Attualità – 16 aprile 2024

Maledetta primavera - Il clima d’inizio primavera 24

In questi giorni, sui social tutti (ma proprio tutti: famosi, sconosciuti, sconosciuti convinti di essere famosi) cantano la celeberrima Maledetta primavera dell’insuperabile Loretta Goggi. Anche quest’anno Primavera ha avuto troppa fretta di arrivare, anzi si è superata ed è arrivata prima d’ogni altro anno. Non parliamo d’innamorarsi ma d’acclimatarsi, non d’amore ma di clima. Cosa ci raccontano, allora, i dati sul clima di quest’inizio primavera 2024?

Il marzo più caldo di sempre

I dati rilevati dal Copernicus Climate Change Service della Commissione Europea hanno classificato il mese di marzo 2024 come il marzo più caldo a livello globale da sempre, con una temperatura media dell’aria superficiale di 14.14 gradi centigradi. Si tratta di 0.73°C sopra la media di marzo del trentennio 1991-2020. Nell’ultimo cinquantennio del 1800, il periodo di riferimento preindustriale, la temperatura media di marzo è stimata addirittura di 1.68°C più fredda di quella del mese appena passato. Per quanto riguarda l’Europa, la temperatura di marzo 2024 non è la più alta di sempre, in quanto il marzo 2024 è stato più caldo di 0.02 °C, ma comunque al di sopra di 2.12°C rispetto alla media 1991-2020. In verità, ciò che rileva continuamente Copernicus è ben più grande: da maggio 2023 ogni mese supera il proprio record di caldo mai registrato. Altro dato rilevante registrato da Copernicus è la temperatura degli oceani, anch’essa più alta che mai per il mese di marzo: 21.07°C nella fascia 60°S-60°N. Ultimo record in ordine di tempo risale al 14 aprile, quando a Chamonix si sono toccati i +27.8°C in valle. Per dire: una temperatura più alta di tutti i giorni dell’estate del 1977.

L’epoca del cigno grigio: record non significa più nulla

Il fatto che Copernicus rilevi, ormai quasi da un anno, come ogni mese sia il più caldo di sempre porta necessariamente ad una riflessione su quanto serva parlare continuamente di record negativi, cui ormai ci siamo assuefatti. Il cambiamento climatico è un fatto totale globale, una catastrofe in cui stiamo vivendo, non una catastrofe che stiamo aspettando. La è già qui, la nostra era è l’antropocene. Quindi perché parlare di record? Cosa rappresentano? Certo, da una parte sono un buon monito, un avviso importante, tanto più se considerato che i negazionisti della crisi climatica ancora inquinano il dibattito pubblico e le scelte politiche. D’altra parte, però, il record è diventato ormai quotidiano. La normalità. L’eccezionale è oggi normale, e per questo le due categorie vanno in qualche modo ridefinite. Se l’extraordinario è ordinario, non ha più senso parlare di record. In questo senso sembrano interessanti le parole di Zoë Schlanger su The Atlantic: «siamo cresciuti nell’epoca dei cigni neri, eventi completamente imprevisti che hanno sconvolto il mondo e le nostre vite, l’11 settembre, il crollo di Lahman Brothers, la pandemia. Tutta la nostra autobiografia sotto forma di shock collettivi. Il clima sta funzionando in modo diverso: sono cigni grigi, la dimensione dello shock è la stessa, ma allo stesso sappiamo che arriveranno, non possiamo nemmeno dircene sopresi, una serie di traumi calendarizzati. Un mondo di prevedibili eventi senza precedenti. I record di temperatura di atmosfera e oceani sono anticipazioni, il fuoco di cottura sotto i cigni grigi dei prossimi mesi e dei prossimi anni. Di cosa, non lo sappiamo. Ma come detto, non potremo dirci sorpresi».

