Attualità – 25 novembre 2023
Sul rischio chiusura dell’unico Centro Antiviolenza presente in provincia di Belluno
Premessa: Fate rumore
In Italia la violenza contro le donne è un fenomeno purtroppo ancora attuale e in crescita. I dati sui femminicidi sono raccapriccianti: nel 2023, al 13 novembre, secondo i dati del ministero dell’Interno, in Italia sono state uccise 102 donne. Uccise per femminicidio, ovvero perché un uomo ha preteso di controllare e possedere la vita di una donna. Una donna ogni 3 o 4 giorni viene uccisa perché un uomo – nella maggior parte dei casi l’uomo più vicino (il fidanzato, il marito, il padre) – non accetta che lei abbia una propria autonomia, un proprio pensiero, una propria libertà. Sembrerà ridondante, e a molti verrà l’orticaria, ma ripetiamo che nel 2023, in Italia, più di 100 donne sono state uccise da chi diceva di amarle
Ogni 25 novembre – giustamente – si accendono i riflettori su queste aberrazioni.
Ogni volta che si compie un femminicidio tutti ci ergiamo a paladini delle donne, chi commemorando la vittima in un minuto di silenzio, chi sfogando le proprie frustrazioni sui social. I meno ipocriti stanno zitti, quasi godendo della loro presunta superiorità.
E in tutte queste reazioni scomposte, le donne continuano a morire.
Le parole più vere, più appropriate, credo che in questi giorni le abbia pronunciate la sorella di Giulia Cecchettin: «Diciamo no a un silenzio assordante. Fate rumore con ciò che potete». Mi auguro davvero che ciascuno, singolarmente e collettivamente, faccia proprio questo appello e continui a fare rumore, non solo in questi giorni, non solo il 25 novembre.
Centri Antiviolenza: un servizio fondamentale
Un femminicidio ogni 3 giorni. È un dato che spaventa, ma ancora più alto, nella realtà mai davvero quantificabile, è quello delle donne che sono ancora vive e che subiscono violenze psicologiche, fisiche o economiche costantemente, soprattutto dentro le mura domestiche.
Per tutte loro, per tutte noi, avere un appoggio, un sostegno, un luogo sicuro in cui andare diventa letteralmente vitale. Per tutte loro, per tutte noi, come cittadine italiane, dobbiamo pretendere che ci siano servizi all’altezza di fare questo, di proteggerci nel malaugurato caso in cui la persona di cui più dovremmo fidarci è la medesima che rischia di ucciderci.
Questi luoghi esistono e sono i Centri Antiviolenza. In Veneto ci sono 26 centri antiviolenza (1 in provincia di Belluno), 38 sportelli (4 in provincia di Belluno) e 28 Case rifugio (2 in provincia di Belluno).
Nei centri del Veneto ogni anno vengono accolte e seguite più di 3000 donne. Nel Centro antiviolenza in provincia di Belluno, gestito dall’associazione Onlus Belluno-donna, nel 2022 sono state ospitate 143 donne nuove (il numero più alto dal 2004, anno di fondazione dello stesso) oltre a quelle già in percorso. Dal 2004 a oggi le donne accolte dal Centro Antiviolenza di Belluno sono state 1468.
Il lavoro svolto in questi anni dalle operatrici dei centri antiviolenza, sia sul piano della protezione e sostegno alle donne vittime di violenza sia su quello della prevenzione e sensibilizzazione, ha un valore sociale altissimo. Un valore che si sostiene grazie a finanziamenti statali (nel 2022 per il Veneto sono stati destinati 2.354.989 euro) e regionali (nel 2022 la regione Veneto ha stanziato 1.000.000 di euro), oltre che ha una grossa parte di lavoro volontario. Purtroppo, infatti, le risorse (economiche, di personale, di spazi) necessarie a incrementare l’attività di questi centri – cosa che sarebbe auspicabile visti i dati di cui sopra – non sono sufficienti.
È qui, in questo punto della grande narrazione, che arriva il compito della politica. I politici, assodato che i centri antiviolenza sono servizi fondamentali per i cittadini, hanno il dovere di discutere e trovare il modo di supportare le strutture esistenti che da anni, in maniera professionale, si occupano di contrastare la violenza contro le donne.
L’intesa Stato-Regioni e il rischio di chiusura dei Centri anti-violenza
Con l’intesa Stato-Regioni dello scorso anno, approvata nella Conferenza unificata del 14 settembre 2022 (GU 25.11.2022) e recepita dalla Regione Veneto (DGR 400 del 7 aprile 2023), sono stati stabiliti dei requisiti minimi a cui i Centri antiviolenza devono attenersi a partire dal 2024. Il non rispetto di tali requisiti comporterà il non riconoscimento delle strutture e la cancellazione dagli elenchi regionali. Le strutture che non si adegueranno ai requisiti non potranno quindi accedere ai finanziamenti.
Ad oggi, meno della metà delle strutture e dei servizi presenti sul territorio veneto riuscirebbe a garantire il raggiungimento dei requisiti minimi. Tutti gli altri rischiano la chiusura.
