Tentabundi – 16 ottobre 2023

A scuola a Chiappini e Caravaggio

Autunno, ottobre. Parcheggiamo la macchina ad Arina di Lamon, siamo due, io e il mio compare, appena dopo pranzo sotto un sole alto e tiepido. Domandiamo subito ad un signore col suo vecchio la strada per Caravaggio e Chiappini. Nonostante vi fossero più cartelli ad indicarla, quasi una forma di educazione per quelle due figure che guardavano verso noi, foresti. Ci consiglia di prendere il sentiero della via crucis, non la strada asfaltata, è più bello e ci si mette lo stesso tempo. Diciamo il motivo della nostra presenza, quasi dovessimo giustificarla, quasi li interessasse, salutiamo e via, andare. “Via crucis dell’emigrante Arina-Caravaggio”, recita una scritta bianca su un sasso scolpito. La prendiamo ed imbocchiamo finalmente il sentiero. Subito una salita ripida, utile a spezzare il fiato dopo pranzo, utile ad ascoltare i passi e chiudere in fretta le frasi prima di inspirare nuovamente. Il modo con cui ci si parla tra amici, in montagna, in salita, ha una cadenza tutta sua, una sua cantilena di argomenti e sospiri, che se fossi uno scrittore vero, ora che sono disceso, riuscirei a rivivere e descrivere. Ma non lo sono, e così l’ho lasciata lassù. La luce penetra tra le foglie degli alberi, il sentiero è marrone di foglie secche che calpestiamo, quasi soddisfatti che l’autunno sia di nuovo con noi. Ci accompagna il sottobosco, con la sua popolazione di animali curiosi e vigili quanto noi, più di noi, attenti a chi siamo e cosa facciamo. Non siamo soli, e anche questo fa coraggio. Anche i grandi alberi di noce sorvegliano il cammino, e sembrano incorniciare con le loro foglie ogni sguardo sul paesaggio, stagliandosi sul cielo.

«Ma sàtu che mi co l’è autunno vede noghére dapartùt. Ma solche co l’è autunno, sennò neanca me inacorde. Quasi le me ciamese…»
«Te pensa masa, vàrda se ghe n’è fònch». 
«Ma l’è sech…»


Arriviamo a Caravaggio, dopo aver attraversato tutte le stazioni degli emigranti. Il pensiero a un mondo antico scappato, zaino in spalla e passo spedito, giù e poi via, “steme ben”. A quell’umanità migrante, occhi da animale in fuga e paesi indietro soli, abbandonati. Caravaggio ci si presenta con delle belle casette, fatte a nuovo, alcune abitate altre preparate a rifugio estivo per abitanti lontani, forse della pianura. Tante altre case lì, vuote, vendesi.

«Ma sàtu che me nòna la à fat la maestra qua a Caravaggio».
«Ma va..ghe n’érelo na scòla quassù?».
«Si, anca dopo ai Chiappini, nei anni ’60. Ma a Caravaggio da prima, me nòna l’era quà tel ‘47. Eco quèla doverìe eser la scòla, pena sòt la cèsa…ma no sta fàrghe la foto che sta màl».
«No no, che i ghe abita».

Già, una scuola fin quassù. E così i nostri discorsi si perdono sulle scuole giùdanoi. Si fa un grande parlare, oggi, di chiudere certe scuole elementari. Mancano gli alunni, mantenere una scuola costa troppo, siamo tutti qui vicino, bisogna razionalizzare. Ci sono molte cose vere, forse giuste, in questi ragionamenti. Il calo demografico è spaventoso. Così anche è vero che ci si può spostare più facilmente.

«Ma saràlo pò vera che far na scòla granda granda piena de tut servelo? Na pluriclasse, come che i dìs, de 11 bòce ela pédo de na prima de 27? Ti che te sa…»
«Ma… no l’é na question che i boce impare calcòssa, de quel no ghe interèsa a nisùni. L’è i costi…»
«Sì sempre quei…si ma ti pensa, a scola a Caravaggio…».

