Eventi – 16 ottobre 2023

Le radici nascoste. Viaggio filosofico di un adolescente - Incontro a Pra’ del Moro con Loris Taufer

Cosa succede quando un adolescente incontra la Filosofia? A questa domanda risponde il bel libro di Loris Taufer, Le radici nascoste. Viaggio filosofico di un adolescente, presentato lo scorso 11 ottobre per Il Panfilo da Andrea Dal Sasso e Giuseppe Gris. Loris Taufer è stato professore di filosofia e storia, dirigente scolastico ed ora, in pensione, si dedica alla scrittura ed allo studio, oltre che essere giornalista pubblicista collaboratore con L’Adige di Trento e L’Alto Adige di Bolzano.

Un libro difficile da definire, in quanto intreccia insieme diversi generi letterari e temi d’approfondimento, quali il dialogo filosofico, il racconto storico, la riflessione pedagogica. Ma non solo, il libro può anche essere letto come il diario di un viaggio speculativo nei grandi problemi del canone filosofico occidentale, come un manuale scolastico di filosofia, ancorché declinato non per filosofi ma per temi. L’interesse e la meraviglia destati dal libro stanno forse nell’idea di Taufer di unire le radici nascoste nella terra, ovvero collocazione storica di un soggetto, le radici storiche particolari di un qui e di un tempo precisi, alla riflessione sul cielo, i grandi pensieri che si vogliono così alti, astratti ed universali, nascosti però anch’essi dentro ogni uomo, in particolare di ogni adolescente, e che non possono che uscire e farsi domanda, dialogo, spesso anche critico. Le radici nascoste non sono solo quelle nella terra, ma anche quelle nel cielo, e le une si capiscono grazie alle altre. Come la coscienza dell’esperienza si capisce attraverso un pensiero universale che la situa in un qui ed ora definibile, così anche i pensieri più astratti sull’Essere e il divenire necessitano di un radicamento storico, meglio ancora esistenziale, da cui e per cui nasce la domanda. Topica e critica insieme, per dirla con Vico, in un circolo in cui l’una riporta all’altra senza che l’una domini sull’altra. Qui forse il gesto intellettuale più interessante del libro di Taufer, che vuol rivolgersi anzitutto agli adolescenti che si affacciano, con il cuore pieno di inaggirabili domande, sul belvedere di un paesaggio che fa vacillare ogni certezza, chiamato da qualcuno filosofia.

Dunque un viaggio nel tempo e nello spazio, nella filosofia e nella storia, nella sociologia e nella pedagogia. Su quest’ultimo, in particolare, l’importanza della filosofia per i bambini (la Philosophy for children fa da sfondo concettuale a molte proposte di Taufer), del dialogo individualizzato nella formazione dell’allievo, che non dev’essere riempito di contenuti bensì educato alla curiosità, al pensiero, al ragionamento. In modo particolare, tornano in mente, leggendo tra le righe del viaggio di Taufer, quando scriveva Don Milani: «la pedagogia forse si scoprirà che ha da dirci una cosa sola. Che i ragazzi son tutti diversi, son diversi i momenti storici e ogni momento dello stesso ragazzo, son diversi i paesi, gli ambienti, le famiglie. A Barbiana non passava giorno che non s’entrasse in problemi pedagogici. Ma non con questo nome. Per noi avevano sempre il nome preciso di un ragazzo. Caso per caso, ora per ora. Io non credo che esista un trattato scritto da un signore con dentro qualcosa su Gianni che non si sa noi».

