Attualità – 15 gennaio 2024
Morire di carcere a vent’anni
Nel 2023 si sono registrate 67 morti per suicidio nelle carceri italiane. Un’enormità. Una tragedia. Ed il 2024 è iniziato ancor peggio, con due suicidi drammatici: Matteo Concetti, di soli venticinque anni e Stefano Voltolina di ventisei.
Attualmente, i detenuti nelle carceri italiane sono circa 60 mila, e sono in aumento, determinando così l’aggravarsi del sovraffollamento dei centri penitenziari italiani. Che fare? Come ha scritto Patrizio Gallina su Il Manifesto dello scorso 16 dicembre «Ogni detenuto morto suicida è sicuramente una storia a sé che non si risolve andando alla ricerca di capri espiatori da sanzionare. Non si risolve sanzionando il poliziotto che si sarebbe distratto o lo avrebbe perduto di vista per qualche secondo fatale. Si affronta guardando alle cause sociali, culturali e strutturali del sistema penitenziario italiano. Modernizzando una vita penitenziaria che ancora si snoda con ritmi e riti premoderni; aprendo le carceri al territorio; non chiudendo le persone in cella per venti ore al giorno; non burocratizzando tutta la vita penitenziaria; non rendendo difficile ogni contributo esterno di volontari, associazioni, cooperative, scuole e università; riempiendo di vita le giornate delle persone; assumendo migliaia di giovani operatori che abbiamo la voglia e il tempo di trasformare numeri di matricola in donne e uomini con i loro problemi, le loro storie, i loro fallimenti».
Lo scorso 5 gennaio, Matteo Concetti, originario di Fermo, si è tolto la vita nel carcare di Mantacuto. Le indagini della Procura di Ancona, che ha accertato come causa della morte il suicidio, sono ancora in corso. Il quotidiano La repubblica ha riportato che il giovane avrebbe riferito alla madre: «Mamma, mi devi portare fuori di qui. Non ce la faccio più. Devi chiamare Ilaria Cucchi, qua mi fanno fare la fine di Stefano». Disperata, la madre aggiunge che «Se solo gli avessi dato ascolto quindici giorni fa, chissà, forse sarei riuscita a portarlo fuori da quell’inferno dove me l’hanno ucciso Cucchi l’ho chiamata ma solo venerdì, poche ore prima che Matteo si uccidesse». Ciò che rende ancor più sconcertante questa morte, e ciò su cui indaga la Procura, è che Concetti soffriva di un disturbo psichiatrico accertato, era bipolare: «in carcere non ci poteva stare. Tantomeno in isolamento, senza nessuno che lo controllasse, impaurito e agitato com’era. Venerdì mattina, nell’ultimo colloquio che abbiamo avuto, lo ha detto a me e a suo padre davanti alle guardie e a un’avvocatessa: “Mamma, mi ha detto, se mi riportano giù in isolamento mi impicco”. Io ho chiesto aiuto a tutti, nessuno mi ha dato ascolto e hanno lasciato che si suicidasse. Ho chiesto rassicurazioni alle guardie, le ho implorate che non lo lasciassero solo. Ho chiesto aiuto all’infermiere che era venuto per dargli una terapia che non gli hanno invece voluto far prendere, ho chiesto di poter parlare con il medico. “Oggi non c’è nessuno, non possiamo aiutarla”, mi hanno risposto. Ho chiamato il cappellano, gli avvocati, il tutore che gli era stato nominato. Nessuno mi ha ascoltato. “C’è il weekend di festa, poi ne parliamo”. Come si è impiccato? Gli avevo portato delle patatine, degli affettati e non me li hanno fatti entrare per motivi di sicurezza – conclude la madre – Quando sono entrata in carcere mi hanno fatto togliere la cintura del cappotto. E lui invece è riuscito ad impiccarsi in cella. Come è possibile? Adesso denuncio tutti. Denuncio il carcere e lo Stato che me lo ha ammazzato».
Purtroppo, il caso Concetti non è stato l’unico di questo gennaio. La sera di lunedì 8 gennaio, infatti, al carcere Due Palazzi di Padova Stefano Voltolina si è impiccato con la cintura di un accappatoio. Aveva 26 anni. A metà del 2028 avrebbe finito di scontare la sua pena. Un altro ventenne che si è ucciso nelle carceri italiane, quindi sotto i nostri occhi, quindi nelle mani dello Stato. Due in meno di una settimana. Come per Concetti non vogliamo essere noi a commentare, ma preferiamo riportare le parole di Manuela Mezzacasa, sua ex insegnante alle scuole medie e volontaria dell’associazione Granello di Senape-AltraCittà nella biblioteca della casa di reclusione, dove aveva ritrovato il suo ex alunno. Questa la sua lettera aperta, integrale, diffusa dalla onlus “Granello di Senape”:
«L’ultima volta che l’ho intravisto, era lui, camminava mestamente davanti a me nel corridoio con un agente, ma quando sono arrivata davanti al cancello erano spariti. L’avevo riconosciuto dalla camminata e dalla figura, piuttosto massiccia. In biblioteca invece mi avevano colpito lo sguardo e il modo di muoversi: erano arrivati in due, l’altro piuttosto sguaiato, lui taciturno, mi aveva fatto tornare in mente un mio alunno delle medie di tanti anni prima. Poi qualche frase e ci siamo riconosciuti, “Prof, ma aveva i capelli lunghi e biondi…”. Già, e lui era un ragazzino molto speciale.
