Attualità – 18 dicembre 2023

Non c’è Natale per i senza Dio

Quant’è il giro d’affari, perlomeno italiano, del Natale? Confcommercio parla di più di 50 miliardi per le tredicesime, una spesa per i regali di 8 miliardi, l’Ipsos stima che gli italiani, in media, useranno 223 € a testa per doni e pensierini. A questo bisognerebbe aggiungere i costi dei pranzi, degli alimentari, aggiungere quelli dell’energia per la preparazione dei cibi, della benzina per le visite a parenti e amici, dell’acquisto di beni come vestiti, di spese di rappresentanza di vario genere per decorazioni, estetica, e via dicendo. Se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo per incentivare i consumi: pratica consumista esecrata dai moralisti di ogni tempo, anche nei secoli passati attirava gli strali di predicatori che, in occasione delle celebrazioni natalizie, riversavano i peggiori improperi sui ricchi e i facoltosi e lo scialo che facevano in questa solenne occasione. Memorabili, al proposito, le corrosive invettive di un oratore caustico e geniale come il domenicano veneziano Daniele Concina (1687-1756) che arrivò a definire il Natale come uno dei più blasfemi sacrilegi mai architettati dalla perversione umana. Ogni anno, sotto il pretesto di celebrare Cristo, i veneziani-bene approfittavano delle festività per ostentare il lusso, la finezza nel vestire, la ricercatezza nell’addobbare le case e offrire pranzi luculliani agli ospiti. Il provocatore si chiese in alcune delle sue più virtuosistiche prediche, che teneva regolarmente al convento dei Gesuati, se forse non fosse venuto addirittura il momento di abolire questa festa, e con lei tante altre ricorrenze ormai distorte dal piacere malato della sfrenata ostentazione del lusso.

Da molti secoli, il Natale è occasione di scritture violente e ardenti che crocifiggono i mali dell’uomo moderno (l’edonismo, la ricerca del piacere, il gusto per il bello e il divertimento) e, dall’altro, per l’esibizione di quella melensaggine tipica della narrativa che ormai va bene per gli spot dei panettoni e i film Disney (e teniamoceli stretti, perché almeno sono tecnicamente ben fatti: gli epigoni sono stati tutti peggiori). In anni recenti, si è provato più volte a rilanciare in modo diverso una riflessione critica sul Natale, la sostenibilità ambientale, l’incompatibilità del messaggio cristiano che porta con la crescente secolarizzazione dei costumi. Un autore molto di destra, ma che mi è simpatico, come Thomas Stearns Eliot, metteva in bocca una bella predica al vescovo Thomas Becket nel suo Assassinio nella cattedrale: ammonendo i fedeli, Becket ricordava il paradosso del Natale. Nel celebrare il sacrificio del corpo di Cristo sull’altare, il sacerdote ripercorre la passione in cui l’uomo-Dio si è immolato per i peccati del mondo, le sofferenze, le torture, la crocifissione. Nello stesso tempo, però, ne celebra festosamente la venuta al mondo: e come si può conciliare la gioia di una nascita con il dolore per l’uccisione, la barbarie, la tortura? Nel mondo o la tristezza scaccia la felicità o l’allegria sovrasta il pianto. Non è così il modo di sentire dei cristiani, argomenta Eliot, perché il cristiano soffre ogni giorno nel vedere il male del mondo, il sacrificio necessario per vivere sulla terra, un po’ forse provare a cambiarla, migliorarsi, fare ammenda dei peccati. D’altro canto, è felice per la promessa che ci potrebbe essere un domani migliore. Con un colpo di genio, l’autore introduce l’angoscia per il martirio: qualche giorno più tardi, per mano del potere secolare, l’angelo della morte visiterà il trono episcopale di Canterbury e il pio Becket cadrà adempiendo al suo dovere di ministro di Dio. Come per Cristo, si soffre e si gioisce per i martiri, morti per la fede, la buona battaglia, l’evangelo: per la loro passione, ma anche per la loro iscrizione nel coro dei beati, si piange e si fa festa.

Il coerente zelo devoto di Eliot ci porta però a un altro problema. Quanti di noi effettivamente sentono, oggi, il richiamo del Natale cristiano? È ormai la sensibilità di una minoranza (lasciando perdere poi, l’attaccamento del poeta al martirio: per fortuna la bella morte e il suo mito, mi pare non godano oggi di buona fama o puzzano subito di terrorismo). Viviamo in una società multiculturale: anche se relativamente da pochi anni, cominciano a mettere radici anche in Italia popolazioni e comunità che praticano culti diversissimi e, spesso, provenienti da territori che neppure hanno poi storie di scontri col cristianesimo ma che, semplicemente, hanno intrattenuto con quella religione contratti troppo tenui e sporadici per sentirla come propria. Negli Stati Uniti ha sollevato non pochi problemi l’uso, invalso in certi contesti, di augurare un generico buone feste o, come più bottegheoscuramente faceva Napolitano, buon anno nuovo. Glissare sul Natale cristiano può essere un modo per cercare di essere un po’ più inclusivi, cercando una formula di compromesso buona per tutti.

