Pansatyrikon – 6 novembre 2023
I Dik Dik e il tempo in questione
Mattina, mi sveglio. Doccia, macchina, libri borsa agenda…ho tutto. Caffè velocissimo al bar prima di entrare a lavoro. E la preghiera del mattino dell’uomo moderno: leggo il giornale. Dal banco prendo il Corriere delle Alpi, vediamo se su Spettacoli c’è…ferma tutto. Titolo:
«I DIK DIK A FELTRE CON UNA COLLEZIONE DI GRANDI SUCCESSI SENZA TEMPO», articolo di Roberto Curto.
Quel titolo mi distrugge. I Dik Dik. All’Auditorium Canossiano. I Dik Dik. Sono in attività dal 1965. Millenovecentosessantacinque. Si sono costituiti nel ’65, come l’OLP. Sessantacinque…ci penso. Gli americani iniziavano a bombardare il Vietnam, assassinio di Malcom X, Martin Luther King marcia da Selma a Montgomery, Vittorio De Sica premio Oscar con Ieri, oggi, domani. La Repubblica Popolare Cinese si scontra con Taiwan, suona familiare. Da noi, inaugurazione del Traforo del Monte Bianco, no dai…Saragat e De Gaulle. De Gaulle! E poi i russi, gli americani. In Italia cominciamo a dir messa in italiano e finisce il Concilio Vaticano II.
Ma no, no, non è quello, non è per loro. I Dik Dik sono dei grandi, 58 anni di attività non li fai se non sei forte, direbbe Celentano. È il titolo, è l’articolo che mi distruggono. «Senza tempo», cosa vuol dire senza tempo? E cosa significa senza tempo, qui a Feltre? Bisogna capire la filosofia del Curto, o del titolista. Ci provo.
Anzitutto, tempo. Tempus. Con un’etimologia un po’ forzata vi scorgiamo témnein, greco, tagliare. E così anche in Krònos viene pronunciato il krìnein, cioè il separare. Il tempo separa, recide, taglia. Separa le cose dal loro essere, e scandisce il “tempo” immobile dell’eterno, sempre presente. Immagine mobile dell’eternità, amicus Plato. Aeternus è sincope di aeviternus e l’aevum è l’aiòn, l’esser sempre e l’impossibilità di non essere. Dove non c’è tempo, c’è l’eterno. Aiòn. Il titolo intende il Krònos come eterno misurato numericamente e linguisticamente, o l’aiòn, il tempo senza misura? Al Dio il tempo si manifesta nell’eterno presente, ma al Curto, ai Dik Dik, a noi? No ma comunque poi l’Einstein e Parmenide del Severino ce lo dice: il senso autentico del divenire è del tutto nascosto alla nostra cultura, il divenire è la manifestazione, il progressivo apparire dell’eterno, ossia del Tutto; quindi solo l’eterno può divenire. Quindi, dai che devo muovermi con ’sto caffè, quindi qui la questione è distinguere tra apparire trascendentale e apparire empirico-processuale, storico. No anzi, (guardo l’ora, devo muovermi, oh beh qui al polso il tempo conta!), è puro aristotelismo. Sempre le stesse cose, se l’atto precede la potenza. Perché la potenza, anche solo per essere potenza, dev’essere in atto come potenza. Quindi c’è solo atto, già da sempre e per sempre identico a sé. E quindi, no perché ormai mi sono incasinato, e quindi Nietzsche? Qui il titolo è tutto Nietzsche: eterno ritorno dell’uguale. Sicuro. O…no. Sempre le stesse cose, eterno ritorno dell’uguale, l’anello del ritorno… No, non riesco a temperare questo Caos, come il demiurgo platonico, non riesco più a capire se sono qui ora, o se sono lontano. Mi muovo? È passato il tempo, o è solo scesa tanta pioggia? Anzi non so dire, domande consuete, se dal cielo ora piova o non piova. Han messo brutto brutto prossimi giorni, Ciaran, non Cioran. Anche quello, l’uragano, lo chiaman brutto tempo.
Sto andan…e poi dai, Dik Dik, che bisogna star attenti a scriver bene, senza c. Dik Dik, si, il richiamo è evidente. Dike. L’apertura ermeneutica del nome della band alla dea Dike è inaggirabile. L’elisione della vocale finale è voluta e probabilmente dovuta all’intento di sceverare il termine da appartenenze di genere così da liberarne l’università del concetto. Cantori dell’eterno, veri eredi d’Orfeo. Nel Poema del venerando e terribile, il Parmenide, Dike guida verso la porta della Necessità il cammino incerto del viandante che crede, mortale dalla doppia testa, che l’essere possa non essere, che le cose possano mutare, che il tempo possa scorrere. O che ne è poi di quei frammenti dell’Eraclito oscuro, «non conoscerebbero il nome di Dike, se queste cose non esistessero (23)»; «L’uomo che più è in vista infatti conosce e tiene per fermo le apparenze. Dike condannerà gli artefici e i testimoni di menzogne. (frammento 28)»; «Elios non oltrepasserà le sue misure: se no le Erinni, ministre di Dike, lo troveranno. (frammento 94)». Ma tu guarda un titolo, che cosa può combinare. O forse è solo colpa mia. D’altra parte, ancora l’Oscuro, aveva ragione, frammento 87: «l’uomo stolto ama stupirsi ad ogni parola».
Sarà davvero il titolo? Ora però devo proprio muovermi, o arrivo tardi a lavoro. Sarà davvero il titolo? O sono io che non capisco i gusti della gente, e non c’entra la filosofia del titolista. Sì, non c’entra il tempo, c’entra lo spazio. Da un po’ di tempo qui attorno ci chiediamo cosa non resterà di questi anni 80. Non pensavamo anche degli anni Sessanta. È vero, non siamo un paese per giovani, non siamo un paese di giovani. Dai, basta… basta. Vado a lavoro e non ci penso più, che non mi metta anch’io a fare il moralista, quella sì è cosa da vecchi.
Alla fine, ci ho pensato tutto il giorno. Ma perché non dovrei andare? È il passato che ritorna, è Interstellar, è l’ultima stagione di Dark. Dai, vado o non vado? Fosse anche per un pubblico poco aggiornato, un poco attempato, mica piacciono a me le trap-pole dei giovani. E poi anch’io, su, mica son più giovane. Dai, vado o non vado? Ci penso ancora. Finché arrivano le 20:31, mercoledì 25 ottobre, un mio amico guarda: tutto esaurito. Un respiro di sconforto ed uno di sollievo. Ma va bene, mi arrendo. Niente Dik Dik al Canossiano, vanno già in tanti. Purtroppo e per fortuna, qui quello inattuale sono io. Il passato va di moda.
Nel 1965 Vittorio De Sica vinceva l’Oscar con Ieri, oggi, domani. Noi qui lo si vince a mani basse con Ieri, avant’ieri, l’altro ieri. Beato chi ascolterà i successi senza tempo dei Dik Dik dalle suore.
