L'uomo che plasmò il dragone.

Un breve racconto su Jiang Zemin

Nel saggio La Fine della Storia, Francis Fukuyama teorizzò come il destino ultimo dell’umanità fossero il capitalismo e la democrazia liberale, usciti trionfanti dallo scontro con i totalitarismi e diventati l’unico Sol dell’Avvenire al quale aspirare; un futuro imperturbabile da declinazioni locali e necessità comunitarie, un futuro inesorabile che a fronte di aperture economiche, di innovazione tecnologica e di un’umanità interconnessa ha sviluppato in seno le fragilità che tutt’oggi viviamo, tra guerre, crisi climatica e una realtà multipolare che scorre lungo un’ormai transgenerazionale incertezza. C’è stato tuttavia un attore, ben lontano da qualsivoglia forma di democrazia liberale, che più di chiunque altro si è mostrato in grado di oscillare lungo le pieghe della globalizzazione, carpendo il necessario per plasmare e adattare strategicamente gli strumenti globali alle proprie necessità interne: questo soggetto è la Repubblica Popolare Cinese, nota ai più semplicemente come Cina. Agli occhi dell’opinione pubblica nostrana, questo stato così lontano ed esotico ha sempre legato la sua identità a paradigmi politici e culturali sovente banali, e ancor’oggi, in un tempo presente nel quale la Cina è fatalmente inevitabile nel nostro quotidiano, i media affrontano l’argomento cavalcando gli stinti paradigmi d’un tempo. Oltre alle tre figure chiave della sua storia recente (Mao Zedong, Il Pater Patriae, Deng Xiaoping, Il Riformatore e Xi Jinping, L’Imperatore), per capire la Cina odierna è necessario analizzare l’apporto, spesso passato in sordina, di colui che ha permesso il compiersi di tutte quelle riforme strutturali che portarono un paese rurale a diventare in trent’anni una potenza economica, industriale e militare da temere e controbilanciare. Questa figura chiave è Jiang Zemin.

Dopo una vita trascorsa nelle retrovie, tra un ruolo da ingegnere nelle aziende a gestione statale fino al ruolo di sindaco di una Shanghai ben lontana dall’essere la Perla d’Oriente, Jiang si ritrovò catapultato al centro della ribalta nazionale, scelto come segretario generale del Partito Comunista nel 1989 a seguito dei fatti di Tiananmen. Per acquietare le tensioni tra i riformisti e i conservatori in seno al PCC si optò per un leader volutamente transitorio, per un grigio tecnocrate, nominato con il mero intento di calmare le acque in un periodo di crisi profonda per tutto il blocco socialista. 
Jiang, tuttavia, fu tutt’altro che transitorio, rimanendo alla testa del partito fino al 2002 e compiendo durante il suo mandato i passi decisivi per realizzare quel socialismo dalle caratteristiche cinesi teorizzato da Deng Xiaoping, attraverso un impianto riformista che portò la Cina dalla ruralità alla crescita economica in doppia cifra. L’impianto delle riforme di Deng aprì il paese alla concorrenza, con lo Stato trasformatosi da unico attore ad attore principale del sistema economico, accettando una concorrenza di mercato regolarizzata per rendere il paese più competitivo, attirando così di conseguenza investimenti e capitali stranieri, passi decisivi che portarono il paese a diventare la cosiddetta Fabbrica del Mondo. Fu grazie alle riforme economiche interne che la Cina di Jiang riuscì ad accedere all’Organizzazione mondiale del commercio, a quel WTO organismo garante delle regole commerciali internazionali, con una Cina che decideva così facendo di assurgere a protagonista attiva dell’economia globale e ad accettarne le regole – almeno in parte, vista la vacuità delle regole stesse. Questi furono gli anni nei quali il Dragone Rosso con Jiang al timone riuscì a riscattarsi anche a livello simbolico, con il ritorno alla sovranità cinese di Hong Kong e Macao, due città simbolo del colonialismo europeo ottocentesco ormai sepolto nei libri di storia. 
Certo, vista così sembra una narrazione di fulgido riscatto contro le prepotenze occidentali, la litania di un successo imperturbabile che ha portato in soli trent’anni un paese sottosviluppato a diventare la seconda potenza economica e militare del globo. Nient’affatto.

Gli anni di Jiang riaffermarono il dominio del partito sulle masse, che a seguito degli orrori di Tiananmen furono costrette a immedesimarsi sempre più nel loro semplice ruolo di organo produttivo, esenti da opinioni, essenti da qualsivoglia coinvolgimento nelle scelte strategiche, ricevendo in cambio la promessa di crescita, benessere e sviluppo senza pari, e al contempo patendo un profondo arretramento nella libertà di parola, di stampa e nella libertà religiosa. Proprio quest’ultima subì le maggiori recrudescenze, con le prime persecuzioni ai danni delle minoranze turcofone islamiche – i prodromi di quel diverrà negli anni a venire la questione uigura – e soprattutto con la repressione del movimento buddista Falun Gong, reo di essere un’organizzazione “eretica” e i cui adepti subirono arresti illegali seguiti da lavoro forzato e torture, costringendosi all’esilio e alla clandestinità. L’era di Jiang fu funestata dall’esacerbarsi del nazionalismo cinese, rinvigorito grazie alle prospettive di crescita del paese; non trovandosi più dal lato sbagliato della storia, la Cina si mostrò pronta a riprendersi ciò che credeva gli spettasse, ovvero non le sole Hong Kong e Macao, ma financo la cinesissima Taiwan, repubblica de facto indipendente che nel biennio 1995-1996 si ritrovò assediata da test missilistici dell’Esercito popolare di liberazione poiché colpevole di voler affermare la propria sovranità. E infine, le scelte riformiste di Jiang portarono da un lato crescita economica e maggior benessere generalizzato, dall’altro lato acuirono problematiche note (la corruzione) e problematiche tipiche dell’economia di mercato ma sconosciute alla Cina moderna, come disoccupazione, disuguaglianze economiche e migrazioni interne. 

Jiang Zemin è deceduto il 30 novembre scorso per una leucemia all’età di 96 anni. Pur essendo troppo presto per qualsiasi analisi storiografica compiuta, la leadership di Jiang rimarrà nella storia come silente ma decisiva. Jiang infatti sfruttò le maglie intricate della contemporaneità per destare il suo paese e posizionarlo all’interno dello scacchiere internazionale, usando il suo esser Fabbrica del Mondo per riformarsi internamente, accrescere il benessere del popolo, modernizzare l’esercito e creare le fondamenta che permisero alla Cina di Hu Jintao prima e di Xi Jinping poi di divenire leader della multipolarità globale, questo percorrendo in parallelo la strada della censura, dell’oscurantismo, della violenza e del revanscismo più bieco. Per capire la Cina, per dialogare con la Cina, per affrontare questa Cina proattiva, che si affaccia sempre più insidiosa sulle nostre incertezze economiche e primomondiste, dobbiamo dotarci della strumentazione corretta, ivi inclusa quella storico-politica; una Cina potenza globale non deriva dal fato, bensì è nata grazie al lavoro di una classe politica guidata da Jiang Zemin che internamente ha sedotto il proprio popolo promettendo benessere in cambio di ubbidienza e coercizione, mentre in politica estera ha giocato il ruolo dell’attendista, raccogliendo tutto ciò che potesse essere utile per il suo sviluppo grazie al rapporto e ai lauti investimenti del mondo occidentale.

Michel Bortoluz
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