Attualità – 29 aprile 2024

Morire di lavoro e vivere per lavorare - Riflessioni verso il Primo Maggio

Morti bianche e vite nere. Titoliamo così i due piccoli capitoli con cui ci prepariamo alla Festa dei Lavoratori. Le morti bianche, una tragedia quotidiana che in Italia tocca ogni giorno quasi tre lavoratori e di cui si continua non fare e parlare abbastanza. Vite nere, quelle vite vissute per lavorare, in cui il lavoro occupa tutto il tempo della vita e non permette all’uomo di essere ciò che è: un uomo e non un ingranaggio.

Morti bianche

In Italia si muore di lavoro ogni giorno, tant’è vero che, purtroppo, questo stillicidio non fa più notizia, se non quando la morte è particolare dolorosa.

Una delle ultime tragedie sul lavoro è stata la morte di Salvatore Nicolosi, autista pavese di 45 anni, avvenuta dopo giorni e giorni di atroce agonia dovuti alle ustioni provocate dal fenolo. Dieci giorni fa, il 19 aprile, sono morti cinque operai sul posto di lavoro in un solo e orribile giorno, due di questi avevano solamente 22 e 23 anni. Manuel Cavanna, 22 anni, colpito al petto da un tubo di ferro e morto sul colpo. Mohammed Hassan, giovane egiziano, morto risucchiato da una macchina compattatrice tritarifiuti. A quel venerdì nero d’aprile, si registravano 328 morti in Italia nel solo 2024, una media di 3 decessi al giorno. A queste morti ne vanno aggiunte altre, tra le quali l’ultima (sperabilmente, ma probabilmente già tristemente superata) quella di Salvatore Nicolosi.

A ridosso della Festa nazionale dei Lavoratori, il 28 aprile ricorre la Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro, un’occasione per riflettere sullo stato di inciviltà del nostro Paese in materia di tutele sul lavoro. Domenica scorsa è stato così presentato dall’Inail l’ultima rilevazione provvisoria di morti ed incidenti sul lavoro – tema di cui ci eravamo già occupato nel numero 07/24 del 20 febbraio, “Morti che non contano”. Secondo questo report, lo scorso anno 2023 sono stati segnalati quasi tre morti sul lavoro al giorno: 1.041 morti bianche denunciate e pervenute all’Inail. La stima degli incidenti mortali plurimi ammonta a 15, per un totale di 36 vittime. Nel 2023, secondo Inail, tra gli incidenti mortali da una parte sono diminuiti quelli sul tragitto verso il lavoro, dall’altra sono aumentati quelli avvenuti in occasione di lavoro, ben 799. Quanto al genere ed all’età, il 91,7% dei casi sono uomini con quasi la metà nella fascia tra i 50 e i 64 anni.

Le denunce di infortuni sul lavoro sono invece in netto calo rispetto al 16,1%, ma per il semplice motivo che nel 2022 i rilevamenti erano influenzati dai dati Covid. I numeri Inail degli infortuni del 2023 descrivono oltre 585mila denunce, nelle quali il Nord-Est occupa il 18,9%. Le denunce di malattia professionale rilevate sono quasi 73mila (+19,7% rispetto al 2022), di cui il 73,7% uomini, il 63,3% per patologie del sistema osteo-muscolare e del tessuto connettivo. In aumento del 12,6% le malattie del sistema nervoso ed anche i tumori, passati per l’Inail da 1.630 denunce a 2.018 (+23,8%).

Vite nere

Non si vive per lavorare e non si vive di solo lavoro. Uno dei temi su cui bisognerebbe ancora riflettere il prossimo Primo Maggio è questo: non siamo ingranaggi, non siamo macchine. Primum vivere. Oggi più che mai, il lavoro toglie il tempo alla vita. Organizziamo i nostri hobby, interessi e desideri in base ai rimasugli di tempo libero dal lavoro, quasi come se la vita fosse quel che resta tra un turno e l’altro, e così viviamo per lavorare, alienati da noi stessi. 

Come nella sfera del privato e del singolo, così anche in quella del pubblico. Infatti, anche la partecipazione politica, o civica e volontaristica, è sempre più debole: dove trovare il tempo per riunirsi a discutere, organizzare, partecipare? Come chiederlo a chi ha minuti contati, e magari anche una famiglia? Tutto, in una società sempre più atomizzata e uniformata nei desideri, nelle ambizioni e nella competizione, rende impossibile l’organizzazione e la riflessione condivisa. Non è un caso che non solo i partiti si siano svuotati ma anche le associazioni, né che alla cosa pubblica si dedichino solo chi di tempo ne ha in abbondanza, la nostra generazione di pensionati (la stessa generazione che incolpa i giovani di essere disinteressati e sdraiati). Basta guardarsi intorno.

Una faccenda antica, questa dell’alienazione, che da Marx in poi non ha certo trovato risoluzione e che costringe ancora ad una riflessione sul tempo della vita e il tempo del lavoro. Da una parte le nuove tecnologie, in particolare l’intelligenza artificiale, imporranno necessariamente una ridefinizione dei rapporti di produzione. Dall’altra va trovando un appoggio sempre maggiore l’introduzione della settimana corta. La riduzione dell’orario di lavoro è sicuramente un primo e grande aspetto positivo, motivo per il quale essa va sostenuta, purché si pongano due condizioni: i salari rimangano invariati ed essa non rimanga nella logica (e retorica), affatto capitalistica, della produttività. Ovvero, il “lavori meno così produci di più”, perché reduplicherebbe, forse all’estremo, la logica della flessibilità e dello sfruttamento, nonché la riduzione macchinica del lavoratore. Si tratta di lavorare meno perché la nostra vita è altro, di più, incommensurabilmente di più del lavoro e dell’arricchimento materiale. Primum vivere, deinde lavorare. Con Jean-Luc Mélenchon:

«Noi non difendiamo soltanto il diritto di godere una pausa nell’esistenza. Noi soprattutto affermiamo che il tempo della vita, quello che conta, non è soltanto quello considerato utile perché dedicato a produrre. Il tempo libero non è un tempo di inattività ma un tempo di cui possiamo disporre, di cui possiamo decidere cosa fare: vivere, amare, non fare nulla, se così ci piace, occuparci dei nostri cari, leggere poesia, dipingere, cantare, oziare. Il tempo libero è quello in cui abbiamo la possibilità di essere totalmente umani».

A ben vedere, infine, c’è ancora una categoria oltre a chi vive e muore di lavoro: chi al lavoro non riesce ad arrivare od a restarci. Si tratta dei disoccupati e dei precari, in larghissima parte giovani. Non riescono nemmeno ad immaginarsi una vita stabile e sono costretti a rimanere o ritornare a vivere dai genitori né possono lontanamente pensare di creare una famiglia. Come dire loro primum vivere deinde lavorare? Che vita è se non è possibile lavorare? E così il consueto nodo gordio di problemi irrisolti: disoccupazione, lavoro nero e sotto-tutelato, precarietà e disagio giovanile, fuga dei cervelli, denatalità. Quando scoppierà tutto questo?

La speranza non può che essere in un nuovo maggio, contro la morte di lavoro, il precariato e la disoccupazione. Ma anche contro un’ideologia che fa equivalere il tempo al denaro, l’uomo alla macchina, il lavoro alla vita.