Attualità – 26 febbraio 2024

Sul voto fuori sede c’è ancora molta strada da fare

Questa settimana i nostri articoli hanno raccontato quanto l’Italia abbia a cuore i giovani: quando protestano per la pace, li manganella. Quando vogliono dedicarsi al bene della collettività, con il servizio civile, taglia i fondi e non glielo fa fare. E quando vogliono studiare, ed avere al contempo l’ardire di votare? Sul voto ai fuori sede qualche timido passo in avanti in verità c’è stato, ma c’è ancora una lunga maratona da percorrere.

La commissione Affari costituzionali del Senato ha approvato all’unanimità un emendamento al cosiddetto decreto-legge “Elezioni” che consente, in via sperimentale, agli studenti fuori sede di votare alle elezioni europee dell’8 e 9 giugno, senza essere costretti a tornare al comune di origine. È un primo passo, arrivato con scandaloso ritardo, verso la garanzia di esercitare un diritto essenziale per la democrazia, fino ad oggi disatteso sistematicamente in Italia. Ma guardando bene il testo dell’emendamento, ci si accorge subito che c’è ancora molta strada da fare.

Si proceda per gradi. Il decreto Elezioni, approvato alla fine di gennaio, come tutti i decreti-legge per non perdere efficacia deve essere convertito in legge dal Parlamento entro 60 giorni dall’approvazione. In questo arco di tempo esso può subire modifiche. Stante l’unanimità dell’approvazione in commissione, non dovrebbe essere ulteriormente modificato ed approvato in aula. Alle prossime elezioni europee, dunque, potranno molto probabilmente votare anche le persone che studiano e vivono in un comune diverso da quello di residenza.

Quali sono tuttavia le modalità di voto previste ed in via di approvazione?
Prima di chiarirle, va specificato che queste riguardano solamente le prossime europee, e non tutte le elezioni. E quindi, già qui, si rivela il primo limite sostanziale della misura. Anzitutto è limitata a questa tornata elettorale, mentre per le prossime? Un nuovo iter parlamentare, e si conoscono i tempi biblici delle camere. Inoltre, alle prossime europee molti comuni andranno al voto amministrativo, per il quale non è previsto il voto fuorisede, e dunque chi si trova nell’impossibilità di rientrare nel comune di residenza potrà votare solo per le europee. Questi i primi aspetti limitanti, ma va accolto sicuramente almeno quanto di positivo è stato finalmente concesso ai fuori sede, per lo più giovani, e dunque se ne chiariscano le modalità.

L’emendamento concede il voto in un comune diverso da quello di residenza solamente agli studenti che vivono fuori sede da almeno tre mesi. Non, invece, ai lavoratori o a chi si trova fuori dal suo comune di residenza per motivi di salute. Dunque, ed i casi sono molti in Italia, chi si trova impossibilitato per ragioni di salute e magari ricoverato in una struttura fuori dal suo comune di residenza, nell’Italia del 2024 non può esprimere il suo diritto di voto.

Ma ancora, guardiamo al positivo ed al primo passetto che è stato fatto. Per chi può votare fuori sede, le procedure sono due, articolate in base alla circoscrizione elettorale del cittadino. Invero, qualora il fuori sede si trovi nella stessa circoscrizione del comune di residenza, potrà votare in un seggio del comune in cui si trova a vivere. La scheda elettorale è infatti la medesima, essendo nella stessa circoscrizione, per cui questo è il voto fuori sede più “agile”, sebbene preveda una procedura di convalida un po’ burocraticamente farraginosa (ma che almeno, ripetiamo, c’è). Lo studente, infatti, è tenuto a presentare entro 35 giorni dal voto una richiesta al proprio comune di residenza, il quale ha 15 giorni per approvarla e trasmetterla al comune di domicilio. Quest’ultimo rilascerà allo studente una apposita autorizzazione almeno 5 giorni prima del voto, da esibire tassativamente al seggio. Insomma, c’è da sperare che non s’incorra in nessun inghippo burocratico. Ma, almeno, questa possibilità esiste.

Cambia invece la musica qualora il fuori sede viva in una città di una circoscrizione diversa da quella del comune di residenza. Il fuori sede dovrà infatti svolgere la medesima pratica di richiesta al comune di residenza e, una volta ottenuta l’autorizzazione, potrà votare esclusivamente nel capoluogo della regione in cui è domiciliato. Nel capoluogo saranno allestite sezioni apposite per questi fuorisede, una ogni 800 elettori ammessi al voto. Insomma, trovare il tempo (se ne ha) di percorrere centinaia di kilometri per andare a votare. Almeno qualcosa c’è, ma questo sistema andrà sicuramente rivisto.

Quale sarebbe il modo migliore per garantire a tutti il diritto di voto?
Chiariamo prima una cosa. Quando non si vuole garantire, o per lo meno si vuole dissuadere dall’esercizio di un diritto, ci sono sempre ragioni politiche alla base. Il voto fuori sede è un voto eminentemente giovanile, pure se dovrebbe riguardare anche lavoratori e malati. Ma ci si concentri sui giovani, la parte sociale più ignorata se non avversata di questo paese. Il voto dei giovani è tendenzialmente sempre promotore di valori e idee progressiste, in particolare quando arriva da un contesto cittadino e metropolitano, da un contesto di formazione universitaria, e perciò fa da sempre paura a chi invece promuove la conservazione ed il provincialismo. Certo, si possono fare diverse precisazioni e distinguo su questa considerazione, ma il dato di fatto fondamentale (confermato d’altra parte dalle indicazioni delle intenzioni di voto) è questo: città, università, gioventù sono indicatori di progresso e rinnovamento. Il fatto, inoltre, di non permettere loro di votare per il proprio comune di residenza, è altrettanto indicativo della separazione tra città e provincia, destinata a incancrenirsi sempre più per causa del voto di residenti sempre più vecchi. Il miglior modo per non svecchiare la provincia è quello di far scappare i giovani e non farli votare, né tornare (e perché tornare?). Feltre docet.

Ma si venga alle modalità che garantirebbero il voto a tutti, un diritto fondamentale che solo noi italiani, rendendolo impossibile, mettiamo sostanzialmente in discussione. Del resto, solo noi, Malta e Cipro non abbiamo una legge seria per il voto fuori sede. La risposta è semplice: il voto elettronico o per corrispondenza. Una metodologia di voto che ormai è impiegata in tutto il mondo, che non si vede perché non potrebbe funzionare anche qui. Solo qui. Negli USA, che dovrebbe essere come ci raccontiamo la più grande democrazia del mondo, funziona e gli elettori votano addirittura mesi prima del giorno delle elezioni. In alcuni casi, questo tipo di voto, soprattutto per certe fasce della popolazione, si rivela più sicuro rispetto al presentarsi al seggio. Per altre ancora, l’unico possibile: si pensi infatti ad un malato in ospedale. O qui abbiamo gli ospedali vuoti? Questo sistema certamente non potrà essere l’unico, e certamente dovrà essere controllato nei minimi dettagli dal punto di vista della sicurezza informatica, ma come funziona altrove, così può funzionare qui.
Ne va della nostra democrazia, perché ogni volta che ci si trova a discutere su chi è nei fatti escluso dal voto, ci accorgiamo che questa democrazia è mancante.
Una democrazia zoppa, e sempre più vecchia.

Giuseppe Gris
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