Così i nostri pensieri ci hanno portati lontani. Lontani nel tempo, quando si decideva che nessuno doveva rimanere senza una qualche formazione scolastica. E così le scuole si inerpicavano in cima ai monti, per montanari che volevano imparare a parlare e a fare di conto. Per tutti, a qualunque costo, e dovunque. Troviamo un signore, a cui chiediamo la strada per Chiappini. Anche stavolta, in verità la sapevamo. Anzi, di più, ad essere sinceri avevamo anche la guida e la cartina, “guida turistica – wanderkarte”. Un poco ce ne vergogniamo, ma è una speciale, in quanto consigliata da un lamonese cantore di pastori, per il quale quella era la sola fatta bene: “un documento storico!”. Così chiediamo lo stesso la via, e scopriamo un altro bel sentiero che ci permette di non camminare sull’asfalto. Lo imbocchiamo e da subito scendiamo forte, guardando sulla sinistra la valle del Senaiga ed i boschi sotto cima Campo. Poi si risale, e si costeggia la vallata.

«Queste le sarie domande par i to tentabundi… com’elo che adés i càva via le scole, e na olta le rivea fin quasù?».
«No no…e a chi ghe la mànde, ai politici? No òi savèrghen. No i pol dir le ròbe come che le è, parché i sa tut, ma pàr chel che i ol lòri. No no… eco: i crèt a le bàle che i conta così no i cret de contar bale».
«Brao poeta, varda dei fonch…».
«Ma l’è sech…».


Eppure aveva ragione. Com’era vivere e andare a scuola quassù? Dietro un mondo così antico e ormai così silenzioso ci sono così tante domande, che forse alcune non si sa neanche come uscirebbero, quasi non arrivassero alle parole, ma rimanessero lì, nello stato d’animo di un pomeriggio a occhi e orecchie spalancati. No, troppo romantico. Quassù è terra di riposo impossibile, prima che di profondissima quiete. Quassù è successo che non ci si abita più, punto. Ha ragione, basta pensar, varda dei fonch. Anca se l’è sech. Eppure, continuavo con i miei pensieri inutili, e sono sicuro anche lui. Forse perché nessuno voleva parlare delle sue cose: dove ti han mandato a lavorare sto anno?, “hai più risolto con?, ma ti han detto che?. No. Siam quassù, asòn star. Il sentiero si ricollega alla strada, una curva volta verso destra ed eccolo lì: Chiappini. La guida recita “stupendo esempio di insediamento a contrada allineata”, ma soprattutto, ed è quello che ci mandava ai matti da giorni, “paesaggio Himalayano”. L’aggettivo himalayano l’avremmo ripetuto, forzando sulla voce, almeno cento volte. Ora ci siamo.

«1,2,3,…18..23 case».
«Ghe n’è una ànca do sòt».
«Alora 24».
«Te se ti quel studià».

La strada principale, via Chiappini, vorrei si chiamasse Corso Chiappini, per quanto sono belli i suoi sassi grossi grossi. E, sempre lungo il Corso, alle pareti posteriori delle case sono inchiodati dei corrimani in ferro, per aggrapparsi e non scivolare. Un corrimano su di una casa, bellissimo. Le abitazioni sono pressoché tutte restaurate, con dei bei poggioli di legno, muri a sassi e su alcune gerani in fiore. Bello, silenzioso, al sole e quasi freddo. Si avvicina una signora ed ecco che il mio compare va a parlarci.

«No sta parlar co tuti però».
«L’è giust ndar a parlàr a le persone. E pò co 3 anime ò parlà. E vàrda, par de no, e i te vàrda mal, ma i à òia de ciacolàr. Anca se i parla pòc».

La signora ci indica dov’era una volta la scuola elementare, sebbene lei si sia trasferita qui anni e anni dopo. Ma la prima cosa che ci dice è che lì, una volta, ci vivevano, dicevano, anche 200 persone. Sedendoci, riflettiamo che ce lo hanno detto tutti e tre, che lì c’erano tra le 180 e le 200 persone. Come una cosa che va detta, una cosa che va appuntata, ricordata. Allora aveva ragione il mio compare, queste persone hanno voglia di parlare, anche quelle che, forse, sono solo salite qui per la villeggiatura estiva. O forse non sono le persone a voler parlare, ma i luoghi. Oppure no, troppo romantico. Ma appena prima di tornare, ci fermiamo a guardare verso Cima Campo, catturati dai colori e da un canto improvviso di uccelli che nessuno dei due aveva mai sentito, o aveva mai fatto caso di sentire.

