Attualità – 29 aprile 2024

La destra contro i vescovi - Tra razzismo, antieuropeismo e minacce alla libertà della chiesa

Nell’estate 2018 in diverse diocesi italiane i vescovi ordinarono di celebrare messe con un’intenzione particolare, da trarre dai formulari Ad diversa del messale romano: per il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Colpevole di aver detto di no alla rosa di ministri proposta da Di Maio e Salvini, fu subissato di critiche e di attacchi (gli stessi, coerentemente, lo rielessero nel 2022). Il collegio episcopale espresse solidarietà al capo dello stato e ordinò al clero di pregare Dio per la repubblica, per la democrazia, per la costituzione. Segno che i rapporti tra Cei e centrodestra si stavano incrinando in modo irreversibile, questo episodio decretò la fine definitiva del ruinismo.

Due parole sulla Cei. L’episcopato italiano ha sempre sofferto, rispetto gli altri gruppi di vescovi cattolici d’Europa, di una scarsa coscienza. Vari i motivi: già nel Cinque e Seicento, scriveva Mario Rosa, i vescovi della penisola apparivano come “i vescovi del papa”, sostanzialmente con molto poco in comune tra di loro che non il rapporto privilegiato (e di controllo più intenso che altrove che veniva per questo esercitato su di loro dalla Sede apostolica) con il papa. Non era così in altri paesi, dove o i vescovi si incontravano più spesso tra di loro, o dialogavano molto di più col proprio territorio e i poteri del luogo (re, città, patriziati, comunità varie che fossero). La stessa cosa è rimasta valida per l’Ottocento: se si aggiunge anche quel periodo di totale contrapposizione diplomatica che andò ben oltre la breccia di Porta Pia nel 1870, si capisce come mai sia Pio IX (1846-1878) che i suoi successori come Leone XIII (1878-1903) e Pio X (1903-1914) continuassero a nutrire grandi dubbi sull’opportunità di radunare in assemblea i vescovi italiani. A questo si aggiunga la tentazione (sconfitta) che i vescovi francesi avevano di fare combriccola a sé, sotto l’egida dei Borbone, tra Cinque, Sei e Settecento. In realtà ormai non restava molto di quel vecchio uso e un tentativo in quel senso, su spinta di Napoleone, fu un fallimento così colossale che minò, e non di poco, l’autorità e la popolarità dell’imperatore. Tutti questi antichi pericoli si temeva tornassero a riaffiorare nell’Europa del liberalismo.

Non erano molto più che fantasmi, e neppure di fronte al dogma dell’infallibilità papale nel 1870 insorse l’episcopato europeo: soltanto quello tedesco e austriaco che, trent’anni dopo, fronteggiò con abilità i tentativi di Pio X di togliere loto terreno sotto i piedi (e i vescovi tedeschi riuscirono, con destrezza, a risolvere i problemi di dissenso interno senza ingerenze della santa Sede). Tutto questo per dire come solo nel 1952 Pio XII (1939-1958) volle, e impose con forza, la nascita della Cei. Pure quel papa accentratore trovava strano che i suoi confratelli italiani fossero così restii a riunirsi tra di loro e gli sbandamenti iniziali dell’episcopato d’Italia al concilio Vaticano II mi pare mostrino bene come si facesse fatica a fare massa e gruppo. Pure, con Paolo VI (1963-1978), continuò quella tendenza dei papi a ingerirsi molto nelle decisioni episcopali della penisola. Sarebbero stati solo i presidenti Poletti (1985-1991) e più tardi Ruini (1991-2007) a riportare in grande spolvero la Cei come organismo presente sui media e gruppo di pressione politica.

Ruini, wojtyliano di ferro, imperniò tutta la sua polemica sui “principi non negoziabili”: no all’aborto, no all’omosessualità, no all’eutanasia, no alla fecondazione assistita. Sarebbe stato carino che la chiesa si fosse ricordata anche di altri diritti non negoziabili come la dignità dei lavoratori, giusto per fare un esempio. Ma Giovanni Paolo II parlava quasi solo di sesso, come se non ci fosse altro nella vita. Bagnasco, pur con minore veemenza, proseguì in parte su questa linea: fu lui il co-organizzatore del primo Family Day nel 2007 e fu lui a insistere per la più vergognosa pagina della storia del cristianesimo italiano e della storia della politica degli ultimi vent’anni, cioè la vera via crucis imposta a Eluana Englaro (e la croce che impugnavano e che cercarono di caricare a lei e alla sua famiglia non era certo la croce di Cristo). Nel 2013, ritiratosi in convento Ratzinger ed eletto Francesco, Bagnasco si è trovato improvvisamente in una posizione scomoda. In effetti, Paolo VI aveva immaginato una Cei guidata sì dal presidente (come appunto Poletti, Ruini, Bagnasco) ma anche dal segretario generale (mi ricordo Tettamanzi, 1991-1994, non sempre molto concorde con Ruini), figura che si era limitata, soprattutto con Ruini, a fare poco altro che da tesoriere e organizzatore. Le cose erano cambiate, complice anche l’indebolimento di Ruini negli ultimi anni (il Segretario di stato che è il ministro degli esteri del Vaticano, Tarcisio Bertone, gli era molto ostile): Francesco accelerò questo decorso. E qui arrivano le frizioni con il centrodestra. Dal 2013 è diventato prima segretario ad interim, poi effettivo, Nunzio Galantino, vescovo di Cassano all’Ionio (provincia di Cosenza). Polemico fin dal principio con l’alto grado di xenofobia presente in Italia, Galantino non le mandò certo a dire a Salvini, alla Lega nord (che ancora si chiamava così), a Giorgia Meloni. Impegnato nell’accoglienza, Galantino ha evidenziato, anche in modo strumentale se si vuole, la continuità di vedute tra Francesco e Benedetto XVI sul problema dell’immigrazione e del dovere dell’accoglienza che il vangelo impone a tutti i cristiani. Aveva anche le sue ragioni in realtà, ma questo è un altro discorso (Ratzinger fu più netto su questo dovere della carità di quanto l’era stato Giovani Paolo II). Quando si discusse del disegno di legge Cirinnà, Galantino impose che la Cei non aderisse al Family Day. La protesta della chiesa si fece certo sentire, ma non con quella pienezza di mezzi che fu usata dieci anni prima per i Pacs e i Dico del governo Prodi. Fu un grande smacco per Bagnasco. Kiko Arguelo, il fondatore del Cammino neocatecumenale, movimento carismatico conservatore, tuonò che monsignor Galantino non amava i vescovi e pretendeva di dettare legge, ma il papa era con loro. Arrivarono i fulmini della Segreteria di stato che difese il vescovo, smentirono questi retroscena e incoraggiarono i movimenti carismatici a rispettare l’episcopato italiano.

