Il Panfilo nel mondo – 31 dicembre 2024

Per le donne in Afghanistan - Le parole di Barbara Schiavulli a Belluno

Riportiamo il discorso della giornalista freelance Barbara Schiavulli, pronunciato ad un incontro cui abbiamo assistito in sala Bianchi a Belluno lo scorso 5 dicembre, organizzato dalla sezione bellunese della Consulta di Bioetica. Ringraziamo Davide Mazzon per aver organizzato la conferenza, resa ancor più attuale e cogente dalla notizia drammatica dell’arresto di Cecilia Sala in Iran, per “violazione delle leggi islamiche”.

“Parto dall’ultima notizia che arriva dall’Afghanistan. L’ultima possibilità di avere un’istruzione per le donne afghane, che dai 12 anni in poi non possono andare a scuola, era quello di studiare ostetricia o infermieristica. Da due giorni è stato vietato anche questo. Quando non ci saranno più ostetriche e infermiere, le donne in Afghanistan non avranno nemmeno più accesso alla sanità. Già non ce l’hanno in parte, perché non possono andare da un medico uomo, e se ancora ci sono le ong, questo sarà comunque ancora più difficile. Questo fa si che, soprattutto nei contesti più remoti, adesso la possibilità di accedere alle cure è praticamente finita. Se pensate che prima del 2021 c’erano perfino i chirurghi plastici, capirete come è cambiata la condizione femminile afghana.
Ma facciamo un passo indietro per contestualizzare, perché purtroppo i giornali in Italia raccontano le storie a pezzi e si perde la continuità della narrazione e della storia. Io la chiamo la mononotizia del giornalismo italiano: si parla di una guerra per volta. Prima c’è l’Ucraina, poi Gaza, poi ci si dimentica che ci sono ora 54 guerre in corso. Il buon giornalismo vorrebbe che tutto venisse raccontato, e non solo dei pezzi. Se questo non viene fatto, è impossibile pensare che le persone capiscano e scelgano autonomamente cosa fare. I giovani sono quelli che più subiscono le decisioni dall’alto, degli altri, spesso, vecchi, bianchi e potenti. E chi è più vecchio non ha molto tempo a disposizione, quindi che gliene importa di pensare ai prossimi cinquant’anni? Se io penso a quello che oggi ci stiamo respirando tra la guerra a Gaza, dove sono state sganciate 80mila tonnellate di esplosivo, e in Ucraina, in cui noi siamo perfettamente in mezzo, io immagino già cosa succederà tra trent’anni.
Io l’ho visto a Falluja dopo sedici. Falluja è una città irachena dove gli americani nel 2004 hanno raso al suolo due quartieri, perché c’erano i combattenti di Saddam. Sono tornata lì 16 anni dopo, nel 2020, e tutto era stato ricostruito, chi è sopravvissuto ha ripreso la vita normalmente. Poi, però, vado a visitare l’ospedale di maternità a Falluja e un bambino su quattro è deforme. Una statistica troppo alta per essere normale. Quindi la prima cosa che ti viene in mente è: cosa è stato sganciato lì? Se io vi dicessi che tra i vostri nipoti, tra trent’anni, almeno uno su tre nascerà deforme, forse la guerra vi colpirebbe di più.
Sì, la guerra ci deve colpire, personalmente, perché non ci basta vedere le immagini che arrivano da Gaza o dall’Afghanistan. Pensare che c’è un posto nel mondo dove le donne non possono andare a scuola perché sono donne, a me fa infuriare dalla mattina alla sera. Ma perché non lo sono anche tutti gli altri? Perché è possibile che si accetti che ci siano persone che a 17 anni scrivono e mi dicono “io se non vado a scuola mi do fuoco”? Sono aumentati i reparti antiustioni in Afghanistan, perché le adolescenti si danno fuoco per suicidarsi. Come è possibile, come mi diceva un amico di Gaza, alzarsi per voi ogni mattina e andare a lavoro e salutare i figli e non pensare che a 3 ore di aereo c’è chi i figli li ha persi sotto le bombe? Famiglie intere sterminate, e sterminio è la parola più appropriata che ci sia in questo momento.
Il mio ultimo libro sulle donne afghane non avrei mai voluto scriverlo, ma avevo bisogno di sfogare la mia rabbia. E di fare qualcos’altro: contagiarvi. Non vi voglio più istruiti o più informati su quello che sta accadendo in Afghanistan, ma più arrabbiati. Io voglio la gente arrabbiata. Voglio che la gente scenda in piazza. Trovo inaudito che il nostro Paese si astenga sulla risoluzione delle Nazione Unite. Scrivo di guerre da trent’anni e stiamo ancora ragionando se la guerra può essere una soluzione politica. La guerrà è il fallimento della politica. Io credo che le cose avvengono non perché lo decide la politica, ma perché lo si decide dal basso. Abbiamo combattuto contro l’apartheid, combattiamo contro l’apartheid di genere di milioni di donne afghane. La politica non salverà l’Afghanistan, la politica lo ha abbandonato, lo ha tradito, ha lasciato quelle persone sole, dopo che per vent’anni ha detto loro che avevano tutti i diritti. Gli americani sono usciti con un accordo di Trump, un accordo da principiante, che ha fatto il male degli afghani. La differenza tra il primo regime talebano, dal 1996 al 2001, è che quando i talebani hanno impedito alle donne di andare a scuola, la popolazione era al 97% analfabeta; alle ragazze di oggi, invece, è stato proibito dopo vent’anni di istruzione, di conquiste. Con gli accordi di Doha, Trump ha distrutto tutto.