«Se ghe fùse qua an me amìgo, te dirìe subito che osèi che i è».
«Va ben, ma varda là, noghèra, i è tutti pez».
«Ma mi son de qua».
«Vera. E allora la domanda del tentabundo?»
«Ghe la gire a me nòna, me fàe contar come che l’èra far scola quà, na òlta. La lo à già fat, par scritto, ten libro. Bel. Te piaserà. E sàtu parché che fae così… i còr sempre tuti e avanti, a mi me pias de pì vardar indrio».
«Anca parché son drio tornàr».

gg – ms
(scusandosi per gli errori su parole e accenti del dialetto)

Riportiamo di seguito il capitolo “Indimenticabile: a scuola a Caravaggio”, della maestra AS, dal volume “Ve l’ho raccontata quella?”, raccolta di memorie destinate a familiari e compaesani.

 

Indimenticabile: a scuola a Caravaggio
1946-47.

 

Dopo aver insegnato come supplente in varie scuole della provincia di Belluno per periodi più o meno lunghi (Feltre, San Zan, Arina di Lamon, Moline di Sovramonte, Quero) ecco che il 10 febbraio 1946 mi arriva la nomina in una scuola elementare di nuova istituzione: Lamon-Caravaggio. Perché così tardi? Perché tre insegnanti che avevano preso possesso prima di me della cattedra, per tante e varie difficoltà, hanno rinunciato. E vengo a me. Ricordo benissimo. È l’11 febbraio, festa della madonna di Lourdes e anniversario dei Patti Lateranensi. C’è tanta neve. Calzo un paio di scarponi, propri dei montanari, porto con me una valigia e uno zaino pieno di libri utili al lavoro che mi aspetta. Salgo nella corriera diretta a Lamon con l’entusiasmo e la trepidazione di un esploratore. Sono le 9 precise. A Pian del Vescovo la corriera si ferma, per far scendere coloro che vanno ad Arina in direzione opposta alla strada per Lamon. Io mi siedo sui miei bagagli e aspetto un po’. Armandomi di buona volontà riprendo la mia mercanzia e scendo giù giù per una strada carrozzabile che porta alla Senaiga, una località con una sola casa-osteria che prende il nome dal torrente Senaiga, un affluente del Cismon. Lascio in quella casa quasi tutta la mia roba e mi inerpico per una mulattiera, una striscia scura in mezzo ad un lenzuolo bianchissimo. Dopo circa due ore di cammino mi trovo ad Arina, nella piazza. La conosco perché c’è la fontana, c’è la chiesa, c’è la canonica. Mi presento al parroco, mia vecchia conoscenza e gli chiedo di indicarmi la locazione di questa scuola di nuova istituzione: “devi continuare per la mulattiera fino a Caravaggio e poi proseguire a sinistra per un viottolo impervio, che ti porterà alla scuola”.  Intanto il cielo si fa più scuro, gli alberi del bosco tutti bianchi assomigliano a spettri. Non si vede nessuno in giro. Regno un silenzio totale, rotto dall’incessante abbaiare dei cani. Ho una strana sensazione.

Eccomi arrivata. 
C’è una casa addossata alla montagna, da sembrare in bilico. È formata da due piani. Al piano terra ci sono la cucina dei pastori e una stalla con due mucche. Al primo piano, cui si sale con una scaletta di legno, c’è il poggiolo di legno dove si aprono quattro porte: la prima è l’ingresso della mia piccola aula. La seconda e la terza danno adito alla stanza da letto dei pastori e l’ultima in fondo, alla mia camera. Premetto che non c’è luce, non c’è acqua corrente, ma solo di cisterna, men che meno i servizi igienici. I pastori, premurosi, mi portano a vedere la mia stanza a lume di candela. Vedo poco, però per prima cosa mi prendo una zuccata e mi accorgo, all’indomani, che dalle travi del soffitto penzolano grossi pezzi di lardo. Ma non ne faccio cenno. Quello che mi impressiona un po’ è il letto. Il materasso, appena lo tocco, scricchiola perché è imbottito con le brattee del mais, cric-croc. Ma questo mi piace, è forse più igienico del materasso di lana, ma ciò che mi tiene in ansia è che questo scricchiolio continuo assomiglia tanto al rumore dei topolini che corrono avanti e indietro sulle travi. Io ho il terrore di questi animali e mi fa senso anche solo dirne il nome. Mi è stata preparata una toilette speciale: è una cassapanca piena di cereali (riso e orzo) perché i pastori vanno anche a spigolare dopo la falciatura delle piante. Sopra la cassapanca ci sono un catino e una brocca per l’acqua. La stanchezza e le emozioni mi conciliano un profondo sonno ristoratore. Alle prime o seconde luci apro la porta della camera, anzi non occorre neanche che la apra, perché rimane sempre aperta. Guardo il panorama. Davanti a me si innalza Cima Campo. Noi siamo arroccati sulla montagna di fronte. Non si vede il fondo perché è sommerso dal verde e dalla neve, ma si sente il fragore ininterrotto del torrente Senaiga. Questo è un posto ideale per eremiti. Non perdo tempo a illustrare le modernità del bagno, un gabbiotto sospeso tra cielo e terra, troppo interessante.

