Ratzinger, il papa irrequieto

L’arrivo di un teologo di punta come Josef Ratzinger alla Congregazione per la Dottrina della fede nel 1981 fu un fatto tutto sommato nuovo per quell’antica istituzione, fondata nel 1542 per la difesa dell’ortodossia, ai tempi di papa Paolo III e del cardinale Carafa.

Lunghi secoli separavano l’erudito bavarese e il cardinale napoletano, il pontefice e diplomatico viterbese e il grande personaggio mediatico polacco. Qualcosa però in comune c’era: il senso di accerchiamento, la percezione di un pericolo incombente sulla chiesa. Già consulente al Concilio Vaticano II del vescovo di Colonia, il riformatore Josef Frings, Ratzinger aveva aderito alla svolta moderata della rivista Communio, diventando infine arcivescovo di Monaco. Grandi polemiche si abbatterono su quel pastore intransigente che, in una Baviera tradizionalmente conservatrice, governava spiritualmente la sua principale città, di tendenze di sinistra. Difficili i rapporti col clero cittadino, le realtà del volontariato e dell’apostolato sociale. Durò appena quattro anni, poi l’arrivo (o il ritorno) a Roma.

Il nome di Ratzinger è quello del vertice del Sant’Uffizio che ha servito per più tempo l’Inquisizione. E, quando venne eletto papa il 19 aprile del 2005, era da quattro secoli, dai tempi di Paolo V, al secolo Camillo Borghese, che il primo nome dell’Inquisizione non ascendeva alla cattedra di Pietro. Nei ventiquattro intensi anni al fianco di Giovanni Paolo II, Ratzinger aveva smentito molti dei suoi principi giovanili. Aveva sottoscritto gli appelli per promuovere una maggiore libertà di discussione all’interno della chiesa, prendendo persino le difese del gruppo con cui ormai era in rivalità intellettuale, i progressisti radicali della rivista Concilium. Eppure, tornato a Roma, Ratzinger fece strame di tutti i propositi, lui che si era scontrato con personalità forti e autoritarie come i residui della curia di Pio XII al Sant’Uffizio, che cercavano di influenzare le discussioni del Concilio. Allora Ratzinger aveva applaudito Giovanni XXIII e il suo intervento a difesa della libertà del dibattito: quando venne il proprio tempo di governare, però, il teologo si mostrò più duro.

Due gli obiettivi prefissati (e pienamente raggiunti) da Giovanni Paolo II: sconfessare la teologia della liberazione in Sudamerica, progetto che fu realizzato con maggiori difficoltà, riuscendo a rompere la catena di trasmissione e di solidarietà tra vescovi simpatizzanti, seminari, clero e laicato; inquadrare in una più rigida ortodossia i teologi europei con una sottile, insinuante, raffinata e insistente repressione, allontanando dalle cattedre di teologia i nomi ostili al papa, operando forme di censura discrete e ben orchestrate dietro le quinte, gettando discredito su autori troppo insofferenti per i toni ed i modi di papa Wojtyla. Così Hans Kung si trovò a chiedere ospitalità alle facoltà di teologia protestante nella sua Germania, dovendo lasciare gli istituti cattolici, mentre il domenicano fiammingo Edward Schilleebeeckx fu convocato più volte a Roma per giustificare i suoi libri. Fu un modo per fare terra bruciata intorno a lui. Mentre Giovanni Paolo II, ufficialmente per ricomporre le discordie, rinnovava i vertici della Conferenza episcopale olandese e riduceva al silenzio sotto minaccia di sanzioni disciplinari i vescovi ribelli che lo avevano ascoltato, Ratzinger infieriva sul pensatore di punta del cattolicesimo nordeuropeo.

Poi venne il pontificato, dopo anni trascorsi a ribadire le condanne all’omosessualità, all’edonismo di una società consumista, alle idee relativiste, alle riforme più radicali nella chiesa come il sacerdozio femminile, perché, come argomentava Wojtyla, stava nel sacrificarsi e farsi piccola, il vero servizio, il vero sacerdozio della donna. Ratzinger ereditò una situazione difficile, passati gli anni della malattia di Wojtyla: della propria salute, invece, il neopapa Benedetto XVI, non fece pubblicità, né del pacemaker, né della parziale cecità che l’aveva colpito. Non ostentò il suo corpo malato per insegnare al mondo e ai fedeli come si doveva vivere e soffrire, a differenza di Wojtyla. Ebbe anche il coraggio di prendere iniziative scomode, soprattutto nei confronti dello scandalo della pedofilia. Però era tardi, e il danno di immagine era ormai fatto: la polemica era cominciata in America, dai media vicini a Bush, scontenti del mancato appoggio del papa alla guerra al terrorismo. Papa Ratzinger si distinse per le goffe iniziative mediatiche, come quando provò a giustificare il complicato discorso di Ratisbona, o col suo libro fatto a pezzi dalle recensioni degli storici del cristianesimo e dei filologi (Gesù di Nazareth piacque poco, tra gli altri, anche al cardinale Martini) anche più strettamente osservanti, o con gli scontri – inediti per un papa – con la rivista Nature per la controversia sul profilattico, o ancora con l’aspro dibattito sull’invito a parlare alla Sapienza. Il papa teologo e professore si trovò a disagio anche in quell’accademia di cui faceva parte, e in cui non si era mosso con accortezza. Nel 2013 il gesto delle dimissioni: e fu forse questa la vera, sostanziale, rottura con il predecessore. Era una nuova concezione, meno sacrale e monarchica, della vocazione del papa: e forse è proprio questa l’eredità più importante, difficile e significativa di un pontificato breve, poco incisivo e irrequieto.

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