Green Deal: Roma con (anzi peggio di) Budapest

In tutto questo, che fa l’Italia? Semplice, si oppone alla direttiva sul risparmio energetico degli edifici. Tanto per non farci mancare nulla, soprattutto le brutte figure. Almeno non siamo soli, siamo con l’Ungheria di Orbán, ormai il nostro più fidato compagno di viaggio. Anzi, su una votazione eravamo da soli, peggio addirittura dei compagni ungheresi: abbiamo votato contro sulle emissioni industriali. Insomma, peggio soli che mal accompagnati. Ma andiamo per gradi.
Venerdì scorso alla riunione dei ministri dell’Economia dei 27 (Ecofin) si trattava di votare l’approvazione finale della direttiva Casa Green. La direttiva è stata per fortuna approvata, con i soli voti contrari di Roma e Budapest. Il provvedimento Ue si concentra sulle prestazioni energetiche degli edifici: nei prossimi anni questi dovranno essere maggiormente efficientati per salvaguardare l’ambiente. Dovranno cioè consumare ed inquinare meno, oltre a determinare un risparmio in bolletta per i cittadini. Niente da fare, l’Italia di Giorgetti si oppone. Il Ministro dell’Economia, tutto fuorché il moderato descritto da tutti i giornali, sbotta: «bello, ma chi paga?». A parte il fatto che sarebbe proprio il Ministro dell’Economia a dover sapere dove trovare i fondi, i soldi ci sono. L’Ue prevede quali strumenti utilizzabili per questo finanziamento il Pnrr, RePowerEu, fondi di coesione e soprattutto il Fondo sociale per il clima, vale a dire 65 miliardi di euro spendibili tra il 2026 ed il 2032 per i piani nazionali di ristrutturazione degli edifici.
La direttiva, nonostante la nostra contrarietà, è per fortuna passata ed ora il governo dovrà entro due anni recepirla ed occuparsi della messa a terra del provvedimento. Come deciderà di muoversi il governo Meloni, stante che l’Italia ha il patrimonio immobiliare più vecchio ed inefficiente d’Europa?

Una buona notizia: il clima è un diritto umano

Per fortuna però, qualche buona notizia c’è. Arriva dalla Svizzera, o meglio contro la Svizzera.
Lo scorso 9 aprile, infatti, la Corte europea dei diritti dell’uomo si è pronunciata contro lo Stato elvetico a causa dell’inerzia politica dinanzi al cambiamento climatico. Secondo la Corte, la Svizzera ha violato l’articolo 8 della Convenzione, che prevede il diritto ad una tutela effettiva, da parte degli stati, contro i gravi effetti dannosi dei cambiamenti climatici sulla vita, salute e benessere dei suoi abitanti. Per la sentenza della Corte, la Svizzera non ha agito né tempestivamente né appropriatamente per elaborare, sviluppare ed attuare leggi e misure opportune in questa direzione. Per questi motivi, nella sentenza si legge che il comportamento la Svizzera rispetto alle politiche climatiche «viola i diritti umani». Una decisione che potrebbe dunque essere epocale, tant’è che Agostina Latino parla di “rivoluzione di Strasburgo”, il presidente di Legambiente Stefano Ciafani di “una pietra miliare per le controversie sul clima a livello globale”. Ma perché è importante questo pronunciamento? Anzitutto è la prima volta che uno Stato viene condannato per la violazione della Convenzione sui diritti dell’uomo, e quindi, anche per gli altri 46 Stati membri del Consiglio d’Europa, esso costituirà un precedente. La sentenza è inappellabile e irriformabile ed ora la confederazione elvetica dovrà rispettare la condanna e modificare le proprie politiche in materia ambientale. Questo precedente, tra le altre cose, è importante in quanto determina un rapporto di certa causalità tra inazione degli Stati ed i danni del cambiamento climatico. Ed anche, infine, perché finalmente convoca gli oneri intergenerazionali delle politiche per il clima, ovvero, con le parole di Gustavo Zagrebelsky, l’ultima grande frontiera del diritto del nostro tempo, non spaziale ma temporale: i diritti-di ed i doveri-verso chi ancora non è nato.

Giuseppe Gris
Autore