Ma le donne in Afghanistan, giustamente, non vogliono lasciare indietro quanto hanno raggiunto in questi vent’anni. I diritti in Afghanistan si sono persi in 4 ore, questa è la lezione forse più grande: i diritti si possono perdere in qualsiasi momento, non sono indelebili, se ci distraiamo li perdiamo, perché c’è sempre chi te li vuole togliere.

Non possiamo permettere che nel 2024 una ragazza non possa studiare, non possa sognare. Sui diritti di base non si può transigere, e la risposta non è la guerra. Qualcuno dice che dobbiamo tornare lì, no. Perché i talebani vincono sempre, hanno vinto tutti. L’Afghanistan è la tomba degli imperi.
Ma di cosa hanno paura i talebani? Delle inchieste, della cultura, dell’istruzione. Per quello combattono le donne, perché sono l’unica chiave della continuità di una società civile. Se vogliamo sconfiggere l’estremismo, di qualsiasi forma, l’unica soluzione è investire sull’istruzione. In quei paesi, gli insegnanti sono davvero degli eroi, perché combattono l’ignoranza, il radicalismo, il patriarcato.
Gli insegnanti in Afghanistan vanno in galera, vengono frustati e torturati, come il mio amico Ismael, insegnante che in diretta televisiva ha strappato la sua laurea dicendo “se le mie sorelle afghane non possono studiare e insegnare, io non insegnerò più”. L’ho incontrato una settimana dopo, e gli ho chiesto cosa gli fosse saltato in mente e come avrebbe mantenuto la sua famiglia. Ha risposto:

«io ho insegnato una vita intera, a donne e a uomini, mia moglie è un’insegnate che ora non può più insegnare.
Quando mia figlia dodicenne mi ha chiesto cosa avesse di sbagliato per non poter più andare a scuola, mi si è spezzato il cuore. Se dovessi morire per aver fatto qualcosa che rappresenti cos’è giusto a mia figlia, sono disposto a morire».

Una settimana dopo è stato arrestato. È stato in galera nove mesi, solo per aver rivendicato il diritto di sua moglie e sua figlia di lavorare e studiare.
Per me, questi sono eroi”.