’ultimo Zanzotto è dunque, per Curi, da ritrovare altrove. Precisamente, in un altro luogo di Heidegger, frequentato dal poeta, in cui il filosofo tedesco riflette sul frammento eracliteo per cui “la natura ama nascondersi”. Zanzotto intende il paesaggio come manifestazione della natura, come eros (mancanza e ricchezza) di ciò che essa manifesta, ed essa si manifesta celandosi. In un processo interminabile di nascondimento e svelamento, la natura rivela e cela il paesaggio. Per questo, ciò che Zanzotto vuole salvare non è “solo” ciò che la natura e il paesaggio rivelano apertamente, ma anche ciò che essi sono in quanto ciò che sempre nasconde e insieme illumina. E l’uomo in essi.
Infatti, il paesaggio che vuole salvare Zanzotto è anche il paesaggio come lingua, quel linguaggio in cui noi irrimediabilmente, e al tempo stesso precariamente, abitiamo. Come scrive Massimo Cacciari, nell’ultimo congedo dal poeta amico:
Così abitiamo il linguaggio – non come una dimora assicurata, ma come ciò che sempre ha ancora da venire, e che si “fonda” sull’abisso del proprio passato.
In questo linguaggio Andrea abiterà per sempre. Resisterà per sempre – poiché, come devastata gli appariva l’ecumene della sua terra – tragico simbolo della devastazione globale – , così devastato è il linguaggio ridotto a servire la informazione, il linguaggio come una “cosa” che ci si scambia, che si baratta per ottenere informazioni, il più rapidamente e a buon mercato possibile, il linguaggio, diceva Andrea, ridotto a un “secchio bucato”. Il poeta è scuola di resistenza contro tali devastazioni non per nostalgie e sentimentalismi, non in nome di bucolici colli e nostrani dialetti (che Iddio risparmi a Andrea idiozie co-regionalistiche di tal fatta – ma temo sia vana speranza), ma in forza dell’intatta nobiltà simbolica della parola, che è l’energia che ci sostiene e che costituisce la sola, vera essenza dell’umano.
Il linguaggio devastato è la nostra casa devastata, arida. Il linguaggio comunicativo, per dirla con Benjamin, proprio perché utilizzato per comunicare non esprime niente, di contro ad una parola, invece, non strumentale, non nominale ma originaria, che dicendo e risuonando crea, opera, inventa, esprime sé stessa. Un linguaggio che, sapeva Zanzotto, è caduto, non solo perché si è impoverito ma anche perché si è specializzato, sceso nella miseria appuntita del dizionario scientifico che sovradenomina le cose restando da esse distante. E così, da un parlare antico si è arrivati alla barbarie dei dotti di oggi, dalla lingua dei mutoli alla lingua “espistolare”, secondo la notazione di Vico. L’interpretazione che Vincenzo Vitiello propone di Andrea Zanzotto è in tal senso davvero interessante e poco praticata, iscrivendo il poeta veneto nella grande discussione filosofica sul decadimento del linguaggio, tra Walter Benjamin e Giambattista Vico. L’opera di Zanzotto come genealogia in atto della parola, riflessione della poesia sulla poesia, sull’afasia, sul balbettare nella Babele moderna. Zanzotto si pone alla ricerca di una lingua-casa originaria, che insieme unisca suono, figura e colore delle cose. Ancora come in Platone, del Cratilo: “in tutte le cose ci sono suono (phonè), figura (schêma) e in molte anche colore (chrôma)”. La vichiana lingua dei mutoli, invero di coloro che al principio della storia “parlavano cantando” e che più si avvicinano alla suggestione platonica, non riguarda però il linguaggio petèl di Zanzotto, ed in questo molti interpreti possono cadere nell’equivoco di confondere il linguaggio bambinesco con la lingua dell’infanzia: «il linguaggio petèl è un linguaggio che nasce e si forma entro una determinata cultura, in tutto e per tutto condizionato da questa cultura. È vano, perciò, cercare l’originaria connessione tra voce e significato, phonè kài schêma, nella lingua dei fanciulli, perché questa connessione va ricercata nell’origine della cultura cui essa appartengono», annota Vitiello. Ma allora quale linguaggio, secondo Zanzotto, è quello originario e davvero può salvare o salvarsi, se non forse almeno consolare? Quello che è tutt’uno col paesaggio, che è il paesaggio stesso e ciò che resterà di esso: il dialetto, il vecio parlar, il vecio parlar degli uccellini. Scrive Vitiello:
No, la genealogia poetica di Zanzotto non è una geneaologia petel. Già in Vocativo aveva scorto, sotto la coltre della storia, della cultura, dell’io e del mondo, il volto della Gran Madre terra; ora nella Babele dei linguaggi che comunicano ma non esprimono, scopre il canto degli uccelli: la nascita della lingua dal canto animale. Il canto degli uccelli ricorda la vichiana lingua dei mutoli, che parlavano cantando. E non conta nulla se Zanzotto non ha mai aperto la Scienza Nuova, anche se non si può non rimpiangere l’assenza di una lettura che avrebbe dato al grande napoletano un grande interprete, e al poeta, maggiore e più salda consapevolezza critica del lavoro che andava svolgendo.
Così il vecio parlar, la lingua degli uccelli, è ciò che davvero può salvare o salvarsi.
