Il Panfilo racconta – 31 dicembre 2024
Le baruffe stradiotte o: che cosa fa di un greco un greco?
Meletios Typaldos vescovo ortodosso a Venezia (1685-1712) e un tentato scisma nella diaspora greca
Ne abbiamo abbastanza di adulare i Greci della diaspora
– i connazionali d’America, per esempio
il signor Petros Brighton,
il signor Ghiannis Short –
perché ci diano pubblicità per le nostre riviste
o facciano offerte alla chiesa del nostro villaggio (un muretto, un’iconostasi),
o per livellare il campo di calcio.
Ne abbiamo abbastanza di piantare le nostre occupazioni
in quattro e quattr’otto
e di correre a portarli sulle spalle
e di promuovere adunanze onorifiche
e di passare cortesemente al Presidente della Commissione Organizzativa
il discorsetto che pronuncerà.
Ne abbiamo abbastanza.
Magari, dico, diventassero tutti poveri di colpo
e potessimo lasciarli là e starcene in pace finalmente.
(Kostas Mondis, Traduzione di Filippomaria Pontani)
Molti greci erano conosciuti a Venezia, corrompendone il nome da stratiotes (soldati) come stradiotti (erano mercenari o combattevano nei ranghi della Serenissima contro il Turco). Nel Cinquecento erano 5000: a inizio Settecento, ancora, si contavano 120 famiglie. A metà secolo non ne rimangono che una cinquantina, più che dimezzati in trent’anni. Perché questo calo così drastico e rapido? Secondo il Guardian grando (presidente) della Scuola (confraternita) di san Nicola dei greci, che scriveva nel 1714, il medico Salvatore Michele Varda (1657-1746) la colpa era del da poco defunto Meletios Typaldos, metropolita ortodosso di Filadelfia di Lida e, di fatto, vescovo della comunità greco-ortodossa veneziana. Era stato lui con le sue scriteriate iniziative eretiche a fare impoverire i greci veneziani, perché gli altri mercanti greci che disprezzavano la comunità lagunare avevano preferito commerciare con altri porti, soprattutto del sud Italia. Accuse poco credibili: per quanto trascinante, l’esempio cattivo di un vescovo non blocca cero i traffici. Peggio! Accuse in malafede: certamente i greci del sestiere di Castello lo sapevano bene come ci fosse sotto ben altro che le gazzarre religiose! Era proprio il baricentro della grecità che si spostava ad est dall’Adriatico e da Venezia: Caterina di Russia richiamava a migliaia i greci ortodossi a colonizzare la Crimea fondando Sebastopoli mentre accarezzava il sogno di rifondare l’impero bizantino. In punta di penna: trent’anni poco più tardi, il polemico Varda sarebbe morto anche lui cattolico. Segno dei tempi, comunque, se pure uno degli accesi critici del vescovo alla fine si era dovuto convertire.
E, quindi, cosa faceva di un greco un greco nel Settecento? Si potrebbe dire la lingua greca e la religione ortodossa. Poco altro. Si capisce allora la grande preoccupazione per cui un altro grande personaggio greco-veneziano del tempo, Niccolò Comneno Papadopoli, accusava Typaldos di aver distrutto la sua nazione: se si smarrivano questi elementi cosa restava dell’identità ellenica? (E si badi che Comneno Papadopoli era un devoto gesuita, un professore di diritto canonico, quindi schierato dalla parte cattolica: ma comunque un uomo che sapeva bene come da certi traumi le comunità non si risollevano più. E Typaldos aveva scelto la strada più dolorosa). Dispersi in un rivolo di comunità tra Adriatico, Mitteleuropa, Levante e Mar Nero, i greci non erano certo la maggioranza in quella zona che oggi costituisce lo stato greco. Ancora fino allo scambio di popolazioni del 1923 certe zone dell’odierna Turchia avevano una flebile maggioranza ortodossa e, viceversa, proprio in certe regioni dell’odierna Grecia erano minoritari i cristiani. Ancora nel Novecento stabilire una linea netta tra chi era greco e chi era turco non fu facile, con tutti i problemi del caso, naturalmente (come il caso degli ortodossi che non parlavano greco, e dei musulmani che invece lo parlavano e non sapevano il turco).
Matteo Typaldos in religione Meletios (1645-1713): un grande personaggio. Nato a Cefalonia, nelle isole Ionie nello Stato da mar veneziano, da quella élite commerciale greco-veneziana di cui farà parte tanti anni più tardi anche Ugo Foscolo (che parlava il greco e il veneziano: l’italiano era una lingua straniera che aveva imparato sui libri), studio all’unica scuola libera dei greci in tutto il Mediterraneo: il Collegio Flangini. Insegnante, uomo dottissimo, prima sacerdote poi metropolita a Venezia, in quella città dove dai tempi di Gabriele Severo, teologo di pregio della fine del Cinquecento, i greci della diaspora avevano l’unica diocesi esiliata della chiesa ortodossa. Così dal 1685, era stato scelto per la cattedra vescovile dai suoi connazionali in laguna. Il patriarcato di Costantinopoli non era contento per niente di quell’elezione bizzarra, ma alla fine dovette riconoscergli il titolo.