Tra i requisiti minimi richiesti alle strutture e presenti nell’intesa ci sono: la registrazione al RUNTS (Registro unico nazionale del terzo settore), l’esperienza di 5 anni consecutivi di attività, l’attivazione di un numero di telefono dedicato, attivo tutti i giorni, compresi i festivi, 24h su 24 e collegato al 1522 nonché ai servizi essenziali della rete, Pronto Soccorso e Forze dell’ordine. Tra tutti i requisiti, quest’ultimo è quello più penalizzante e che ha scatenato un’ondata di preoccupazione da parte delle associazioni che gestiscono i centri.
Il servizio di reperibilità h24, di per sé importante e auspicabile, non può però essere attivato considerando le risorse economiche attualmente stanziate né con quelle in previsione.
Da qui la preoccupazione per una potenziale chiusura di molti Centri Antiviolenza, in quanto non sanno ad oggi garantire un adeguamento ai requisiti richiesti dalla nuova normativa.
In provincia di Belluno
Se le preoccupazioni si stanno rincorrendo in tutto il Veneto, particolarmente sentito è il disagio in provincia di Belluno. Innanzitutto, perché abbiamo un unico centro per un territorio molto esteso, e il solo pensiero di perderlo dovrebbe farci mobilitare tutti quanti. In secondo luogo, perché questo Centro si trova ad operare in una situazione di maggior criticità rispetto a quelli di pianura. La posizione periferica della Provincia di Belluno, le sue peculiarità orografiche e la densità demografica più bassa rispetto ai territori del basso Veneto non fanno che aumentare la condizione di isolamento delle donne vittime di violenza. In più occasioni le operatrici del Centro Antiviolenza hanno accertato come spesso le donne non riescano a raggiungere gli sportelli esistenti sul territorio a causa del tempo necessario agli spostamenti, in particolare se con mezzi pubblici.
Nei mesi scorsi si sono mobilitate la Consigliera Provinciale di Parità, Flavia Monego, che – assieme al Presidente della Provincia – ha inviato in Regione una lettera sottoscritta da molti Sindaci, e la Presidente dell’associazione Belluno Donna, Dott.ssa Anna Cubattoli, che in data 16/05/2023 ha inviato una lettera a tutti gli Enti Locali nella quale sollevava la problematica con le relative implicazioni.
Sappiamo che l’Assessore Regionale Manuela Lanzarin, dopo l’incontro con il Presidente della Provincia e la Consigliera Provinciale di Parità dello scorso luglio, si è detta disponibile ad aprire un tavolo di confronto per discutere una possibile deroga per la Provincia di Belluno; ad oggi però nessun’altra comunicazione è pervenuta e il 2024 – quando entrerà in vigore quanto stabilito nell’Intesa Stato-Regioni -è alle porte.
Ordine del giorno in Consiglio Comunale a Feltre
Per tutte queste ragioni presenteremo al prossimo consiglio comunale di Feltre un ordine del giorno avente per oggetto Rischio di chiusura dell’unico Centro Antiviolenza presente in provincia di Belluno. Richiesta di revisione dell’intesa Stato-Regioni approvata nella Conferenza unificata del 14 settembre 2022 (GU 25/11/2022), recepita dalla Regione Veneto con il DGR n. 400 del 7/04/2023.
Un passaggio che crediamo doveroso e in linea con quanto fatto in questi anni dal Comune di Feltre. Infatti, anche attraverso il lavoro della Commissione Pari Opportunità, da anni il Comune si dimostra sensibile al tema del contrasto alla violenza contro le donne. Nel 2016 la Giunta comunale in carica aveva approvato una convenzione proprio con l’Associazione Belluno-DONNA per la gestione della succursale di Feltre dello Sportello antiviolenza; la convenzione è sempre stata rinnovata. Inoltre, il Consiglio Comunale ha sempre avuto il piacere di invitare un’operatrice dell’Associazione Belluno-Donna affinché proprio nel corso della seduta consiliare, relazionasse ai consiglieri (e quindi di conseguenza alla cittadinanza tutta) il lavoro svolto durante l’anno, eventuali problematiche e i numeri statistici da loro raccolti.
Nella prossima seduta del Consiglio Comunale, nella quale verrà discussa anche la proroga della convenzione con l’Associazione Belluno Donna, verrà presentato proprio l’ordine del giorno in cui riportiamo pubblicamente e formalmente anche la nostra preoccupazione di consiglieri per il rischio della chiusura del Centro Antiviolenza della provincia di Belluno. Un ordine del giorno in cui chiederemo alla Regione del Veneto di reperire le risorse necessarie per scongiurare la chiusura o il depotenziamento di questo importante servizio senza il quale sarebbe pregiudicata la tutela di molte donne vittime di violenze.
Conclusione
Fate rumore con ciò che potete.
Se la funzione della tragedia, quella rappresentata, è di smuovere le coscienze del pubblico, allora facciamo sì che la tragedia – questa ahimè reale – di Giulia Cecchettin che ci ha così profondamente colpiti sul piano emotivo possa servire non solo a indignarci il 25 novembre, ma a far rumore tutto l’anno per tutti gli anni a venire fino a quando potremo finalmente dire che nessuna donna è più a rischio femminicidio. Fare rumore in consiglio comunale in queste settimane credo significhi questo: tenere alta l’attenzione sul rischio di chiusura del Centro Antiviolenza e sostenere con tutti gli atti formali legittimi chi opera tutto l’anno – non solo il 25 novembre – per aiutare le donne.