Devo confessare un mio profondo disagio per questo tipo di ritualità. Come, d’altra parte, mi infastidisce la rivendicazione a gamba tesa – e urlata – del presepe come simbolo di intransigenza, di origine e radice cristiana della società attuale in cui viviamo, che è, o dovrebbe tornare a essere, una società bianca, religiosa, praticante. Ma praticante che cosa e praticante come? Non mi ha neanche mai molto convinto l’atteggiamento di chi si dice “laico”, “secolare”, “non credente” cercando semplicemente di dire, con tono pacifico, che “non crede”, “è agnostico”, anche quando l’intenzione polemica verso la fede sia la cosa più lontana possibile. Il Natale, non credo almeno, non turba e non mette nessuno al centro di grandi dilemmi morali: siamo tutti d’accordo sull’andare a mangiare fuori, stappare il prosecco, alzare trigliceridi e colesterolo. È anche ridicola… anzi no, francamente irritante – e mi fa venire voglia dell’8 per mille all’UAAR – una certa immagine moralistica e fintamente compassionevole dell’ateo come persona irrequieta, che non trova risposte, che non è mai soddisfatto. Anni fa mi è capitato di sentire porre questa domanda a una lezione universitaria: ma è davvero possibile un ateismo per le masse? In realtà, per mio personalissimo polso, mi pare che oggi si sia definitivamente sdoganato un ateismo popolare, senza dottrina, perfettamente compatibile con valori etici e morali sentiti in modo spiccio e tranquillo, senza grandi crisi di coscienza. Una buona fetta della società che non crederà alla nascita di quel bambino, alla sua missione, al suo messaggio, che comunque sarà contenta di passare qualche giorno insieme agli amici e ai propri cari: dobbiamo per forza salire sul pulpito di padre Concina (o dell’Odifreddi di turno: ma preferisco Concina) e bersagliare di accuse di ipocrisia questa gente?

Non c’è Natale per i senza Dio, ecco quello che penso: può andare bene un suo surrogato (d’altra parte, viviamo nell’epoca in cui si pontifica contro il “cibo chimico” e siamo inondanti di pandori, torte, biscotti al “pistacchio di Bronte” che vendono benissimo e non possono che essere prodotti di sintesi, a meno che a Bronte non si coltivi pistacchio per una distesa di campi paragonabile all’Amazzonia) e non credo ci sia niente di male, in tutta sincerità, in questo festeggiare il Natale anche sentendolo profondamente, da laici e secolarizzati, in aperta contraddizione con quello che si pensa del cielo. Tanti anni prima che Yoko Ono e John Lennon cantassero la melliflua e rompicoglioni Happy Xmas i processati dell’Inquisizione spagnola avevano già afferrato il concetto rendendolo in termini secondo me più simpatici: “ognuno si salverà nella sua legge”. Sia nato per i peccati del mondo, o meno, non importa; chi crederà nel messaggio di Cristo si salverà con la sua coerenza e i suoi valori, che sono più importanti di ogni altra cosa. Come a dire: altro che dibattito tra la fede e le opere, contano solo le opere. Se si fa il bene anche per un’altra convinzione, l’importante è tagliare il traguardo della rettitudine. L’importante è che ci sia il motivo giusto, fare il bene per convinzione e basta, senza angosce e desideri di autoaffermazione (altrimenti, ci rimprovera ancora Eliot, è la pseudosantità; o, ci direbbe Freud: è la nevrosi; diremmo noi: è l’affettazione o fare le cose per forza, il che le rende un bel po’ più noiose e pesanti). Gira e rigira, i valori dei credenti sarebbero gli stessi di tutti gli altri, quale che sia o non sia il loro Dio. Diverse strade, un solo traguardo: il problema è non perdersi lungo il percorso. E allora va bene anche il Natale surrogato, il Natale di sintesi, il Natale di plastica, se porta qualche pungolo critico alla nostra coscienza. Niente di male se non porta a nulla, tutto di guadagnato se aggiunge qualcosa. Come diceva quel tale (mi pare una bella morale anche per un’etica atea e laica): “tutto è lecito, ma non tutto edifica”.

Eddy Benato
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