Typaldos lavorò sottotraccia per quasi trent’anni: voleva portare i greci veneziani sotto l’egida della chiesa cattolica e unire così una comunità di rito greco sotto le insegne del papa. Qualche tentativo precedente era andato a buon fine e lasciava di che sperare: ancor oggi in Puglia e in Sicilia ci sono piccole comunità greco-cattoliche in comunione con Roma e, tra le altre cose, i loro sacerdoti possono sposarsi. Questa era la convinzione di Typaldos: mentre Venezia guidata da Francesco Morosini, futuro doge, conquistava il Peloponneso, cresceva l’illusione che la Ionia, la Grecia, sarebbero state definitivamente strappate al Turco. Così si faceva largo il sogno di una nuova comunità greco-cattolica. Ma la curia di Costantinopoli era contraria e l’opposizione cresceva. Typaldos ingaggiò una durissima battaglia legale coi laici greci veneziani per la gestione della chiesa di San Giorgio e la scelta dei sacerdoti, che Typaldos avocava a sé, convinto di poter così convertire a forza gli ortodossi promuovendo preti filocattolici. Nel 1690 si era convertito lui per primo, segretamente: di fronte il nunzio Giuseppe Archinto e l’inquisitore Antonio Leoni fece la propria abiura. Furono anni tesissimi, con il vescovo impegnato a correggere la liturgia per depurarla di elementi scismatici, Roma non sempre sicura di voler sostenere un tentativo che poteva sembrare inconcludente, Venezia a barcamenarsi tra la ghiotta occasione di far sparire un’eresia e la paura di non fare arrabbiare i greci che già avevano inscenato tumulti di piazza. Nel 1712 Meletios fu deposto dal sinodo dei vescovi e del patriarcato di Costantinopoli. Venezia gli concesse una pensione con cui terminò i suoi giorni. Morì da cattolico, con cattolici funerali il 6 maggio 1713. Dopo di lui Venezia ostacolò la libera elezione di un suo successore e cercò di puntare i piedi perché a San Giorgio officiassero sacerdoti di obbedienza romana. Typaldos aveva aperto una breccia, ma i rovesci della sfortuna non si fecero attendere e Venezia perdette il Peloponneso già un anno dopo la sua morte. Il sogno di una restaurazione veneziana era durato poco.
Forse dovremmo guardare alla storia greca come si guarda a quella degli ebrei: comunità sparse (si è parlato del ‘Commonwealth ortodosso’ tra Europa, Mediterraneo e Asia) legate da reti di scambi e commerci, unite sostanzialmente dall’uso della lingua e dalle convinzioni religiose. Ma la nostra prospettiva dipende da un altro fatto: la nascita dello stato greco dopo la Rivoluzione del 1821-1830 e l’affermarsi di un punto di vista nazionalistico, da stato moderno. Typaldos diventava così un pericoloso nemico, un occidentalizzatore e, in effetti, la storiografia greca non gli ha risparmiato critiche di ogni tipo, accusandolo di voler distruggere l’identità ellenica. Ma le cose erano più complesse e, dopotutto, molti dei suoi critici (Varda, Comneno Papadopoli e altri) non avevano fatto la stessa cosa? Bisognava scegliere se integrarsi coi cattolici o andarsene da Venezia dove l’atmosfera diventava sempre più stagnante. E ancora, Typaldos fu il promotore di nuove pubblicazioni letterarie in greco moderno, tra le prime dopo un lungo silenzio poetico che durava da quasi cinquant’anni. Insomma, a suo modo aveva certo contribuito alla storia e all’identità patria.
Neanche un secolo e tutto quanto cambiò. Nella nuova Europa e nel nuovo Mediterraneo delle nazioni, per gente come Typaldos e il suo meticciato non c’era più posto. La diaspora stava antipatica col suo cosmopolitismo che i nazionalisti di allora definivano ondivago e bottegaio, tutto schiacciato sugli interessi commerciali, fatto per gente che guardava il proprio piccolo, quando invece bisognava essere eroici e fare la Grecia e i greci! Non era più tempo per perdersi in beghe o, ancor peggio, piegare la testa e abbandonare le proprie tradizioni per convenienza. Bisognava tornare alla purezza della razza e della cultura ellenica. E si affilavano le armi per la riconquista dell’Asia minore e di Costantinopoli. Con quali risultati, lo sappiamo tutti. E se Meletios Typaldos, a modo suo, avesse avuto ragione?