Ed ecco l’entrata nel mio regno: l’aula è piccolina, bassa, con due finestrini, ma ha lunghe panche simili a banchi, costruite dai pastori di quassù, atte ad ospitare sei alunni ciascuna. Si fatica a destreggiarsi in poco spazio. C’è la lavagna! Manca la carta geografica d’Italia. Mamma Cesira me la fa fare a mano da un geometra e mi sento una signora. Non c’è l’armadio, non c’è la bidella, ma fortunatamente c’è una specie di tavolino. Il comune di Lamon non ha speso un soldo, mentre sono stati ammirevoli gli abitanti che si sono sobbarcati fatica e denaro per avere la loro scuola. Dimenticavo di dire che questa scuola è situata a metà strada tra Caravaggio e Chiappini, località da cui proviene la maggioranza degli scolari. Sono numerosi i bambini, perché ogni famiglia ne ha sette o otto. Sono tutti belli, bianchi e rossi, non si sa qui che cos’è l’aria di città, sono anche schietti e coraggiosi. Quando penso che a un certo punto della mulattiera che percorrono tutti i giorni c’è un viottolo che guarda giù nella valle, mi vengono i brividi. Quando arrivano a scuola cambiano gli scarponi con un paio di pantofoline confezionate dalla loro mamma per essere più comodi e asciutti e per tenere pulito il pavimento di legno. Ho tre classi: prima, seconda e terza tutte numerose. Faccio venire i bambini di seconda e terza classe al mattino, insieme, perché è vantaggioso sia per gli uni sia per gli altri. I bambini di prima invece arrivano all’una e mezza del pomeriggio e si fermano tre ore. Essi hanno bisogno di un insegnamento individualizzato oltre che particolareggiato. Io mi affeziono a loro e viceversa.

Un giorno di primavera il direttore mi fa pervenire la notizia che sarebbe venuto in visita l’indomani con altre due persone. Tutta agitata mi alzo di buonora, faccio pulizia accurata su tutte le pareti e sul pavimento, soprattutto. Abbellisco la piccola aula con i fiori che già punteggiano i prati: pratoline, mammole e violette e le dispongo in vecchie bottigliette e calamai, qua e là. Sono contenta del mio lavoro.  A metà mattinata sento provenire dalla scaletta rumori di scarponi: pom…pom…pom. E chi vedo? Il Direttore e l’ispettore e addirittura il provveditore agli studi (non vecchio, ma giovane), insignito di quest’incarico subito dopo la guerra… forse perché partigiano. I tre re magi mi salutano, ovviamente, e si guardano in giro senza proferire verbo. Ad un certo punto l’ispettore, che è molto pignolo, mi squadra, addita agli altri due le mie pantofole belle, di velluto, regalatemi dalle mamme dei miei bambini e sentenzia: “la maestra con le pantofole!”. È stata come una pugnalata per me che mi sentivo come una principessa… Non ha visto che strade ci sono? Voleva forse i tacchi a spillo?… Dopo questa breve e insulsa visita se ne sono andati senza gratificarmi con qualche lode. Per esempio “brava signorina, che si adatta a stare quassù”… Non mi pesava la mancanza di comodità, quanto la solitudine. Avevo vent’anni. Dopo un po’ ho sentito il rombo di una macchina che si allontanava. Ecco perché avevano gli scarponi: finita la strada carrozzabile, hanno dovuto camminare anche loro sul viottolo sassoso che portava alla scuola. E che cosa mangiare in un posto dove non c’era ombra di negozio? Un manicaretto veloce veloce e sempre uguale: riso in bianco e uova al burro. Fortuna vuole che mamma Cesira mi facesse pervenire, con stratagemmi vari, delle verdure, altrimenti mi sarei ammalata di scorbuto. I miei pastori non usavano stendere la tovaglia per il pranzo, ma si raccoglievano intorno al focolare, seduti su una sedia, e rovesciata la polenta con un colpo secco sul tagliere, se ne tagliavano un pezzetto, lo prendevano in mano, lo appallottolavano, lo stringevano di nuovo tra le dita con movimenti obbligatori e poi lo portavano alla bocca con un pezzetto di formaggio. Ma stavano bene, con una dieta ipocalorica e sobrietà di vita. Almeno una volta alla settimana, una buona signora, la Anna, mi invitava a casa sua a consumare assieme a lei e a suo marito un piatto di minestra di verdura, roba da leccarsi le labbra, per me. C’è da dire che l’acqua di cisterna la usavo così, senza farla bollire, come facevano gli altri. Imperdonabile ignoranza! Alla fine dell’anno mi ritrovo con disturbi del mio apparato gastrointestinale da curare seriamente.

