Recensioni - 9 ottobre 2023

L'ultima cosa bella sulla faccia della terra

Di Michael Bible

Adelphi
Anno 2023

Michael Bible, una delle giovani promesse della narrativa americana, arriva in Italia con la sua opera prima L’ultima cosa bella sulla faccia della terra, edito da Adelphi. Viene definito dalla critica l’erede di Faulkner per la particolare scelta di non sviluppare le sue trame in ordine cronologico, ma di narrare uno stesso evento da diversi punti di vista, proprio come accade in questo testo. Nel leggere questo romanzo non si può non ipotizzare di aver trovato anche un possibile nuovo Salinger, per l’irriverenza che Iggy, protagonista del romanzo, condivide con il giovane Holden, pur aggiungendovi un pizzico di cinismo. La trama del testo raccoglie alcune delle tematiche più forti della letteratura americana post-moderna: alcol, violenza, eroina e una dose di disagio giovanile – ma non solo – che il nostro autore, originario di una cittadina del North Carolina, parrebbe ben conoscere. Tutta la narrazione si svolge ad Harmony, una cittadina del Sud degli Stati Uniti all’inizio del nuovo millennio: «Harmony è una cittadina come tante. Tale e quale alla vostra. Piena di santi e peccatori, indistinguibili.»

Una cittadina spenta, morta, dove il tempo scorre lasciando passiva la vita dei suoi abitanti: non succedeva mai niente. Non cambiava mai niente. Lo stesso nome del paese, infatti, stride con la verità dei fatti: l’armonia della cittadina cela dietro di sé una verità difficile da accettare. È proprio qui che il diciasettenne Iggy, una mattina, si dirige in chiesa e, con l’intento di darsi fuoco, creerà, invece, un solco nella vita dei suoi concittadini. Un tentativo di suicidio finito male, che porterà a far bruciare la chiesa, le famiglie, la provincia e tutte quelle esistenze che direttamente o indirettamente vengono colpite da questa tragedia: una pluralità di voci che cerca di raccontare il dolore, la ricerca di un senso alla violenza. 

Diciotto anni più tardi ancora se ne parla: l’esecuzione di Iggy sta per compiersi e le domande continuano a non trovare una risposta; le versioni si alternano tra vite colpite profondamente da perdite e da altre che – anche se solo sfiorate – portano l’ombra di un lutto che non riesce a risolversi: «erano tutti sopravvissuti a tempeste diverse e naufragati sulla stessa riva.». Il secondo capitolo ci porta nella testa di Iggy, di colui che la settimana successiva verrà messo a morte, e veniamo trascinati dal protagonista nella sua riflessione, nel suo dolore. Vuole accompagnarci nello scoprire cosa lo ha portato a compiere quel gesto eclatante, inaspettato: «Volete sapere perché ho fatto quel che ho fatto? Sarebbe come prendere un po’ d’acqua fra le mani e chiedersi se è fiume o pioggia.» Non è facile, per il protagonista, fare i conti con una volontà così solitaria: «La mia vita non finirà davvero a mezzanotte perché è già finita un milione di volte. È finita quando sono entrato in quella chiesa. È finita il giorno in cui sono venuto al mondo. Ed è finita diecimila anni fa.». Una vertiginosa prosa poetica che ci lega allo sgomento di un’esistenza nomade, del ronzio misterioso in una strada di notte, un acufene, un fastidioso fischio nell’anima del protagonista e non solo, di tutti i personaggi. Siamo tutti ostaggi di questo racconto, ostaggi del dolore dell’anima di Iggy, ostaggi della noia, dell’incomprensione, di quei conti che non tornano. Nascere imprigionato, morire imprigionato, vivere un’esistenza melanconica, costantemente dolorosa, avvolta da un fumo che solo Iggy e i suoi due legami più veri, Cleo e Paul, sembravano vedere:

La Costante resa manifesta. Forse ero così insensibile che volevo provare qualcosa, anche solo il dolore altrui. […] Alla base di tutto c’era la Costante. Il tempo e la migliore amica del tempo, la transitorietà. La bellezza e la tragicità di un fiore di corniolo che cade, c’era di mezzo qualcosa del genere.

Gli altri tre capitoli, più brevi, raccontano di anime tormentate che – come quella di Iggy – vagano perdute, danzando sulle note di una apparente felicità che nasconde colpe, pregiudizi, ipocrisie e una oppressiva morale cattolica. Esistenze altre, perse, ferite, scosse, che tentano di analizzare quel male, insito nell’uomo, e che cercano di trovare un senso ad un’azione incomprensibile, che li ha travolti, e che – diciotto anni dopo – non riescono ancora ad interpretare: 

La cosa che ci ha fatto più male è stata la nostra ignoranza, la nostra incapacità di concepire un gesto così brutale. Un’esistenza privilegiata che ci proteggeva dal vedere la vera natura delle cose. Abbiamo provato a rimettere insieme i pezzi del tempo, a trovare un modo per tornare indietro. Le tragedie tendono a seguire traiettorie simili. L’orrore del fatto. Brevi ore di confusione e lutto, seguite da giornate di rabbia. Settimane di indignazione. C’è chi dà la colpa alla violenza dei film e dei videogiochi. Chi dà la colpa alla malattia mentale. Fiori e preghiere, fiori e preghiere, fiori e preghiere, fiori e preghiere. Raccolte di fondi. È ora di cambiare. Cortei, petizioni e discorsi. Poi niente. E ancora niente.

La storia di questo breve romanzo è incandescente e non lascia scampo a nessuno dei personaggi coinvolti, tantomeno a noi, lettori inermi. Una continua ricerca di senso che non può essere trovato, un’analisi di un male che è proprio nell’uomo e che non può essere evitato. Sull’esito della malvagità Bible ci travolge, ci condanna e ci redime, attraverso una minuscola finestra, per provare a veder cadere quell’ultima fioritura nell’inconsistenza in un’orchestra di voci, che raccontano la loro verità, quasi fosse l’unica possibile rimunerazione, o l’ultimo tentativo di ricomposizione per una vita dispersa in frammenti, ridotta anch’essa nella cenere di quell’incendio.

Cecilia Salami
Autore