Neutralizzato Bagnasco, quando Salvini gli diede del comunista, Galantino fece spallucce e, nel 2019, di fronte i rimproveri di Ruini che ricordava come bisognasse comunque tenere aperto un canale con la destra, replicò freddamente: “dialogare con Salvini non mi interessa”, ribadendo insomma che Ruini, da pensionato, non rappresentava proprio più nessuno. L’orientamento anti-destra della Cei si è accresciuto negli anni anche con le scelte editoriali di Avvenire. Il risentimento nell’episcopato, soprattutto quello più riformista, verso papa Ratzinger non era poco, perché quando nel 2009 era partita la campagna mediatica di Feltri contro Dino Boffo, direttore del giornale dei vescovi, il papa non aveva fatto niente per difenderlo. Il nuovo direttore Marco Tarquinio, uomo del dialogo, ha progressivamente spostato le frontiere della pubblicazione.

Pur rimanendo, ovviamente, conservatore sui temi etici (anche se con qualche apertura sulle unioni civili negli ultimissimi tempi), Avvenire è senza dubbio un giornale europeista, per il dialogo con l’islam, atlantista ma in modo critico (a differenza di papa Francesco ha ribadito che un dialogo con Putin, ancora in questa fase del conflitto, non è possibile e che se la dottrina della guerra giusta è una cosa vecchia da mandare in soffitta, l’autodifesa di fronte alle invasioni da parte delle dittature è un principio inderogabile: altrimenti prevarrebbe la legge del più forte) come ha dimostrato negli ultimi tempi con la questione della guerra nel vicino Oriente, il quotidiano ha fatto sentire la sua voce contro la gran parte delle urla e dei lanci di stracci di Meloni, Salvini, Berlusconi e servi vari degli ultimi anni. Anche su questioni prettamente religiose, la Cei ha dovuto ribadire le sue prerogative e difendersi dalle ingerenze più del centrodestra che del centrosinistra (esclusa la legge Zan): penso alla lunga polemica per quei vescovi che decisero di vietare la recita, nelle celebrazioni religiose, della preghiera dell’alpino, con giunte comunali leghiste che provavano a forzarne la lettura e il grido indignato di chi, giustamente ricordava come se si toglie alla chiesa la libertà di decidere dei suoi riti, si finisce per toglierle tutto quello che può fare senza pregiudizio per nessuno. O, ancora, penso al caso della veggente di Trivignano Romano, che è stata difesa dalla destra più becera (dico Alemanno) mentre da tempo la conferenza episcopale del Lazio aveva addirittura minacciato e poi eseguito un decreto di scomunica per quanti partecipassero ai suoi riti. Ovviamente le cose sono continuate a guastarsi con il nuovo presidente della Cei, dico il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, che ha proprio nella giornata del 27 aprile, espresso orrore per le parole sui disabili del candidato della Lega all’Europarlamento Roberto Vannacci. Ancora, Avvenire ha preso pesantemente in giro i toni da crociata antieuropeista della campagna elettorale della Lega, che crede di convincere qualcuno di fare la voce grossa, quasi fosse un referendum sull’Europa. In realtà, queste grida sono una dichiarazione di totale impotenza e di terrore che Giorgia Meloni possa fagocitare Salvini e l’oblio possa inghiottirlo.

Insomma, come spesso succede, proprio chi bercia è chi fa più danni. Altro che le radici cristiane dell’Europa: le catene sovraniste sulla chiesa. Per una volta che ci siamo liberati dell’alleanza tra trono ed altare, anche se la religione non ci interessa, è giusto difendere la libertà dell’altare: libera chiesa in libero stato, anche se promuove ancora atteggiamenti che sanno di omofobia e misoginia. Perché gli avversari non si ammutoliscono. Si contestano.