Bellissimo il rito del bagno settimanale.  I miei pastori, che mi vogliono bene, mi preparano un mastello di legno quasi pieno di acqua tiepida e lo pongono nella stalla, il locale più tiepido della casa: ci vivono due mucche. Incomincia la cerimonia. Mi spoglio, mi immergo nella tinozza, mi insapono, mi risciacquo piuttosto in fretta perché i due miti animali incuriositi forse da questa intrusione insolita nella loro privacy, volgono la testa verso di me, mi fissano con grandi occhi indagatori e sfogano i loro sentimenti, se così si può dire, con una lunga serie di muuuuu, muuuu… Al ché mi rivesto in fretta e lascio quell’improvvisato bagno. Dimenticavo di descrivere l’abbellimento del poggiolo: dal parapetto scendevano lanose pelli di pecora, intervallate in basso da bellissimi vasi da notte, smaltati una volta, ora non più. Mostravano larghe chiazze marroni, dove lo smalto si era consumato. Il poggiolo poteva chiamarsi “Il Museo delle Arti Naturali”. Chissà quale impressione avrà fatto ai tre re magi. Un po’ di incenso potevano bruciarmelo, l’oro no, e la mirra neanche, troppo costosi.

Ritorno a casa per le vacanze pasquali. Da lassù, da quel paesino, caduto per caso dalle mani del Creatore, lontano dal mondo, ritorno a piedi fino a Ponte Serra per salire su una corriera che mi riporta a Feltre. Può essere che scenda da Lamon, o da Fiera di Primiero, o da Sovramonte. I miei scarponi nuovi si sono logorati abbastanza in poco tempo e devo farli riparare. Riprenderò l’insegnamento dopo Pasqua e mi ritroverò di nuovo al freddo, in quella cucina tutta nera, con la porta perennemente spalancata per far uscire il fumo.

Sono sopravvissuta.

Assisterò al risveglio della natura che è un incanto e riempie l’animo di speranza e fa battere il cuore con più energia, perché mi fermerò lassù fino a luglio inoltrato.

Una nota stonata.

Alla fine del mio anno scolastico, sono scesa a Lamon, nell’ufficio del direttore a prendere visione del mio voto in qualità di insegnante e firmare. Le votazioni sono: SUFFICIENTE, BUONO, DISTINTO, OTTIMO. Il massimo dei voti si assegna a chi ha una certa esperienza. Ma il distinto sì, me l’aspettavo, in coscienza. La scuola mi occupava tutto il tempo della giornata, anche il tempo libero, perché le classi erano numerose. Perfino i pastori si meravigliavano che il mio lavoro fosse così impegnativo. Ebbene, mi vedo un “Buono”. Al ché non riesco a frenare le lacrime che infuriano il direttore. Anche gli insegnanti come gli scolaretti hanno il voto.

In seguito, col passare degli anni, la firma del voto mi umiliava assai, anche se era l’ottimo.

Maestra Ada Sonato in Bianchi