Attualità – 16 aprile 2024
Il Veneto contro - Vanoi, decide la pianura
Tutti contro il bellunese. Lo spettacolo impietoso andato in scena lo scorso 9 aprile in Consiglio Regionale del Veneto, sulla discussione attorno al tema Vanoi, può essere così riassunto: un fragoroso chissenefrega delle ragioni della montagna. Possiamo anche annegare, l’importante è l’acqua per la pianura veneta. Per i veri veneti, insomma. Non quattro montanari da Lamon. Non è importante che i comuni bellunesi, la Provincia di Belluno, la Provincia di Trento si siano tutti pronunciati contro l’enorme invaso. Per il Veneto vero conta altro, e per alcuni va bene anche il modello cinese, quello che sposta intere popolazioni. D’altra parte, non ci sono bellunesi, laggiù, che abbiano il minimo coraggio per alzare la mano e dire qualcosa. Non lo hanno i consiglieri regionali: Puppato non parla e Cestaro si arrampica sugli specchi. Non lo ha l’assessore Bottacin, che nemmeno si presenta. E Zaia, tanto amato anche qui? Non si presenta. Perciò prepariamoci alla vita sottacqua, alle colate di calcestruzzo ed alle dighe faraoniche, tanto grandi quanto inutili. Ma andiamo per gradi e raccontiamo quanto avvenuto in Consiglio regionale.
Il voto in Consiglio
Cristina Guarda di Europa Verde porta in Consiglio Regionale una mozione per bocciare il progetto di realizzazione del grande invaso del Vanoi. Il progetto della diga, al confine tra territorio bellunese (Lamon) e trentino, era stato bocciato da entrambe le provincie interessate. Non solo: il trentino aveva classificato la zona in cui si dovrebbe realizzare l’invaso con rischio idrogeologico P4. Avevamo affrontato il tema nel numero 06/2024 del 13 febbraio, riportando non solo la storia del progetto, ma anche il parere negativo di alcuni esperti come il geologo Tollardo e l’ex Presidente del Parco Lasen. Qui ci limitiamo a ricordare alcuni numeri: 980 giorni per creare un bacino di 33 milioni di metri cubi d’acqua per 150 milioni di euro; 250mila metri cubi di calcestruzzo; una diga alta tre volte e mezza quella di Ponte Serra. Nello storico degli studi e delle perplessità sulla costruzione di una diga in quella zona, al 1989 risale una valutazione che fa bene Irene Aliprandi a riportare nel Corriere delle Alpi del 10 aprile scorso: “molto positiva per la pianura e molto negativa per la montagna”.
Dunque, si profila un voto per gli interessi della pianura contro quelli della montagna e quindi, si dirà, ovviamente non può che vincere la prima. Certo, ma la questione è ben più profonda e complessa, ed interessa più di un ordine di considerazioni. Il primo è di carattere tecnico: come ricordano i consiglieri di minoranza, ci sarebbero altre modalità, ben più innovative ed economiche, che garantirebbero l’approvvigionamento idrico per la pianura, senza sfigurare la montagna e spostare parte dei suoi abitanti. Quali? Tante le azioni possibili sul banco, alcune delle quali caldeggiate dalla stessa Veneto Agricoltura sullo stoccaggio delle acque. Tra le altre, la soluzione dei piccoli invasi, la sistemazione delle condutture idriche (che in Veneto hanno una dispersione enorme), risolvere la questione dei canali irrigui abusivi, manutentare gli invasi che già ci sono, sistemare e conservare i nuovi invasi naturali. Insomma, politiche alternative e innovative e che soprattutto non generano conflittualità tra territori. Il secondo riguarda il rapporto con la montagna, con un territorio già fragile, sempre più debole e isolato, contro il quale, ancora e stavolta in modo esiziale, si vuole insistere. Parco giochi della pianura, sempre più disabitato, sempre più difficile da vivere. Ora anche grande cisterna della pianura. L’ultimo ordine di considerazioni, posto all’attenzione della discussione del Consiglio Regionale del Veneto, è quello morale: al netto di ogni necessario distinguo, come è possibile nella terra del disastro del Vajont costruire un’altra enorme diga, per di più in un territorio così rischio?
Domande e considerazioni di fronte alle quali i consiglieri regionali hanno risposto con una scostante alzata di spalle. La diga s’ha da fare, la pianura conta di più: 9 a 26 e la mozione è respinta. Avanti tutta col Vanoi, aspettando la linea indiscutibile del superveneto Zaia.
I veneti veri e il modello cinese
Ciò che ha destato maggiormente l’indignazione di chi ha seguito il dibattito, è stato il modo con il quale i consiglieri di maggioranza hanno liquidato le istanze del territorio bellunese.