Ma non solo pedagogia, filosofia e storia. Come se non bastasse, anche l’impegno civile è protagonista del dialogo. Del resto, l’uomo è animale politico e per molti interpreti la filosofia nasce proprio con la Repubblica di Platone. Così si giunge alla politica, all’importanza di partecipare e alla storia personale dell’autore, che attraversa il 68 e che, sempre e ancora, non fa mancare il proprio contributo alla polis. Sul 68, Taufer non racconta solamente la passione e lo slancio con i quali, giovane, vi partecipò, bensì ne rileva anche i limiti che, in parte, già da allora gli si mostravano davanti: «nell’ubriacatura di quegli anni la dimensione personale venne sacrificata, per un certo periodo, alla sfera della politica, subordinando tristemente l’individuo agli obiettivi del collettivo, facendo prevalere – richiamandoci alla tradizione hegelo-marxista – il tutto sulle parti […] la politica, a un certo punto, è diventata una gabbia piuttosto che uno strumento di libertà e di emancipazione». Ma oltre ai limiti del 68, quell’esperienza rappresenta ancor oggi per l’autore un momento di fondamentale importanza, e l’essenziale di quegli anni è qualcosa che rimane, sempre, come testimonia il dialogo tra il saggio e Leonardo:

«Ma se, come dici tu, devo star lontano da questo e da quell’altro, da pericoli ed esagerazioni, perché mai mi dovrei interessare di politica e occuparmi di problemi degli altri?»
«Perché comunque sei dentro una dimensione collettiva, fai parte della polis, i problemi degli altri alla fine toccano anche te. E poi, lasciamelo dire, perché se tu non ti occupi in prima persona di politica ci sarà sempre qualcuno che lo fa in vece tua. L’esperienza da me fatta in quegli anni con altri giovani di allora ha avuto tutti quei limiti di cui ti dicevo prima. Però mi ha lasciato qualcosa di fondamentale: la capacità di indignarsi contro le ingiustizie, senza alcuna stanchezza o rassegnazione».

La serata si è svolta sottoforma di intervista e le domande, a cui il professore non ha mancato di rispondere, si sono concentrate tanto sulla storia locale (gli anabattisti, l’emigrazione, la triste vicenda di Isernia, i rapporti tra il vescovato di Feltre e quello di Trento), quanto sulla filosofia e la pedagogia (il significato della trascendenza nel suo pensiero, la sua prima lezione di filosofia, l’idea pedagogica alla base del suo pensiero). Ma anche sulla stretta attualità politica, con cui si è chiusa la conversazione. Alla domanda su cosa pensasse del progetto della diga del Vanoi, Taufer ha risposto chiaramente: «il Vajont che in questi giorni ricordiamo, è lì tristemente a testimoniarlo e ad indicarci la strada: la mia risposta è che non bisogna farlo».

Ringraziando ancora una volta il professore, Libreria Pilotto, Info Cafè Pra’ del Moro, riportiamo di seguito la puntuale introduzione con cui Andrea Dal Sasso ha presentato il volume e dato il via alle danze di una piacevole conversazione in una dolce e ancora calda serata d’inizio ottobre.

 

Il Panfilo

La filosofia, si sente spesso dire oggi, è un sapere “astratto”. Nel dialogo platonico Teeteto, Socrate racconta un aneddoto, diventato ormai celebre, riguardante la figura di Talete, noto agli studenti dei licei per essere solitamente indicato dai manuali scolastici come il “primo” filosofo. Si narra di come egli fosse solito passeggiare con lo sguardo rivolto al cielo, mirando gli astri e di come un giorno, così facendo, fosse rovinosamente caduto in un pozzo, suscitando le risa di una serva tracia. Questo aneddoto, al di là delle intenzioni di Platone, rappresenta in modo paradigmatico l’immagine stereotipata del filosofo e della sua considerazione nella contemporaneità. La filosofia, nell’opinione dei suoi detrattori, è una disciplina astratta, avulsa dai problemi del nostro tempo, distante dalle urgenze materiali della realtà, un sapere – in ultima istanza – inutile. La filosofia, insomma, è cosa morta. 

Le ragioni di questa dipartita devono essere cercate innanzitutto nella casa del defunto. I responsabili, i colpevoli del dramma sono nientemeno che i filosofi stessi. Guardiamo al sistema accademico e al modo in cui oggi viene insegnata, perlopiù ovunque, la filosofia. La diagnosi potrebbe essere la seguente: il paziente è morto di autoreferenzialità. Quando la filosofia si chiude nelle aule universitarie, rinserrandosi nelle forme di un linguaggio specialistico accessibile solo ad una frangia di fedeli adepti, quando declina verso strutture argomentative deboli, l’ora del crepuscolo è già arrivata. 

