Pansatyrikon – 27 novembre 2023
Montanari d’Italia unitevi - Brandite le falci
Ormai questo gt prende il mio indirizzo mail per la cima della mia credenza e mi tormenta con le sue grilloparlate, ma a forza di tirargli ciabatte le ho finite e se ne stà ancora lì a infastidire.
Ebbro della fresca nomina a profeta, prima che si scopra che per una baggianata andata a segno ne sparo mille che van via storte, ne approfitto.
Noto con assoluto disgusto che l’attestato di montanaro in questo periodo storico risulta ambito.
Ricordo quand’ero ragazzetto, quando queste valli che non ho mai smesso di abitare erano povere e arretrate e disprezzate, sentirsi montanari pesava addosso come un marchio d’infamia.
Vivevamo lontano dalle città che guidavano il progresso e ne portavamo addosso i segni: nell’abbigliamento, nella camminata, nella cadenza pesante delle parole, per non parlare del taglio dei capelli e del portafogli.
Nel breve volgere di qualche decennio la situazione sembrerebbe cambiata.
Adesso una barbaccia incolta, una camicia a quadri e scarponi pesanti sembrano avere un loro pubblico pagante, e per alcuni sono una garanzia di schiettezza e di libertà, come se bastasse respirare aria fina per avere idee chiare.
Soprattutto il ruolo di scrittore di montagna risulta frequentato da innumerevoli prototipi, ma in generale va benissimo impestare alpeggi, ferrate, crode assortite e laghi per ottenere l’attenzione entusiasta di dispensatori di like.
Le mughe no non attirano, resto in attesa, su quelle potrei fondare un impero di notorietà.
Per approcciarsi con strategia all’argomento, al fine di ri-impossessarci del ruolo di montanari e di goderne di tutti i benefici, è necessario individuare le caratteristiche principali che identificano questo tipo umano.
In passato il montanaro semplicemente viveva in montagna, alta o bassa o fondovalle poco importa, visto che le condizioni di vita e i modi di trarne sostentamento erano suppergiù gli stessi.
Era semplicemente quello che la necessità di sopravvivere gli permetteva di essere; un allevatore, un contadino, un boscaiolo e un artigiano di varie arti assortite, e spesso era tutte queste cose assieme.
Se lo spirito d’iniziativa si impadroniva di una persona e la spingeva a desiderare e a praticare un modo di vivere differente restava l’emigrazione.
Ora naturalmente è tutto cambiato.
Il Leviatano ha invaso Feltre, Sospirolo, perfino il Tallandino, e tutti i riferimenti son cambiati.
Sono cambiate, si sono moltiplicate, le possibili fonti di reddito da cui trarre sostentamento e la professione difficilmente ci può guidare nell’identificare il montanaro: come potremmo negare l’attestato all’impiegato che nel tempo libero si dedica all’alpinismo e al servizio volontario di soccorso alpino. Come negarlo all’operaio che ripristina vecchi sentieri o al professore che per scaldarsi brucia nella stufa la legna che taglia nel proprio bosco?
Sono arrivati i soldi e l’informazione nelle sue modalità sempre più sciocche, ed anche il montanaro si è trovato a farne i conti.
L’impellente bisogno di sopravvivere ha lasciato lo spazio a un benessere che, non neghiamolo, ci assicura, male che vada, di far fatica a morire, tra conti in banca, aiuti dei familiari, sanità efficiente e beneficenze assortite.
Iniziano a questo punto gravi problemi di identità, visto che si tratta di scegliere, e il montanaro andava in giro con scarpe ingombranti e pantaloni di fustagno perché non possedeva altro; se qualcuno gli avesse procurato a gratis un paio di leggere scarpe da trekking e pantaloni idrorepellenti li avrebbe prontamente indossati.
Il montanaro non era scemo, e di questo dobbiamo sicuramente tener nota per adeguare il nostro comportamento allo standard tradizionale.
In presenza di montanari certificati dai modelli della comunicazione attuale, colui che vive nei territori periferici e in salita rischia di specchiarsi in loro e rincorrere i loro stilemi, che a loro volta si rifanno a vecchi modelli tradizionali.
Ora, mettiamo caso che qualcuno di questi manichini dica che gli piacciono le camicie a quadri: cosa succede?
C’è il rischio che il nostro confuso campione acquisti e indossi camicie siffatte perché piacciono a qualcun’altro.
Ricordo vecchi contadini indossare regolarmente camicie di pesante flanella quadrettate sopra l’immancabile canottiera di lana color pecora.
Nelle tasche, all’altezza dei pettorali, tenevano portafogli e pacchetti di Nazionali senza filtro che gonfiavano grosse tette squadrate, senza si fossero posti neppur lontanamente il problema del loro gradimento: semplicemente erano comode, calde, resistenti e non si trovava altro sui banchi del mercato.
A me non sono mai piaciute, eppure nelle stagioni fredde le uso regolarmente.
Eppure la mia prima camicia a quadri, neri e verdi, fatta di pesante cotone, la comprai perché la usava Kurt Cobain, e l’indossavo per andare a bar e a concerti sotto al chiodo di pelle nera, proprio per essere cool.
Non credo percepissi allora l’assurdità della situazione.
Erano gli anni in cui cercavo proprio di allontanarmi dal vivere montanaro, eppure la camicia era la stessa dei vecchi contadini che si alzavano al mattino quando io stralunato rientravo.
Basta così, la confusione mi sembra eccessiva per padroneggiarla.
Se il montanaro in passato era plasmato dalla pura necessità, potremmo semplicemente affidarci all’evidenza di una nuova necessità che ancora non ci stringe implacabile, ma che pure implacabile si annuncia.
Lo sviluppo economico consuma troppo per essere infinito: troppo di risorse naturali e di energie umane.
Viviamo in modo sempre più faticoso e confuso, in un ambiente degradato ed artificiale, rimpallati sempre verso nuovi obbiettivi che dovrebbero condurci alla soddisfazione e che son dettati dalla stessa logica che ci ha portati fino a qui umanamente insoddisfatti.
Il montanaro futuro potrebbe semplicemente ricominciare a prendersi la responsabilità del proprio territorio.
Potrebbe, anzi dovrebbe, vivere nelle abitazioni già esistenti rimodernandole, senza sprecare nuovi terreni ancora liberi.
Dovrebbe trarre dalla terra almeno parte della propria alimentazione, ospitare animali domestici per il piacere della loro compagnia e per quanto possono fornire, scaldarsi con la legna dei boschi che invadono larghi tratti delle vallate, rendendosi parzialmente indipendente per l’energia e preservando prati liberi, pronti per essere coltivati se la necessità dovesse renderlo necessario.
Dovrebbe tornare a percorrere sentieri abbandonati, liberandoli dalla vegetazione.
Accumulare e riassumere le conoscenze tradizionali, non con spirito folkloristico, ma con l’attenzione di chi custodisce segreti che potrebbero risultare preziosi.
Portare i propri figli a camminare per i boschi e a saltare ruscelli nel silenzio e nella presenza fisica e mentale che le palestre e i campi da calcio negano.
Queste parole suonano noiose e retoriche, lo so.
Ma non fatevi ingannare dal brivido gioioso che vi promette la vita degli schermi; vi vuole servi e vi toglie ogni libertà.
Vivete pure come vi pare, ma ricordate, la montagna non ha bisogno di noi, siamo noi che abbiamo bisogno della montagna.
Si tratta di scegliere se la desideriamo utilizzare come un qualsiasi oggetto di consumo che troviamo pronto e lasciamo usato o se la vogliamo come compagna di vita.