Ma ti, vecio parlar, resisti. E si anca i òmi
te desmentegarà senzha inacòrderse,
ghén sarà osèi –
do tre osèi sói magari
dai sbari e dal mazhelo zoladi via -:
doman su l’ultima rama là in cao
in cao se zhiése e pra,
osèi che te à inparà da tant
te parlarà inte’l sol, inte l’onbría.
Il dialetto è la lingua-paesaggio che si abita e che, se l’uomo non riuscirà a salvare, ci penseranno due o tre uccellini, domani. Il dialetto quale lingua antica eppure veniente, logos erchomenos, parola che viene e chiama, secondo quanto scritto da Zanzotto ed in questo seguito da un altro suo grande interprete, Giorgio Agamben. Anche per il filosofo, i dialetti, che hanno preso il posto dei volgari, sono una parola nuovamente “veniente di là dove non è scrittura né grammatica”. La lingua che in quanto originaria non è (solo) prima della storia, ma anche alla fine.
Senza addentrarci troppo sul tema messianico, ritorniamo al nostro piccolo qui e ora, riprendendo le fila del discorso. Si è cercato di descrivere la costellazione filosofica cui può fare riferimento un discorso su Zanzotto, nonché sul suo bisogno di salvare il proprio paesaggio, concreto, e con esso la propria lingua, altrettanto concreta. Al tempo stesso vale la reciproca: di salvare la propria lingua (pur anche nei geroglifici sonori dell’ultima parte della sua poetica) e con essa il proprio ambiente naturale. Il vecio parlar, sempre creando e restituendo la natura come physis, cioè come perenne generazione, è ciò che salva il paesaggio. Ed un paesaggio non devastato, non deturpato, è ciò che salva una parola che esprime ancora qualcosa. Come dire che non si può salvare il paesaggio senza salvarne anzitutto il suono, la voce ed il canto.
Credo che, arrivati a questo punto, per comprendere il significato più concreto dell’operare e battersi a favore dell’ambiente dell’ultima parte della vita di Zanzotto, sia più utile riportare alcuni passi di un’intervista al poeta del 2009, a cura di Marzio Breda, raccolti ne “In questo progresso scorsoio”, ed invitarne in tal modo la lettura.
BREDA: Il giorno in cui hai superato la soglia degli ottant’anni hai detto, con l’aria di chi indica una sorta di programma esistenziale: “per andare avanti bisogna procedere con un piede nell’infanzia, quando tutto sembra grande e importante, e un piede nella vecchiaia estrema, quando tutto sembra niente”. Osservando il tuo impegno degli ultimi tempi pare che, in questo viaggio dentro te stesso tra le diverse età della vita, tu tenga tutti e due i piedi, se non proprio nell’infanzia, almeno nella giovinezza, vista la passione con cui ti batti per certe cause, come l’ambiente e il paesaggio…
ZANZOTTO: In fondo ho continuato a comportarmi come facevo sempre, ma a un certo punto mi sono accorto che i problemi che trasparivano dai miei vecchi versi, quasi come una premonizione, erano compresi da un numero crescente di persone. Insomma, i temi dell’ambiente e del paesaggio si erano fatti ogni giorno più acri e indignati, nei sentimenti della gente, e oggi vanno ormai oltre il malessere e l’inquietudine… Si profilava un fatto spiegabile con certi fenomeni dell’Italia prima che scattasse la grande corsa a uno sviluppo divenuto ben presto soprasviluppo senza regole e qui, nella cosiddetta “megalopoli padana” più che altrove. Però, se incombeva ormai come emergenza quanto prima era solo allarme, allo stesso tempo persistevano anche controspinte di segno opposto: si scatenavano forme di ottusità localistica che indicavano come nemico chiunque entrasse in scena con qualche obiezione. Nemico anch’io, dunque, certe volte…
BREDA: Altre tue riflessioni ricorrenti riguardano la catastrofe climatica. È l’inevitabile prezzo da pagare al paradigma della crescita? Sul degrado del clima, oltre alle evidenze scientifiche ormai certificate, esistono anche evidenze misurabili sull’esperienza vissuta?
ZANZOTTO: L’unico terribile problema che abbiamo davanti è proprio quello della catastrofe climatica, un delirio sul quale si tenta di stendere un velo di dissimulazione nonostante ci siano sintomi che si accavallano ad altri sintomi e che confermano in pieno questa realtà. Con variabili anche enormi di ipotesi e di prove… tutti avvertono cambiamenti patologici e notano, per esempio qui in campagna, che i ritardi o gli anticipi delle fioriture si discostano molto – anzi troppo – delle fisiologiche oscillazioni cui eravamo abituati. Comunque, indizi di questi deragliamenti si possono percepire un po’ ovunque nel pianeta, a macchia di leopardo. Riscaldamento globale, biospecie estinte, nuova desertificazione, guerra per l’acqua: un disastro di fronte al quale non conta più il pensiero consolatorio che tutto ciò non ci riguardi soltanto perché lo si può proiettare in un futuro remoto. No, certi scarti violenti del clima sono ormai misurabili in poche decine d’anni. Sono imminenti, come sono imminenti altri salti in avanti delle scienze mediche: balzi enormi verso una dimensione non soltanto terapeutica che suscita angosce, perché sta ormai modificando il nostro statuto biologico, il nostro modo di essere umani.
