Il Panfilo nel mondo – 4 novembre 2023
Per leggere i maestri di qua dalle bombe
Come leggere i maestri di sempre, Scholem, Benjamin, Rosenzweig, Buber, Cohen, Levinas, mentre le bombe su Gaza bruciano bambini e con loro tutta la più alta, nostra, cultura ebraica?
Si avverte un senso di disagio, di scempio. «Il volto dell’altro è più sacro di Sion», Levinas. Lo è, oggi? L’apparire dell’altro è la legge di Tabor: «non ucciderai». Dov’è il tuo Dio, tra le macerie di Gaza? Lo sappiamo, il Dio del Testamento Antico è anche il Dio della guerra, della vendetta e del dolore. Il Dio assolutamente altro dall’uomo, oasi nell’infinità incoerente del deserto (Hegel), che impone la più terribile uccisione ad Abramo. O quello della strage degli Efraimiti sul fiume Giordano (Libro dei Giudici, 12, 5-6), e via dicendo. Anche il Dio che si mostra nella sua massima negazione, al massimo del suo nascondimento e nell’abisso incommensurabile del dolore dell’uomo, che è polvere.
Per «pensare in modo che Auschwitz non si ripeta» (Adorno) e perché non l’ideologia ma (l’ideologia del) la scienza governino il mondo, si è decostruita la ragione occidentale, il logos greco, ogni immutabile e, ma di questo ci dispiace di meno, il cristianesimo. Perciò la ragione e la filosofia non avevano più nulla da dire, e pure la storia, a un certo punto, era finita. Tutto è passato per la falce della decostruzione, dello scientismo e del relativismo più ingenui, tutto. Solamente la cultura ebraica è rimasta intoccabile. Perché per criticare il fanatismo per il Dio d’Israele si rischia di passare per antisemiti, e ciò non va bene.
Ma se è sacrosanto combattere l’antisemitismo, ancora drammaticamente dilagante, si tratta anche di chiedersi quanto nella cultura ebraica vi sia di razzista, di etnicista ed elitista. Cosa significa, infatti, «popolo eletto», e come può pensare, un popolo eletto, la tolleranza? Che cosa implica un accomunamento basato sul sangue e sull’etnia?
Sappiamo bene che vi sono millanta interpretazioni del giudaismo che aborrono tutto ciò, che se ne liberano, finalmente. Quindi sappiamo, e ricordiamo a chi non vuol farlo, che l’Egitto e la schiavitù non sono solo un fatto tra i fatti della storia del mondo, non è una terra ma un luogo dell’anima. È una prigione dell’esistenza, in cui si è schiavi e bisogna uscire. Sappiamo che Gerusalemme non è un pezzo di terra. Ma lo sanno tanti ebrei, cristiani, musulmani? Qui tutte le religioni abramitiche sono sioniste, perché Sion è un luogo di manifestazione e non un luogo geografico. Gerusalemme è dentro all’anima, e sarebbe l’ora che cristiani, musulmani ed ebrei si liberassero da questa idolatria delle pietre, antiquari di reliquie, seminatori di morte. Sappiamo bene, soprattutto, che l’esodo è una metafora dell’esistenza. Della nostra erranza e caducità, «che l’uomo passi così sulla terra senza lasciare una traccia dietro di sé, come il sorriso sul volto o come il canto di un uccello nel bosco!» (Leisewitz).
Eppure, c’è anche lo stato etnico, la razza eletta, la terra promessa, data, da Dio. La nostra ragione, la nostra grande filosofia, ci permette di dire, senza tema di essere accusati d’antisemitismo, che “Terra promessa” è un concetto da fanatici superstiziosi. La stessa ragione ci dice che per lo stato etnico di Bibi Netanyahu, come per gli altri e anche per il nostro, non tutti i morti sono uguali, e si piangono solo i propri. Dov’è il volto dell’altro? Lo conosce, lo Stato di Israele?
Lev Sestov ha insegnato che veniamo da Atene e Gerusalemme. Ha ragione: Atene, Gerusalemme, e nient’altro. Come il Derrida lettore di Levinas si chiedeva se siamo greci o siamo ebrei, ce lo dobbiamo chiedere anche qui, noi, oggi. Chi siamo? Chi siamo significa anche cosa dobbiamo essere: greci. Perciò il logos, la ragione, contro ogni superstizione e fanatismo religioso, sia esso di Netanyahu, di Hamas e degli ayatollah.
Proprio perché ce lo ha insegnato Levinas, senza logos c’è solo superstizione. E non il mercato, la convenienza, ma il logos è l’anima dell’Occidente, se lo ricordi Europa l’evanescente. Con la ragione si arrivi a una tregua, ché solo ragione arresta violenza, anche se non vogliono farcelo credere. Così, come ha scritto Vincenzo Costa, non lasceremo il logos, e ancorati a quello continueremo ad amare Scholem, Levinas, Rosenzweig, Cohen, Buber. Resteranno i maestri di sempre, a partire dal logos.