Il libro di Loris Taufer, Le radici nascoste, ha, tra i molti suoi meriti, quello di mettere in questione quest’immagine: la filosofia è cosa ben più grande degli anfratti bui dove si ritiene di poterla confinare. Essa riguarda ognuno di noi, interroga da sempre, mediante il suo incessante indicarci i limiti della nostra conoscenza, il senso delle nostre vite e del nostro stare al mondo. Per questo è massimamente concreta. Ma lo è anche perché tutti noi siamo storicamente radicati (Dasein, direbbe Martin Heidegger), siamo cioè soggettività che hanno origine in un contesto che è geografico, storico, linguistico, religioso. Si potrebbe notare poi come lo scetticismo verso la verità filosofica non riesca a resistere alla propria autonegazione: soprattutto quando non è ingenuo, ma radicale, esso necessita di un fondamento razionale per tenersi in piedi. Nietzsche diceva di far filosofia col martello, ma il suo martello era ben solido. Anche la critica più radicale nei confronti della verità filosofica deve tener ferma la sua posizione se vuole essere negazione della verità e non una semplice opinione accanto alle altre e di pari valore. L’insegnamento di Emanuele Severino, a questo proposito, è stato magistrale. 

Detto questo, si capisce come la vocazione universalistica della filosofia (la sua ineludibilità) e il nostro radicamento storico come singoli individui o gruppi di individui, rendano il suo insegnamento e il relativo apprendimento due pratiche che sono bel lungi dal somigliare all’immagine stereotipata del sapere “iperuranico”, come spesso si sente mormorare, con tono dispregiativo, alludendo alla sua apparente distanza dai cosiddetti problemi reali. La filosofia è massimamente concreta soprattutto in relazione al suo essere pratica educativa, esercizio pedagogico. 

Il libro di Taufer è una mossa speculativa contro i detrattori della filosofia e una rivendicazione del suo indiscusso valore perché mette in scena, attraverso un racconto di formazione (Bildungsroman), la sinergia indissolubile delle due componenti di cui s’è detto. La loro “struttura originaria” dà forma e sostanza alle “radici nascoste” (fisiche e metafisiche, storiche e filosofiche, esistentive ed esistenziali) cui fa riferimento il titolo. L’impianto narrativo del testo, del resto, rispecchia fedelmente l’intreccio delle due dimensioni. 

In particolare, si narra la vicenda di Leonardo, giovane adolescente sedicenne originario di “C.” e del suo fortunoso incontro con un vecchio saggio, in seguito ad una caduta durante un’escursione in montagna. In uno scenario che si presenta subito tra l’onirico e il surreale, il vecchio lo inizia al domandare filosofico. Il dialogo si snoda così attraverso una sorta di summa del pensiero svolta per temi, cui si alterna il racconto, sempre da parte del saggio, di alcuni “quadri” riguardanti episodi 

significativi della storia di C. (luogo che presto si evince essere Caoria, nella valle del Vanoi, e in senso più esteso nella comunità di valle di Primiero). Spiccano due elementi: l’importanza del dialogo come metodo (risuonano qui i temi sviluppati dalla philosophy for children di Matthew Lipman) e l’elemento autobiografico. Nel dialogo tra i due protagonisti, Loris Taufer parla in fondo con se stesso e in parte di se stesso, ma è importante evitare il fraintendimento: non si tratta di un racconto prettamente autobiografico. Non è questo il punto. Dietro l’espediente narrativo si nasconde, a ben vedere, il volto di ognuno di noi. Per questo il luogo dove è ambientata la storia è denominato “C.” e non semplicemente “Caoria”. Ognuno ha la “propria” Caoria, le proprie origini geografiche, storiche, linguistiche, religiose e ognuno di noi, prima o poi nella vita, è chiamato in causa dalla domanda filosofica (chi sono? Da dove vengo? Che senso ha vivere se poi dovrò morire? Cosa c’è dopo la morte?). 