Elisa Venturini di Forza Italia derubrica la questione a scontro tra tifoserie: chissà se sarebbe riuscita a dirlo anche alla frazione lamonese dei Bellotti, che sarà devastata da tre livelli di terrazzamenti. Valdegamberi dimostra di non aver molto chiara la questione di cui si parla, in quanto cita l’utilità idroelettrica del Vanoi. Peccato solo che l’idroelettrico in questo caso c’entri poco. E la perla finale, per cui l’idroelettrico sarebbe comunque più pulito del fotovoltaico. Secondo Pan della Lega l’opera darà da bere a 5 milioni di veneti. Neanche fosse prosecco. Ma l’intervento peggiore è quello di Gerolimetto, e lasciamo ai lettori la scelta dell’aggettivo per commentarlo:
«Non bisogna essere ipocriti quando si affrontano le tematiche. Io credo che quando si ha a cuore o bisogna avere a cuore la necessità di una regione di un territorio si devono cercare le soluzioni possibili. Chi ha visto il lago di Resia col campanile che affiora e che d’inverno è ghiacciato col campanile che rimane fuori? Pensiamo che quando hanno fatto quell’opera abbiano avuto tutti i consensi da parte di tutti? Hanno svuotato un paese. Quando si fa un’opera, una grande opera, c’è sempre qualcuno che ne va a soffrire ma per il bene comune bisogna avere a cuore gli interessi e le soluzioni possibili e quindi vanno risarciti i territori per quello che meritano. Quando è passata una strada sulla mia campagna hanno tagliato a metà il pezzo di terra del mio papà. È stato una sofferenza ma bisogna fare di necessità virtù: la cosa serviva. Bisognava che fosse fatta. È che siamo tutti bravi a dire “bisogna farlo ma non sul mio fallo su quello dell’altro. Allora, l’acqua, l’acqua… serve. E non serve solo alle campagne, perché per le campagne serve solo per 60 giorni. Serve per le industrie, gli impianti di depurazione, serve per un sacco di altre cose che l’agricoltura è minimale quello che usa. Ne usa solo 60 giorni. Però, il bacino serve per tutto il territorio e quanto conta l’acqua? Quando sei senza una goccia vale oro. Quindi quanto costa…bisogna spalmare l’intervento su centinaia o forse più anni per capire quanto costa. Certo è anche da capire l’intervento è stato sufficientemente tecnicamente valutato? Questo è sicuramente da appurare. Perché non si può certo correre il rischio di avere un altro Vajont. E quanto ci si metterà a realizzarlo? Io credo quello che serve. Perché se una cosa serve servono 10 anni servono 15 anni io direi che prima si comincia meglio è perché la necessità, il problema del cambiamento climatico non lo nega nessuno e le soluzioni se qualcuno è capace di far venir la pioggia ben venga. Noi non ci metteremo certo a far le dighe. Certo è che le soluzioni possibili non sono poi così tante. Se andiamo a vedere in giro per il mondo ci stupiamo a vedere le grandi opere che ci sono. Ricordo quella sul Nilo, hanno spostato dei templi! Però hanno fatto gli interessi di una nazione, di un territorio. Se andiamo a vedere le grandi dighe in Cina, hanno fatto sparire le popolazioni per realizzarle. Poi andiamo a vedere che la più grande centrale idroelettrica è sul fiume, che però non è stata indolore la realizzazione. Nessuna opera è indolore. Persino l’altro giorno la Pedemontana, qualcuno ha dovuto fare dei sacrifici? Certo. È stato remunerato adeguatamente? Mai a sufficienza però l’opera era è necessaria e bisogna in qualche modo realizzarla. In un territorio fortemente antropizzato come il nostro non è possibile realizzare un’opera senza danneggiar nessuno».
Il silenzio dei bellunesi
A ben vedere, benché le parole dei veneti veri siano esecrabili, sono anche quasi legittime: difendono gli interessi di un determinato territorio con il suo bacino di voti. Perciò, ciò che suscita l’indignazione più grande sono invece quei bellunesi che lì avrebbero dovuto difendere la causa del territorio montano. Per la Cestaro (Lega, di Selva di Cadore) i bellunesi in verità sono preoccupati perché non hanno una percezione oggettiva della realtà. Per colpa di chi? Della stampa, «che diffonde notizie errate in campagna elettorale». Se un domani il Vanoi dovesse diventare realtà oggettiva, inviteremo la Consigliera Cestaro a verificare le notizie errate e a chiedere ai lamonesi se sono ancora oggettivamente preoccupati.
Puppato, consigliere regionale di Limana, non apre proprio bocca. Silenzio assoluto. Mettiamola così: un articolo de L’Arena dello scorso agosto ci ricorda che i consiglieri regionali in Veneto ricevono mensilmente 11.100 euro di indennità pro capite.
L’assessore Bottacin non partecipa alla discussione in aula, ma quel giorno, dal suo profilo Instagram, fa conoscere ai followers Olivia, bassotto mascotte portafortuna della Protezione Civile dei Cavalieri dell’Etere di Conegliano.
Le reazioni di chi con quella diga dovrà fare i conti davvero
Alla fine, rimangono le reazioni indignate delle comunità locali bellunesi, in particolare di Lamon e Sovramonte. Su tutti il sindaco di Lamon Loris Maccagnan, che contro la diga si era espresso anche qui sul Panfilo. Con le sue parole alla stampa chiudiamo, per ora, il racconto di questa battaglia.
«Quelle parole sono uno choc, uno schiaffo in pieno viso per i bellunesi, per chi vive in montagna. Vogliono fare un’opera pubblica impattante dal punto di vusta ambientale, come riconosciuto da tutti, molto costosa, mal giustificata, senza che ci sia uno straccio di bilancio idrico regionale, senza conoscere approvvigionamenti, perdite, consumi. A tutto questo si aggiunge una completa mancanza di pudore. Che in consiglio regionale questo linguaggio sia considerato quasi normale, ci fa dire che il nostro referendum a Lamon per lasciare il Veneto non era legato a campanilismi o a convenienza momentanea, ma era un’istanza di autodifesa».
