Ep. 1. Una macabra scoperta in Duomo
La storia di Giacomo Rovellio
Il 12 maggio del 1588, come d’uso nelle grandi chiese dell’Europa del tempo, alcuni sacerdoti stavano officiando una delle molte messe quotidianamente celebrate. Tanti riti non erano mossi dallo zelo pastorale: per lo più, esaudivano le disposizioni testamentarie a favore di qualche chiesa. I benefattori promettevano pensioni ai sacerdoti che celebrassero in suffragio della loro anima. Quel giorno era Carlo Villabruna, di aristocratica famiglia, e canonico del capitolo, a presiedere al rito. Prima di uscire dalla sacrestia, vestendo i paramenti sacri, aveva forse scambiato qualche battuta con i sacerdoti Andrea da Canal e Girolamo Lusa. Sacerdoti di rango inferiore, socialmente parlando, perché non erano membri dell’élite ecclesiastica feltrina, iscritta nel novero dei canonici.
Élite che già da qualche tempo era in urto col vescovo. Già quando era arrivato a Feltre, nella quaresima del 1580, per assistere l’anziano e malato Filippo Maria Campeggi, il di fresco nominato Giacomo Rovellio aveva fatto arricciare il naso ai feltrini. Proveniente dalla nobiltà gardesana, già rappresentante degli interessi bresciani a Roma, Rovellio era entrato nelle grazie di un uomo potente, Domenico Bollani, rettore e poi vescovo di Brescia. Da qui, la promozione al soglio episcopale. Godeva della fiducia del potentissimo arcivescovo di Milano, Carlo Borromeo, e sperava che trasferirsi a Feltre rappresentasse per lui una svolta nella carriera: certo, la diocesi era piccola, il territorio poco popolato, la regione di confine e la mensa vescovile non tra le più ricche per rendita.
Eppure, quella cattedra episcopale era sinonimo, ormai da qualche decennio, di lustro e prestigio, da quando, sin nel lontano 1512, il futuro cardinale e arcivescovo di Bologna Lorenzo, l’aveva legata alla storia familiare della sua blasonata dinastia: il casato bolognese dei Campeggi. Lorenzo prima, poi Tommaso e infine Filippo Maria erano stati vescovi di Feltre e personalità di spicco, capaci di imporsi nel panorama ecclesiastico del tempo, sia a Roma che al Concilio di Trento. Forse, pur se così piccola e periferica, quella diocesi remota, non era un luogo del tutto oscuro e disagevole per un religioso desideroso di elevarsi ai vertici della chiesa. Ma così non era stato. Poco dopo il suo arrivo, Rovellio si era dato molto da fare, forse anche troppo: il vecchio pastore, Campeggi, si doveva essere spazientito di fronte al suo stacanovismo e l’aveva congedato ben presto.
Quattro anni dopo, alla morte del predecessore, Rovellio era rientrato subito a Feltre a prendere possesso della sede episcopale. I contrasti esplosero fin dal primo momento: da un lato Rovellio, uomo pratico di diritto canonico, non lasciava intentata nessuna strada e si sforzava di appendersi ad ogni cavillo. Voleva espandere i suoi poteri e nominare nel capitolo persone a lui gradite, sia fiduciari dell’entourage rivierasco, sia personalità feltrine, quelle poche che gli avevano manifestato simpatia ai tempi del suo arrivo. Sapeva usare con sottigliezza ogni possibile grimaldello per aggirare i privilegi che i canonici difendevano gelosamente, riuscendo a scegliere da soli i propri colleghi beneficiati delle lucrose rendite capitolari . Il clima in città, insomma, non era sereno: e lo provano le numerose cause e vertenze legali che, già pochi mesi dopo l’insediamento, iniziavano a pendere tra i canonici da un lato e il vescovo Rovellio dall’altro. Discussioni, contese, dispute che portavano fiumi di carta e inchiostro a invadere le segreterie della curia romana, del patriarca di Aquileia, delle magistrature veneziane. Ognuna delle due parti contestava all’altra vizi di forma, problemi di procedura, si rifaceva a precedenti sentenze e decisioni di tribunali civili ed ecclesiastici, cercava di dimostrare l’infondatezza dei titoli giuridici dell’avversario, che non poteva disporre delle rendite.
Così, quel giorno di maggio, Carlo Villabruna si avviava a celebrare all’altare di san Prosdocimo, vicino la sacrestia del duomo. I sacerdoti Andrea e Lusa avrebbero servito quella messa cantata, la più solenne del giorno. L’atmosfera delle chiese di allora, se paragonata alle chiese di oggi, non sembra particolarmente compita: la partecipazione consapevole dell’assemblea era pressoché nulla. I più si sarebbero semplicemente inginocchiati e segnati al momento dell’elevazione delle specie eucaristiche, raccogliendosi devotamente in preghiera quel tanto che bastava ad assistere alla consacrazione quando la squilla del campanello l’avesse annunciata. Per il resto, poco altro: nel tramestio della chiesa, dove probabilmente si officiavano insieme più e più messe, in un viavai di gente che vociava confusa, andava e veniva come capitava, quella celebrazione sarebbe passata del tutto inosservata, come migliaia di altre volte nella storia della cattedrale.
A un certo punto, però, qualcosa era successo, e quel rito frequente, consueto, quasi meccanico, forse, dovette incepparsi o almeno tentennare per qualche istante. Il prete Andrea si accorse che, nell’intercapedine tra la parete di fondo della chiesa e il paliotto dell’altare, c’era qualcosa. A una prima impressione dovette forse spaventarsi: lo scambiò per un bambino. Uno dei tanti che venivano abbandonati anche all’interno delle chiese. Era avvolto in panni e coperte e, così imbacuccato, stava immobile senza piangere o agitarsi minimamente. Non sappiamo cosa il prete pensò lì per lì, magari che il bambino fosse già morto o fosse troppo tardi per salvarlo, ma certamente dovette spaventarsi molto se, appena vista la scena, avvertì i canonici dell’inquietante presenza. La messa proseguì comunque e, concluso il rito, il fagotto fu discretamente prelevato e portato in un luogo lontano dalla vista di tutti. Con grande sgomento e stupore degli astanti, si tolsero gli involti e le coperte che lo avvolgevano: non era un bambino. Nascosta all’interno, c’era una statua di cera di fattezze maschili e di ridotte dimensioni (neppure 50 cm di lunghezza), cava, tenuta insieme da un pezzo di cartone, infilzata di spilli nella bocca, nelle “parti vergognose”, nel collo. Un pezzo di taffetà nero era annodato intorno allo spillo che la passava da parte a parte sul ventre. Era chiaramente un maleficio e il vescovo lo doveva sapere.