Ci era capitato tra capo e collo all’inizio dell’anno, affidato a una casa-famiglia del Villaggio Sant’Antonio, la scuola media dove inserirlo era la nostra. Alla prima riunione con l’équipe mi ero veramente arrabbiata: come potevano immaginare che saremmo stati in grado di gestire un caso così impegnativo… Mai frequentato regolarmente la scuola, nessuna idea di cosa fosse un qualsivoglia regolamento. Eppure… Anch’io sono scappata da scuola in seconda elementare, forse qualcosa mi avvicinava a lui, o era lui a farsi benvolere. È stato mio alunno per due anni, prima e seconda media, alla fine ce l’avevamo quasi fatta. Certo, ogni tanto usciva dalla classe e allora… inseguimenti per i corridoi e le scale, molto pericoloso, ma i ragazzi della Santini non si sono mai divertiti tanto.
Decidemmo di essere sempre in due, per non dover abbandonare lui o gli altri; il preside stava in classe con noi nelle ore senza insegnante di sostegno. Poi l’abbiamo bocciato, devo dire così perché il voto è di maggioranza, ma ovviamente non ero d’accordo. Così l’anno dopo lui aveva perso i compagni, che nel frattempo gli si erano affezionati, e gran parte degli insegnanti. Un giorno, durante una lezione, vedo i ragazzi di fronte a me irrigidirsi e guardarmi con occhi spalancati. “Ragazzi, che cosa succede?”. “Prof, c’è Stefano…”. Seguo i loro sguardi e lo vedo, fuori dalla finestra, sul cornicione che collegava tutto il primo piano della facciata. Era venuto a salutarci, uscendo dalla finestra della sua aula e raggiungendo la nostra, ci sorrideva, questo era Stefano.
Ma chi era Stefano Voltolina? Spesso mi aveva parlato di sé e della sua famiglia, veniva da Chioggia, suo padre pescatore. “Prof, ma non sa cosa sono le tegnue?”. Il suo mondo erano il mare e un cantiere di sfasciacarrozze dove passava le giornate con una banda di ragazzini, invece di andare a scuola. Lui sapeva più di me, senza dubbio. Scriveva bene, era sveglio, curioso, buono, si può dire?». Ho conosciuto la madre e il padre, gli volevano bene, non ce la facevano a stargli dietro, non ricordo quanti figli avessero. Certo, Stefano per due volte riuscì a raggiungere Chioggia in bicicletta, fuggendo dalla casa di Noventa Padovana. Mi diceva: “Non vedo l’ora di avere diciotto anni”. “E cosa farai?”. Rideva: “Torno a Chioggia”.
Con i miei alunni avevamo un’abitudine, se avevano trovato un libro interessante potevano consigliarlo a me e ai compagni. A Stefano avevano regalato l’autobiografia di una velista che a diciotto anni aveva circumnavigato in solitario, vincendo la competizione. Non so se l’avesse letta davvero, ma me la portò. Ero scettica, ma la lessi e mi piacque molto. Ecco, in mezzo ai libri ci siamo ritrovati, per poco. Tre volte è sceso in biblioteca durante il mio turno: abbiamo parlato dei suoi progetti, la musica, la scrittura.
Il secondo giovedì si interessò al concorso di poesia che stava per scadere; con la collaborazione di Enrico riuscimmo a spedire per il rotto della cuffia una poesia dedicata a una ragazza. Il ritmo era giusto, diedi solo qualche aggiustatina con il suo consenso, spero si possa recuperare. Il terzo giovedì mi portò tre fogli scritti a mano, con riflessioni filosofiche (se non sbaglio la settimana prima aveva preso un testo di Nietzsche): volle che le leggessi insieme a lui, lo facemmo. Gli chiesi spiegazioni di varie espressioni, e lui mi diede le sue risposte. Stamattina, riguardando i fogli che lui insistette per lasciarmi, con mio marito concordammo che erano un collage di frasi selezionate da testi filosofici, quelle che lo avevano colpito, credo, in cui si riconosceva.
Ci lasciammo con un piccolo progetto di lavoro a tre: Tiziano avrebbe raccontato le sue storie, Stefano le avrebbe scritte («Io non me la sento di raccontare la mia storia», «Ma non ti preoccupare, tu scriverai le storie che Tiziano racconta», «Allora ok»), io avrei fatto il mio mestiere di correttrice. Mi piaceva, apriva una prospettiva diversa anche al mio ruolo lì dentro. Non l’ho più rivisto. Cosa posso dire adesso? Abbiamo fallito, come altre volte. Facciamo almeno qualcosa per non dimenticarcelo, il nostro fallimento. Di lui, di Stefano, io non mi potrò mai dimenticare».