Questi interrogativi iniziano a sollecitare la nostra curiosità in età adolescenziale, quando ci troviamo di fronte alle difficoltà della vita, a un fallimento, quando si comincia a fare esperienza della morte altrui, quando, insomma, ci si pone consapevolmente di fronte a se stessi. Leonardo, prima di incontrare il saggio, cade (proprio come accade a Talete, ma qui la caduta è funzionale allo spalancarsi della domanda filosofica). È una metafora del limite che circonda la nostra finitezza e che scuote la coscienza indirizzandola alla richiesta di senso. Limite che coincide “con lo stato di incertezza che caratterizza la nostra vita. Tale aspetto è, per l’uomo in quanto tale, la sua più intima condizione esistenziale. Qualcosa da cui non possiamo prescindere e che è la nostra debolezza e fragilità; e, al contempo, la nostra forza e il nostro destino” (cit.). 

Ecco allora che emerge l’importanza dell’insegnamento della filosofia, della sua qualità e dei modi della sua attuazione, al fine di offrire “gli strumenti per reggere, in futuro, quell’incertezza che è propria della condizione umana” (cit.). Ritorna l’elemento autobiografico: Taufer è stato docente e poi preside. Ritorna la questione del metodo: il dialogo come strumento per eccellenza, dialogo tra individui, ma dialogo anche con se stessi, che rinvia ad una dimensione di “trascendenza” (altra tematica decisiva del libro). Ma dal testo affiora soprattutto una certa idea di pedagogia di stampo “fenomenologico” (maestro di questa scuola fu Piero Bertolini, laureatosi a Pavia con Gustavo Bontadini ed Enzo Paci) e un approccio alle problematiche che mantiene sullo sfondo le più recenti analisi sull’epistemologia della complessità. 

Se nei capitoli filosofici si tratta di “essere”, “uomo e coscienza”, “politica”, “conoscenza e prassi”, “amore e bellezza”, “trascendenza”, nelle intenzioni dell’autore tali tematiche hanno una “funzione generativa, nel senso che fanno nascere nel nostro io – se siamo disposti a tenerne conto – nuovi e mai conclusi atteggiamenti nei confronti della vita e del nostro modo di essere” (cit.). 

Nei capitoli di carattere storico si tracciano invece alcuni quadri documentati, altri inventati, che aiutano a ricostruire le origini del territorio di Caoria, dalla fine del Medioevo ad oggi, delle sue genti e della lingua, chiamando in causa diverse figure di grande interesse, come i Bergknappen (“canopi”, minatori che giunsero in Primiero dal Tirolo e più in generale dal mondo germanico), gli anabattisti (Wiedertaufer) e la loro persecuzione da parte della Chiesa Cattolica, la tragica vicenda di Isernia, ma anche singole biografie come quelle, estremamente significative, di Raffaele Loss Refelon e di Aloisia, le cui vite da migranti sono ricostruite, avvolte da un alone di mistero, al fine di suscitare in Leonardo la curiosità di conoscere la storia delle proprie origini. 

Tra i tanti pregi del libro di Taufer vi è certamente la capacità di affrontare questioni complesse esprimendole mediante un linguaggio estremamente chiaro e alla portata di tutti: segno sicuro di una grande maturità speculativa. È un testo rivolto agli adolescenti che si avvicinano alla filosofia, ai docenti che la insegnano, a tutti coloro che timidamente provano ad avvicinarsi alle grandi questioni dell’esistenza. Ma è anche un libro per appassionati di storia e, in particolare, di storia locale. Suggerirei di provare ad immedesimarsi in Leonardo e di immaginare C. come la propria C., allo scopo di poter intraprendere in modo equipaggiato – la filosofia qui va messa nello zaino – quel lungo viaggio che, fin dall’adolescenza, ognuno di noi, volente o nolente, compie alla ricerca delle proprie radici nascoste. 


Andrea Dal Sasso